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天堂篇, 第九歌

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金星天中的库尼扎、福尔科与喇合

诗歌导读

我们身在何处

但丁仍在金星天,即天堂的第三重天。蒙福的灵魂们围成圆圈跳舞,一个接一个地走近来说话。这一段以对远离上帝之受造物的悲叹展开,接着是对意大利灾祸的预言,并以对佛罗伦萨和教会的抨击结束。

我们遇见谁

罗曼诺的库尼扎首先上前:她平静地谈论自己的名声,并预告威尼托将遭惩罚。随后福尔科发言,他将自身描述为一个曾活在爱中、如今享其福乐之人。最后一道光则是喇合,她曾帮助约书达在耶利哥:正是她在歌末以激烈之辞抨击佛罗伦萨、教宗与枢机。

期待什么

在这次会面之后,但丁将听到三种交织的声音:激情可以转化为功德,但教会却迷失了福音。这一歌在洞悉一切的正义与一片腐败之地之间留下裂口,为随后而来的预言作铺垫。

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天堂篇 · 第九歌
释义

Da poi che Carlo tuo, bella Clemenza,

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m’ebbe chiarito, mi narrò li ’nganni

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che ricever dovea la sua semenza;

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ma disse: «Taci e lascia muover li anni»;

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sì ch’io non posso dir se non che pianto

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giusto verrà di retro ai vostri danni.

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E già la vita di quel lume santo

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rivolta s’era al Sol che la rïempie

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come quel ben ch’a ogne cosa è tanto.

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Ahi anime ingannate e fatture empie,

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che da sì fatto ben torcete i cuori,

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drizzando in vanità le vostre tempie!

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Ed ecco un altro di quelli splendori

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ver’ me si fece, e ’l suo voler piacermi

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significava nel chiarir di fori.

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Li occhi di Bëatrice, ch’eran fermi

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sovra me, come pria, di caro assenso

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al mio disio certificato fermi.

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«Deh, metti al mio voler tosto compenso,

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beato spirto», dissi, «e fammi prova

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ch’i’ possa in te refletter quel ch’io penso!».

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Onde la luce che m’era ancor nova,

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del suo profondo, ond’ ella pria cantava,

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seguette come a cui di ben far giova:

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«In quella parte de la terra prava

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italica che siede tra Rïalto

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e le fontane di Brenta e di Piava,

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si leva un colle, e non surge molt’ alto,

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là onde scese già una facella

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che fece a la contrada un grande assalto.

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D’una radice nacqui e io ed ella:

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Cunizza fui chiamata, e qui refulgo

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perché mi vinse il lume d’esta stella;

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ma lietamente a me medesma indulgo

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la cagion di mia sorte, e non mi noia;

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che parria forse forte al vostro vulgo.

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Di questa luculenta e cara gioia

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del nostro cielo che più m’è propinqua,

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grande fama rimase; e pria che moia,

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questo centesimo anno ancor s’incinqua:

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vedi se far si dee l’omo eccellente,

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sì ch’altra vita la prima relinqua.

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E ciò non pensa la turba presente

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che Tagliamento e Adice richiude,

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né per esser battuta ancor si pente;

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ma tosto fia che Padova al palude

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cangerà l’acqua che Vincenza bagna,

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per essere al dover le genti crude;

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e dove Sile e Cagnan s’accompagna,

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tal signoreggia e va con la testa alta,

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che già per lui carpir si fa la ragna.

51

Piangerà Feltro ancora la difalta

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de l’empio suo pastor, che sarà sconcia

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sì, che per simil non s’entrò in malta.

54

Troppo sarebbe larga la bigoncia

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che ricevesse il sangue ferrarese,

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e stanco chi ’l pesasse a oncia a oncia,

57

che donerà questo prete cortese

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per mostrarsi di parte; e cotai doni

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conformi fieno al viver del paese.

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Sù sono specchi, voi dicete Troni,

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onde refulge a noi Dio giudicante;

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sì che questi parlar ne paion buoni».

63

Qui si tacette; e fecemi sembiante

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che fosse ad altro volta, per la rota

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in che si mise com’ era davante.

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L’altra letizia, che m’era già nota

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per cara cosa, mi si fece in vista

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qual fin balasso in che lo sol percuota.

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Per letiziar là sù fulgor s’acquista,

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sì come riso qui; ma giù s’abbuia

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l’ombra di fuor, come la mente è trista.

72

«Dio vede tutto, e tuo veder s’inluia»,

73

diss’ io, «beato spirto, sì che nulla

74

voglia di sé a te puot’ esser fuia.

75

Dunque la voce tua, che ’l ciel trastulla

76

sempre col canto di quei fuochi pii

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che di sei ali facen la coculla,

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perché non satisface a’ miei disii?

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Già non attendere’ io tua dimanda,

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s’io m’intuassi, come tu t’inmii».

81

«La maggior valle in che l’acqua si spanda»,

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incominciaro allor le sue parole,

83

«fuor di quel mar che la terra inghirlanda,

84

tra ’ discordanti liti contra ’l sole

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tanto sen va, che fa meridïano

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là dove l’orizzonte pria far suole.

87

Di quella valle fu’ io litorano

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tra Ebro e Macra, che per cammin corto

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parte lo Genovese dal Toscano.

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Ad un occaso quasi e ad un orto

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Buggea siede e la terra ond’ io fui,

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che fé del sangue suo già caldo il porto.

93

Folco mi disse quella gente a cui

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fu noto il nome mio; e questo cielo

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di me s’imprenta, com’ io fe’ di lui;

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ché più non arse la figlia di Belo,

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noiando e a Sicheo e a Creusa,

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di me, infin che si convenne al pelo;

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né quella Rodopëa che delusa

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fu da Demofoonte, né Alcide

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quando Iole nel core ebbe rinchiusa.

102

Non però qui si pente, ma si ride,

103

non de la colpa, ch’a mente non torna,

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ma del valor ch’ordinò e provide.

105

Qui si rimira ne l’arte ch’addorna

106

cotanto affetto, e discernesi ’l bene

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per che ’l mondo di sù quel di giù torna.

108

Ma perché tutte le tue voglie piene

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ten porti che son nate in questa spera,

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proceder ancor oltre mi convene.

111

Tu vuo’ saper chi è in questa lumera

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che qui appresso me così scintilla

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come raggio di sole in acqua mera.

114

Or sappi che là entro si tranquilla

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Raab; e a nostr’ ordine congiunta,

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di lei nel sommo grado si sigilla.

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Da questo cielo, in cui l’ombra s’appunta

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che ’l vostro mondo face, pria ch’altr’ alma

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del trïunfo di Cristo fu assunta.

120

Ben si convenne lei lasciar per palma

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in alcun cielo de l’alta vittoria

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che s’acquistò con l’una e l’altra palma,

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perch’ ella favorò la prima gloria

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di Iosüè in su la Terra Santa,

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che poco tocca al papa la memoria.

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La tua città, che di colui è pianta

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che pria volse le spalle al suo fattore

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e di cui è la ’nvidia tanto pianta,

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produce e spande il maladetto fiore

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c’ha disvïate le pecore e li agni,

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però che fatto ha lupo del pastore.

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Per questo l’Evangelio e i dottor magni

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son derelitti, e solo ai Decretali

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si studia, sì che pare a’ lor vivagni.

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A questo intende il papa e ’ cardinali;

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non vanno i lor pensieri a Nazarette,

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là dove Gabrïello aperse l’ali.

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Ma Vaticano e l’altre parti elette

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di Roma che son state cimitero

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a la milizia che Pietro seguette,

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tosto libere fien de l’avoltero».

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