Guida al canto Dove siamo Dante ha appena varcato il confine del sesto girone, dove i golosi giacciono distesi a terra, ed è tormentato dalla sete, reale e insieme simbolo del desiderio che lo spinge a seguire il maestro. La sete del corpo e quella di sapere procedono insieme: quando un'ombra appare alle loro spalle, Virgilio la saluta per primo, e il dialogo si apre sul tremito della montagna e sul canto di lode che l'ha accompagnato.
Chi incontriamo L'ombra che si avvicina è Stazio, poeta latino del tempo di Tito, che racconta come l'Eneide abbia acceso la sua poesia e la fede. Virgilio compare solo attraverso ciò che l'altro dice di lui e attraverso la parola, il cenno e lo sguardo con cui guida il dialogo: l'incontro rivela un legame profondo tra i due poeti, che nessuno dei due sospettava di poter condividere, e l'imbarazzo di Dante, che ride suo malgrado.
Cosa aspettarsi L'incontro apre la strada a un nuovo compagno di viaggio: Stazio si unirà al corteo e accompagnerà Dante nei gironi restanti, e con lui il dialogo si sposterà su ciò che lega la poesia alla fede. Resta aperta la domanda su quanti altri segreti del passato emergeranno e su come la presenza del terzo cambierà il cammino.
La sete natural che mai non sazia
1 se non con l’acqua onde la femminetta
2 samaritana domandò la grazia,
3 mi travagliava, e pungeami la fretta
4 per la ’mpacciata via dietro al mio duca,
5 e condoleami a la giusta vendetta.
6 La sete naturale che non si placa mai, se non con l'acqua che la donna samaritana chiese per grazia, mi tormentava e mi spronava con urgenza lungo la strada ingombra dietro la mia guida, e io soffrivo per la giusta punizione. · Versi 1-6
Ed ecco, sì come ne scrive Luca
7 che Cristo apparve a’ due ch’erano in via,
8 già surto fuor de la sepulcral buca,
9 ci apparve un’ombra, e dietro a noi venìa,
10 dal piè guardando la turba che giace;
11 né ci addemmo di lei, sì parlò pria,
12 Ed ecco che, come racconta Luca quando Cristo apparve ai due che erano sulla strada, già uscito dal sepolcro, ci si presentò un'ombra, che veniva dietro di noi, fissando con lo sguardo la folla che giaceva a terra; non ci accorgemmo di lei, perché parlò per prima. · Versi 7-12
dicendo: «O frati miei, Dio vi dea pace».
13 Noi ci volgemmo sùbiti, e Virgilio
14 rendéli ’l cenno ch’a ciò si conface.
15 Poi cominciò: «Nel beato concilio
16 ti ponga in pace la verace corte
17 che me rilega ne l’etterno essilio».
18 «Come!», diss’ elli, e parte andavam forte:
19 «se voi siete ombre che Dio sù non degni,
20 chi v’ha per la sua scala tanto scorte?».
21 E ’l dottor mio: «Se tu riguardi a’ segni
22 che questi porta e che l’angel profila,
23 ben vedrai che coi buon convien ch’e’ regni.
24 Ma perché lei che dì e notte fila
25 non li avea tratta ancora la conocchia
26 che Cloto impone a ciascuno e compila,
27 l’anima sua, ch’è tua e mia serocchia,
28 venendo sù, non potea venir sola,
29 però ch’al nostro modo non adocchia.
30 Il mio maestro rispose: «Se osservi i segni che questi porta e che l'angelo traccia, capirai bene che deve regnare con i giusti. Ma poiché colei che fila di giorno e di notte non gli aveva ancora tolto la conocchia che Cloto impone a ciascuno e dipana, la sua anima, che è sorella tua e mia, salendo, non poteva venire da sola, perché non vede come noi». · Versi 22-30
Ond’ io fui tratto fuor de l’ampia gola
31 d’inferno per mostrarli, e mosterrolli
32 oltre, quanto ’l potrà menar mia scola.
33 Ma dimmi, se tu sai, perché tai crolli
34 diè dianzi ’l monte, e perché tutto ad una
35 parve gridare infino a’ suoi piè molli».
36 «Per questo fui tratto fuori dall'ampia gola dell'inferno per mostrargliela, e gliela mostrerò oltre, fin dove potrà condurlo il mio insegnamento. Ma dimmi, se lo sai, perché poco fa il monte ha dato tali scosse e perché è sembrato che gridasse tutto insieme fino alle sue rive bagnate». · Versi 31-36
Sì mi diè, dimandando, per la cruna
37 del mio disio, che pur con la speranza
38 si fece la mia sete men digiuna.
