Guida al canto Dove siamo Dante e Virgilio sono ancora sul ponte sopra l'ottava bolgia, dove le fiamme dei consiglieri fraudolenti avanzano in fila. Il fuoco di Ulisse e Diomede si è allontanato e ne arriva un altro che emette suoni confusi, perché la voce esce solo dalla punta della fiamma. Il rischio iniziale è capire chi parli: Dante è chino sul vuoto e deve ascoltare con attenzione per cogliere le parole.
Chi incontriamo Una nuova fiamma contiene Guido da Montefeltro, che si rivolge a Dante in dialetto e chiede notizie della Romagna. È lui a raccontare la sua vicenda: la vita da uomo d'armi, la conversione tardiva, il consiglio fraudolento dato a Bonifacio VIII e la contesa tra san Francesco, venuto a salvarlo, e il cherubino nero che lo condusse invece a Minosse.
Cosa aspettarsi Dopo il racconto Dante porta con sé l'idea che un'assoluzione privata non possa cancellare un peccato non confessato. La fiamma si allontana gemendo e i due pellegrini passano al ponte successivo. Si affaccia ora la nona bolgia, dove i seminatori di scisma sono dilaniati da un diavolo con la spada, e il viaggio si prepara a cambiare aspetto.
Già era dritta in sù la fiamma e queta
1 per non dir più, e già da noi sen gia
2 con la licenza del dolce poeta,
3 quand’ un’altra, che dietro a lei venìa,
4 ne fece volger li occhi a la sua cima
5 per un confuso suon che fuor n’uscia.
6 Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
7 col pianto di colui, e ciò fu dritto,
8 che l’avea temperato con sua lima,
9 mugghiava con la voce de l’afflitto,
10 sì che, con tutto che fosse di rame,
11 pur el pareva dal dolor trafitto;
12 Mugghiava con la voce dell'afflitto, così che, sebbene fosse di bronzo, pure sembrava trafitto dal dolore. · Versi 10-12
così, per non aver via né forame
13 dal principio nel foco, in suo linguaggio
14 si convertïan le parole grame.
15 Ma poscia ch’ebber colto lor vïaggio
16 su per la punta, dandole quel guizzo
17 che dato avea la lingua in lor passaggio,
18 udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
19 la voce e che parlavi mo lombardo,
20 dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
21 Udimmo dire: «O tu, al quale io rivolgo la voce e che poco fa parlavi in lombardo, dicendo "Va' per la tua strada, non ti aizzo più". · Versi 19-21
perch’ io sia giunto forse alquanto tardo,
22 non t’incresca restare a parlar meco;
23 vedi che non incresce a me, e ardo!
24 Se tu pur mo in questo mondo cieco
25 caduto se’ di quella dolce terra
26 latina ond’ io mia colpa tutta reco,
27 dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
28 ch’io fui d’i monti là intra Orbino
29 e ’l giogo di che Tever si diserra».
30 Io era in giuso ancora attento e chino,
31 quando il mio duca mi tentò di costa,
32 dicendo: «Parla tu; questi è latino».
33 E io, ch’avea già pronta la risposta,
34 sanza indugio a parlare incominciai:
35 «O anima che se’ là giù nascosta,
36 Romagna tua non è, e non fu mai,
37 sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
38 ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
39 Ravenna sta come stata è molt’ anni:
40 l’aguglia da Polenta la si cova,
41 sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
42 La terra che fé già la lunga prova
43 e di Franceschi sanguinoso mucchio,
44 sotto le branche verdi si ritrova.
45 E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
46 che fecer di Montagna il mal governo,
47 là dove soglion fan d’i denti succhio.
48 Le città di Lamone e di Santerno
49 conduce il lïoncel dal nido bianco,
50 che muta parte da la state al verno.
51 E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
52 così com’ ella sie’ tra ’l piano e ’l monte,
53 tra tirannia si vive e stato franco.
