Guida al canto Dove siamo Dante e Beatrice hanno lasciato il cielo di Giove e sono saliti al settimo cielo, quello delle stelle fisse, che appare come un immenso cristallo. Davanti a lui si erge una scala d'oro lungo la quale le anime beate scendono e salgono. Il conflitto iniziale è una percezione acuta e molteplice: Dante vede, sente e vorrebbe capire, ma la luce e la musica del paradiso minacciano di superare la sua umana capacità.
Chi incontriamo Sulla scala appare una fiamma che si ferma davanti a Dante e lo accoglie con voce e luce: è Pietro Damiano, monaco ed eremita del Monte Catria, già cardinale. L'anima non si presenta subito con il nome: lo rivela solo dopo che Dante, vinto dalla reverenza, le chiede chi sia. Intorno a lui, altre fiammelle scendono e ruotano, formando un carosello di luci che conclude il canto con un suono così forte da stordire Dante.
Cosa aspettarsi L'incontro con Pietro Damiano non è solo devoto: apre un durissimo attacco alla Chiesa contemporanea, simboleggiata dai pastori che indossano manti sui cavalli, due bestie sotto una pelle. Dopo questa denuncia Dante si avvierà a incontrare un'altra grande figura monastica, san Benedetto, in un dialogo che metterà a confronto due regole e due forme di vita consacrata.
Già eran li occhi miei rifissi al volto
1 de la mia donna, e l’animo con essi,
2 e da ogne altro intento s’era tolto.
3 E quella non ridea; ma «S’io ridessi»,
4 mi cominciò, «tu ti faresti quale
5 fu Semelè quando di cener fessi:
6 ché la bellezza mia, che per le scale
7 de l’etterno palazzo più s’accende,
8 com’ hai veduto, quanto più si sale,
9 se non si temperasse, tanto splende,
10 che ’l tuo mortal podere, al suo fulgore,
11 sarebbe fronda che trono scoscende.
12 Lei non sorrideva, ma cominciò: «Se io ridessi, tu diventeresti come Semele quando fu ridotta in cenere; perché la mia bellezza, che per le scale del palazzo eterno si accende sempre di più man mano che si sale, come hai potuto constatare, se non venisse attenuata risplenderebbe così tanto che la tua capacità mortale, di fronte a un simile fulgore, sarebbe come una fronda che il fulmine strappa dall'albero». · Versi 4-12
Noi sem levati al settimo splendore,
13 che sotto ’l petto del Leone ardente
14 raggia mo misto giù del suo valore.
15 Ficca di retro a li occhi tuoi la mente,
16 e fa di quelli specchi a la figura
17 che ’n questo specchio ti sarà parvente».
18 Poi proseguì: «Siamo saliti al settimo splendore, che sotto il petto del Leone ardente ora risplende mescolato alla sua forza. Fissa la mente dietro ai tuoi occhi, e fa' di essi uno specchio per l'immagine che in questo specchio ti apparirà». · Versi 13-18
Qual savesse qual era la pastura
19 del viso mio ne l’aspetto beato
20 quand’ io mi trasmutai ad altra cura,
21 conoscerebbe quanto m’era a grato
22 ubidire a la mia celeste scorta,
23 contrapesando l’un con l’altro lato.
24 Se qualcuno sapesse quale fu il nutrimento del mio volto nello sguardo beato, quando mi rivolsi a un'altra attenzione, capirebbe quanto mi fu gradito obbedire alla mia guida celeste, bilanciando l'una cosa con l'altra. · Versi 19-24
Dentro al cristallo che ’l vocabol porta,
25 cerchiando il mondo, del suo caro duce
26 sotto cui giacque ogne malizia morta,
27 di color d’oro in che raggio traluce
28 vid’ io uno scaleo eretto in suso
29 tanto, che nol seguiva la mia luce.
30 Dentro al cristallo che porta il nome del suo amato condottiero, sotto il quale giacque ogni malizia morta, e che gira intorno al mondo, vidi un colore d'oro in cui traluce un raggio: scorsi una scala eretta verso l'alto, così alta che la mia vista non riusciva a seguirla. · Versi 25-30
Vidi anche per li gradi scender giuso
31 tanti splendor, ch’io pensai ch’ogne lume
32 che par nel ciel, quindi fosse diffuso.
33 E come, per lo natural costume,
34 le pole insieme, al cominciar del giorno,
35 si movono a scaldar le fredde piume;
36 poi altre vanno via sanza ritorno,
37 altre rivolgon sé onde son mosse,
38 e altre roteando fan soggiorno;
39 tal modo parve me che quivi fosse
40 in quello sfavillar che ’nsieme venne,
41 sì come in certo grado si percosse.