39 Quei cominciò: «Cosa non è che sanza
40 ordine senta la religïone
41 de la montagna, o che sia fuor d’usanza.
42 Libero è qui da ogne alterazione:
43 di quel che ’l ciel da sé in sé riceve
44 esser ci puote, e non d’altro, cagione.
45 Per che non pioggia, non grando, non neve,
46 non rugiada, non brina più sù cade
47 che la scaletta di tre gradi breve;
48 Quello cominciò: «Nulla accade qui fuori dall'ordine che la regola della montagna percepisce, o che sia contrario alla consuetudine. Qui si è liberi da ogni alterazione: può esserne causa solo ciò che il cielo riceve in sé, e nient'altro. Per questo né pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né brina cadono più su della breve scaletta di tre gradini». · Versi 40-48
nuvole spesse non paion né rade,
49 né coruscar, né figlia di Taumante,
50 che di là cangia sovente contrade;
51 secco vapor non surge più avante
52 ch’al sommo d’i tre gradi ch’io parlai,
53 dov’ ha ’l vicario di Pietro le piante.
54 «Nuvole dense o rade non si vedono, né lampi, né la figlia di Taumante, che là cambia spesso regione; il vapore secco non sale oltre la sommità dei tre gradini di cui ho parlato, dove il vicario di Pietro ha i piedi». · Versi 49-54
Trema forse più giù poco o assai;
55 ma per vento che ’n terra si nasconda,
56 non so come, qua sù non tremò mai.
57 Tremaci quando alcuna anima monda
58 sentesi, sì che surga o che si mova
59 per salir sù; e tal grido seconda.
60 «Più in basso forse trema, poco o tanto; ma per un vento che si nasconda nel terreno, non so come, quassù non ha mai tremato. Trema invece quando qualche anima purificata si sente, così da alzarsi o muoversi per salire; e un grido accompagna il tremore». · Versi 55-60
De la mondizia sol voler fa prova,
61 che, tutto libero a mutar convento,
62 l’alma sorprende, e di voler le giova.
63 Prima vuol ben, ma non lascia il talento
64 che divina giustizia, contra voglia,
65 come fu al peccar, pone al tormento.
66 «La purificazione si dimostra soltanto con la volontà: l'anima, libera di cambiare sede, sorprende se stessa e trae gioia dal volere. Dapprima desidera il bene, ma non abbandona l'attaccamento che la giustizia divina, contro la sua voglia, impone al tormento, come impose al peccato». · Versi 61-66
E io, che son giaciuto a questa doglia
67 cinquecent’ anni e più, pur mo sentii
68 libera volontà di miglior soglia:
69 però sentisti il tremoto e li pii
70 spiriti per lo monte render lode
71 a quel Segnor, che tosto sù li ’nvii».
72 «E io, che sono rimasto in questa pena per cinquecent'anni e più, solo adesso ho sentito una volontà libera di salire a un livello migliore: per questo hai percepito il terremoto e i pii spiriti che sul monte rendevano lode al Signore, che presto li innalzerà a sé». · Versi 67-72
Così ne disse; e però ch’el si gode
73 tanto del ber quant’ è grande la sete,
74 non saprei dir quant’ el mi fece prode.
75 E ’l savio duca: «Omai veggio la rete
76 che qui vi ’mpiglia e come si scalappia,
77 perché ci trema e di che congaudete.
78 Ora chi fosti, piacciati ch’io sappia,
79 e perché tanti secoli giaciuto
80 qui se’, ne le parole tue mi cappia».
81 Il saggio maestro riprese: «Ormai vedo la rete che qui vi intrappola e come ci si libera, perché il monte tremi e di cosa gioiate insieme. Ora, ti prego, dimmi chi sei stato, e perché sei giaciuto qui per tanti secoli, e fa' che io comprenda le tue parole». · Versi 76-81
«Nel tempo che ’l buon Tito, con l’aiuto
82 del sommo rege, vendicò le fóra
83 ond’ uscì ’l sangue per Giuda venduto,
84 col nome che più dura e più onora
85 era io di là», rispuose quello spirto,
86 «famoso assai, ma non con fede ancora.
87 «Al tempo in cui il buon Tito, con l'aiuto del sommo sovrano, vendicò le ferite da cui uscì il sangue per Giuda venduto, portavo laggiù il nome che più dura e più onora», rispose quello spirito, «famoso assai, ma non ancora con fede vera». · Versi 82-87
Tanto fu dolce mio vocale spirto,
88 che, tolosano, a sé mi trasse Roma,
89 dove mertai le tempie ornar di mirto.