54 Ora chi se’, ti priego che ne conte;
55 non esser duro più ch’altri sia stato,
56 se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
57 Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
58 al modo suo, l’aguta punta mosse
59 di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
60 Dopo che il fuoco ebbe un po' ruggito al suo modo, mosse la punta aguzza di qua, di là, e poi emise questo respiro: · Versi 58-60
«S’i’ credesse che mia risposta fosse
61 a persona che mai tornasse al mondo,
62 questa fiamma staria sanza più scosse;
63 ma però che già mai di questo fondo
64 non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
65 sanza tema d’infamia ti rispondo.
66 Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
67 credendomi, sì cinto, fare ammenda;
68 e certo il creder mio venìa intero,
69 Io fui uomo d'arme, e poi fui frate francescano, credendo, così cinto, di fare ammenda; e certo il mio credere sarebbe stato pieno. · Versi 67-69
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
70 che mi rimise ne le prime colpe;
71 e come e quare, voglio che m’intenda.
72 Se non fosse stato il gran prete, che gli venga male!, che mi rimise nelle prime colpe; e come e perché, voglio che tu mi intenda. · Versi 70-72
Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
73 che la madre mi diè, l’opere mie
74 non furon leonine, ma di volpe.
75 Li accorgimenti e le coperte vie
76 io seppi tutte, e sì menai lor arte,
77 ch’al fine de la terra il suono uscie.
78 Quando mi vidi giunto in quella parte
79 di mia etade ove ciascun dovrebbe
80 calar le vele e raccoglier le sarte,
81 ciò che pria mi piacëa, allor m’increbbe,
82 e pentuto e confesso mi rendei;
83 ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
84 Ciò che prima mi piaceva, allora mi disgustò, e pentito e confessato mi resi; ahimè misero!, e sarebbe stato utile. · Versi 82-84
Lo principe d’i novi Farisei,
85 avendo guerra presso a Laterano,
86 e non con Saracin né con Giudei,
87 ché ciascun suo nimico era cristiano,
88 e nessun era stato a vincer Acri
89 né mercatante in terra di Soldano,
90 né sommo officio né ordini sacri
91 guardò in sé, né in me quel capestro
92 che solea fare i suoi cinti più macri.
93 Ma come Costantin chiese Silvestro
94 d’entro Siratti a guerir de la lebbre,
95 così mi chiese questi per maestro
96 a guerir de la sua superba febbre;
97 domandommi consiglio, e io tacetti
98 perché le sue parole parver ebbre.
99 E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
100 finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
101 sì come Penestrino in terra getti.
102 Lo ciel poss’ io serrare e diserrare,
103 come tu sai; però son due le chiavi
104 che ’l mio antecessor non ebbe care”.
105 Allor mi pinser li argomenti gravi
106 là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
107 e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
108 di quel peccato ov’ io mo cader deggio,
109 lunga promessa con l’attender corto
110 ti farà trïunfar ne l’alto seggio”.
111 Francesco venne poi, com’ io fu’ morto,
112 per me; ma un d’i neri cherubini
113 li disse: “Non portar: non mi far torto.
114 Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
115 perché diede ’l consiglio frodolente,
116 dal quale in qua stato li sono a’ crini;
117 ch’assolver non si può chi non si pente,
118 né pentere e volere insieme puossi
119 per la contradizion che nol consente”.
120 Oh me dolente! come mi riscossi
121 quando mi prese dicendomi: “Forse
122 tu non pensavi ch’io löico fossi!”.
123 A Minòs mi portò; e quelli attorse
124 otto volte la coda al dosso duro;
125 e poi che per gran rabbia la si morse,
126 disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
127 per ch’io là dove vedi son perduto,
128 e sì vestito, andando, mi rancuro».
129 Disse: "Questo è dei rei del fuoco eterno"; per il che io là dove vedi sono perduto, e così vestito, andando, mi tormento». · Versi 127-129
Quand’ elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
130 la fiamma dolorando si partio,
131 torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
132 Noi passamm’ oltre, e io e ’l duca mio,
133 su per lo scoglio infino in su l’altr’ arco
134 che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
135 a quei che scommettendo acquistan carco.
136 L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
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