42 E come, per istinto naturale, le rondini insieme, all'inizio del giorno, si muovono per scaldare le fredde piume; poi alcune se ne vanno senza tornare, altre tornano da dove erano partite, e altre ancora girando si trattengono; allo stesso modo mi parve che facessero qui gli splendori che giunsero insieme, quando si incontrarono a un certo gradino. · Versi 34-42
E quel che presso più ci si ritenne,
43 si fé sì chiaro, ch’io dicea pensando:
44 ‘Io veggio ben l’amor che tu m’accenne.
45 Ma quella ond’ io aspetto il come e ’l quando
46 del dire e del tacer, si sta; ond’ io,
47 contra ’l disio, fo ben ch’io non dimando’.
48 E quello che si fermò più vicino a noi diventò così luminoso che io dicevo tra me: 'Capisco bene l'amore che tu mi fai intendere. Ma colei dalla quale aspetto il come e il quando del parlare e del tacere sta ferma; perciò, contro il mio desiderio, faccio bene a non chiedere'. · Versi 43-48
Per ch’ella, che vedëa il tacer mio
49 nel veder di colui che tutto vede,
50 mi disse: «Solvi il tuo caldo disio».
51 E io incominciai: «La mia mercede
52 non mi fa degno de la tua risposta;
53 ma per colei che ’l chieder mi concede,
54 vita beata che ti stai nascosta
55 dentro a la tua letizia, fammi nota
56 la cagion che sì presso mi t’ha posta;
57 e dì perché si tace in questa rota
58 la dolce sinfonia di paradiso,
59 che giù per l’altre suona sì divota».
60 E io cominciai: «La mia ricompensa non mi rende degno della tua risposta; ma per colei che mi concede di chiedere, vita beata che resti nascosta dentro la tua gioia, fammi conoscere il motivo che ti ha posto così vicino a me; e dimmi perché tace in questa ruota la dolce sinfonia del paradiso, che giù nelle altre risuona così devota». · Versi 52-60
«Tu hai l’udir mortal sì come il viso»,
61 rispuose a me; «onde qui non si canta
62 per quel che Bëatrice non ha riso.
63 Giù per li gradi de la scala santa
64 discesi tanto sol per farti festa
65 col dire e con la luce che mi ammanta;
66 né più amor mi fece esser più presta,
67 ché più e tanto amor quinci sù ferve,
68 sì come il fiammeggiar ti manifesta.
69 Ma l’alta carità, che ci fa serve
70 pronte al consiglio che ’l mondo governa,
71 sorteggia qui sì come tu osserve».
72 E continuò: «Non mi rese più sollecita un amore maggiore; perché tanto e più amore arde quassù, come ti dimostra il mio splendore. Ma l'alta carità, che ci rende serve pronti al consiglio che governa il mondo, distribuisce qui come tu osservi». · Versi 67-72
«Io veggio ben», diss’ io, «sacra lucerna,
73 come libero amore in questa corte
74 basta a seguir la provedenza etterna;
75 ma questo è quel ch’a cerner mi par forte,
76 perché predestinata fosti sola
77 a questo officio tra le tue consorte».
78 «Vedo bene», dissi io, «santa lucerna, come il libero amore in questa corte basta a seguire la provvidenza eterna; ma questo è ciò che mi sembra difficile da capire: perché fosti predestinata tu sola a questo compito tra le tue compagne». · Versi 73-78
Né venni prima a l’ultima parola,
79 che del suo mezzo fece il lume centro,
80 girando sé come veloce mola;
81 poi rispuose l’amor che v’era dentro:
82 «Luce divina sopra me s’appunta,
83 penetrando per questa in ch’io m’inventro,
84 Non ero ancora giunto all'ultima parola, che la luce fece di sé stessa il proprio centro, girando su sé stessa come una mola veloce; poi rispose l'amore che era dentro di essa: «La luce divina si appunta sopra di me, penetrando attraverso questa in cui mi trovo». · Versi 79-84
la cui virtù, col mio veder congiunta,
85 mi leva sopra me tanto, ch’i’ veggio
86 la somma essenza de la quale è munta.
87 Quinci vien l’allegrezza ond’ io fiammeggio;
88 per ch’a la vista mia, quant’ ella è chiara,
89 la chiarità de la fiamma pareggio.
90 E aggiunse: «la cui virtù, unita alla mia facoltà di vedere, mi innalza sopra me stessa tanto che scorgo l'essenza suprema dalla quale essa emana. Da qui viene la gioia per cui io risplendo; perciò, per quanto la mia vista è chiara, eguaglio la luminosità della fiamma». · Versi 85-90
Ma quell’ alma nel ciel che più si schiara,
91 quel serafin che ’n Dio più l’occhio ha fisso,
92 a la dimanda tua non satisfara,
93 però che sì s’innoltra ne lo abisso
94 de l’etterno statuto quel che chiedi,
95 che da ogne creata vista è scisso.