90 Stazio la gente ancor di là mi noma:
91 cantai di Tebe, e poi del grande Achille;
92 ma caddi in via con la seconda soma.
93 «Fu così dolce il soffio del mio canto che, tolosano, Roma mi attirò a sé, dove meritai di cingere le tempie di mirto. La gente ancora mi chiama Stazio: cantai di Tebe e poi del grande Achille, ma caddi sulla strada sotto il secondo peso». · Versi 88-93
Al mio ardor fuor seme le faville,
94 che mi scaldar, de la divina fiamma
95 onde sono allumati più di mille;
96 de l’Eneïda dico, la qual mamma
97 fummi, e fummi nutrice, poetando:
98 sanz’ essa non fermai peso di dramma.
99 «Al mio ardore fecero da seme le faville, che mi scaldarono, della fiamma divina da cui sono stati illuminati più di mille; parlo dell'Eneide, che fu per me madre e nutrice mentre poetavo: senza di essa non avrei spostato di un grammo il mio cammino». · Versi 94-99
E per esser vivuto di là quando
100 visse Virgilio, assentirei un sole
101 più che non deggio al mio uscir di bando».
102 Volser Virgilio a me queste parole
103 con viso che, tacendo, disse ‘Taci’;
104 ma non può tutto la virtù che vuole;
105 ché riso e pianto son tanto seguaci
106 a la passion di che ciascun si spicca,
107 che men seguon voler ne’ più veraci.
108 Virgilio mi rivolse queste parole con uno sguardo che, in silenzio, disse 'Taci'; ma non può tutto la forza di volontà: il riso e il pianto seguono talmente la passione da cui ciascuno si lascia andare, che nei più sinceri seguono meno la volontà. · Versi 103-108
Io pur sorrisi come l’uom ch’ammicca;
109 per che l’ombra si tacque, e riguardommi
110 ne li occhi ove ’l sembiante più si ficca;
111 e «Se tanto labore in bene assommi»,
112 disse, «perché la tua faccia testeso
113 un lampeggiar di riso dimostrommi?».
114 Io sorrisi comunque, come chi ammicca; per questo l'ombra tacque e mi guardò negli occhi, dove il volto si imprime di più; e disse: «Se accumuli tanto lavoro per il bene, perché poco fa il tuo viso mi ha mostrato un lampo di riso?». · Versi 109-114
Or son io d’una parte e d’altra preso:
115 l’una mi fa tacer, l’altra scongiura
116 ch’io dica; ond’ io sospiro, e sono inteso
117 dal mio maestro, e «Non aver paura»,
118 mi dice, «di parlar; ma parla e digli
119 quel ch’e’ dimanda con cotanta cura».
120 Ora sono combattuto da due parti: una mi impone di tacere, l'altra mi scongiura di parlare; così sospiro, e il mio maestro mi intende, e mi dice: «Non avere paura di parlare; anzi, parla e digli ciò che chiede con tanta premura». · Versi 115-120
Ond’ io: «Forse che tu ti maravigli,
121 antico spirto, del rider ch’io fei;
122 ma più d’ammirazion vo’ che ti pigli.
123 Questi che guida in alto li occhi miei,
124 è quel Virgilio dal qual tu togliesti
125 forte a cantar de li uomini e d’i dèi.
126 Se cagion altra al mio rider credesti,
127 lasciala per non vera, ed esser credi
128 quelle parole che di lui dicesti».
129 Io ripresi: «Forse ti meravigli, antico spirito, del riso che ho fatto; ma voglio che ti colga più stupore. Colui che guida i miei occhi verso l'alto è quel Virgilio dal quale traesti forza per cantare degli uomini e degli dèi. Se hai creduto ad altre cause del mio riso, abbandonale come false, e credi vere le parole che hai detto di lui». · Versi 121-129
Già s’inchinava ad abbracciar li piedi
130 al mio dottor, ma el li disse: «Frate,
131 non far, ché tu se’ ombra e ombra vedi».
132 Ed ei surgendo: «Or puoi la quantitate
133 comprender de l’amor ch’a te mi scalda,
134 quand’ io dismento nostra vanitate,
135 trattando l’ombre come cosa salda».
136 Già si chinava per abbracciare i piedi al mio maestro, ma lui gli disse: «Fratello, non farlo: tu sei ombra e vedi ombre». E l'altro, alzandosi: «Ora puoi capire quanto amore mi scalda per te, quando dimentico la nostra inconsistenza e tratto le ombre come cose solide». · Versi 130-136
L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/purgatorio/canto-21