96 «Ma quell'anima nel cielo che più risplende, quel serafino che in Dio tiene l'occhio più fisso, non potrà soddisfare la tua domanda, perché ciò che chiedi si inoltra così profondamente nell'abisso del decreto eterno che è precluso a ogni sguardo creato». · Versi 91-96
E al mondo mortal, quando tu riedi,
97 questo rapporta, sì che non presumma
98 a tanto segno più mover li piedi.
99 La mente, che qui luce, in terra fumma;
100 onde riguarda come può là giùe
101 quel che non pote perché ’l ciel l’assumma».
102 «E quando torni al mondo mortale, riferisci questo, in modo che non osi spingere i passi così in alto. La mente, che qui risplende, laggiù in terra è fumo; perciò considera come può lassù ciò che non può quaggiù, sebbene il cielo l'assuma». · Versi 97-102
Sì mi prescrisser le parole sue,
103 ch’io lasciai la quistione e mi ritrassi
104 a dimandarla umilmente chi fue.
105 «Tra ’ due liti d’Italia surgon sassi,
106 e non molto distanti a la tua patria,
107 tanto che ’ troni assai suonan più bassi,
108 e fanno un gibbo che si chiama Catria,
109 di sotto al quale è consecrato un ermo,
110 che suole esser disposto a sola latria».
111 Così ricominciommi il terzo sermo;
112 e poi, continüando, disse: «Quivi
113 al servigio di Dio mi fe’ sì fermo,
114 E la luce riprese: «Tra le due sponde d'Italia si innalzano dei monti, e non molto distanti dalla tua patria, tanto che i tuoni risuonano assai più in basso, e formano un dosso chiamato Catria, sotto il quale è consacrato un eremo, che di solito è dedicato alla sola lode di Dio». Così ricominciò il suo terzo discorso; e poi, continuando, disse: «Lì mi dedicai con tale fermezza al servizio di Dio». · Versi 106-114
che pur con cibi di liquor d’ulivi
115 lievemente passava caldi e geli,
116 contento ne’ pensier contemplativi.
117 Render solea quel chiostro a questi cieli
118 fertilemente; e ora è fatto vano,
119 sì che tosto convien che si riveli.
120 «che con soli cibi intrisi di olio passavo leggero il caldo e il freddo, contento nei pensieri contemplativi. Quel chiostro soleva produrre fertili frutti per questi cieli; e ora è diventato vuoto, così che presto dovrà manifestarsi». · Versi 115-120
In quel loco fu’ io Pietro Damiano,
121 e Pietro Peccator fu’ ne la casa
122 di Nostra Donna in sul lito adriano.
123 Poca vita mortal m’era rimasa,
124 quando fui chiesto e tratto a quel cappello,
125 che pur di male in peggio si travasa.
126 Venne Cefàs e venne il gran vasello
127 de lo Spirito Santo, magri e scalzi,
128 prendendo il cibo da qualunque ostello.
129 «In quel luogo fui Pietro Damiano, e Pietro Peccatore fui nella casa di Nostra Donna sulla costa adriatica. Mi restava poca vita mortale, quando fui richiesto e tratto a quel cappello, che purtroppo si trasforma di male in peggio. Vennero Cefa e vennero il gran vaso dello Spirito Santo, magri e scalzi, prendendo il cibo da qualunque alloggio». · Versi 121-129
Or voglion quinci e quindi chi rincalzi
130 li moderni pastori e chi li meni,
131 tanto son gravi, e chi di rietro li alzi.
132 Cuopron d’i manti loro i palafreni,
133 sì che due bestie van sott’ una pelle:
134 oh pazïenza che tanto sostieni!».
135 «Ora vogliono chi li sorregga, chi li conduca, chi li spinga da dietro, tanto sono pesanti. Coprono con i loro mantelli i palafreni, così che due bestie vanno sotto una pelle: oh pazienza, che tanto sopporti!». · Versi 130-135
A questa voce vid’ io più fiammelle
136 di grado in grado scendere e girarsi,
137 e ogne giro le facea più belle.
138 Dintorno a questa vennero e fermarsi,
139 e fero un grido di sì alto suono,
140 che non potrebbe qui assomigliarsi;
141 né io lo ’ntesi, sì mi vinse il tuono.
142 A queste parole vidi scendere da un gradino all'altro e girare molte fiammelle, e ogni giro le rendeva più belle. Intorno a questa vennero e si fermarono, e levarono un grido così alto che non potrebbe essere paragonato a nulla di terreno; né io lo intesi, tanto il tuono mi sopraffece. · Versi 136-142
L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
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