Guida al canto Dove siamo Dante ha lasciato la scala del settimo cielo e Beatrice lo ha condotto nell'ottavo cielo, quello delle Stelle Fisse. La sua guida fissa lo sguardo verso l'alto con la tensione di chi attende un'alba; poi lo rassicura, perché ormai può sostenere una luce più intensa. Si apre qui la visione delle schiere celesti raccolte in un solo punto dello spazio.
Chi incontriamo Beatrice è ora la guida che indica la scena e la commenta: spiega a Dante che la forza che lo supera è la sapienza e la potenza che aprì la strada tra cielo e terra. Entra in scena una fiamma che scende a formare una corona e si dichiara amore angelico. Intorno tutte le altre luci rispondono cantando il nome di Maria e l'inno Regina celi.
Cosa aspettarsi Dopo questa visione la luce diventerà insostenibile: il pellegrino sentirà il linguaggio umano venir meno e dovrà affidarsi a una grazia più alta. Si prepara la salita al nono cielo, dove Dante potrà finalmente guardare la figura incoronata e misurare la distanza tra la propria parola e l'evento che ha sotto gli occhi.
Come l’augello, intra l’amate fronde,
1 posato al nido de’ suoi dolci nati
2 la notte che le cose ci nasconde,
3 che, per veder li aspetti disïati
4 e per trovar lo cibo onde li pasca,
5 in che gravi labor li sono aggrati,
6 previene il tempo in su aperta frasca,
7 e con ardente affetto il sole aspetta,
8 fiso guardando pur che l’alba nasca;
9 Come un uccello tra le fronde amate, che di notte, mentre tutto si nasconde alla vista, se ne sta posato nel nido accanto ai suoi piccoli: spinto dal desiderio di rivedere i loro volti e di procurarsi il cibo con cui sfamarli, lavori che gli sono graditi nonostante la fatica, anticipa l'alba su un ramo esposto, e con intensa brama aspetta il sole, fisso a guardare se la luce comincia a spuntare. · Versi 1-9
così la donna mïa stava eretta
10 e attenta, rivolta inver’ la plaga
11 sotto la quale il sol mostra men fretta:
12 sì che, veggendola io sospesa e vaga,
13 fecimi qual è quei che disïando
14 altro vorria, e sperando s’appaga.
15 Così la mia donna stava dritta e attenta, rivolta verso la zona del cielo dove il sole pare muoversi più lentamente; e io, vedendola assorta e piena di meraviglia, mi sentii come chi desidera qualcosa che non riesce ad avere, eppure si accontenta nella speranza. · Versi 10-15
Ma poco fu tra uno e altro quando,
16 del mio attender, dico, e del vedere
17 lo ciel venir più e più rischiarando;
18 e Bëatrice disse: «Ecco le schiere
19 del trïunfo di Cristo e tutto ’l frutto
20 ricolto del girar di queste spere!».
21 Ma passò poco tempo tra l'uno e l'altro momento, tra ciò che attendevo, dico, e il vedere il cielo farsi sempre più luminoso, e Beatrice disse: «Ecco le schiere del trionfo di Cristo e tutto il frutto che il movimento di queste sfere ha fatto maturare!». · Versi 16-21
Pariemi che ’l suo viso ardesse tutto,
22 e li occhi avea di letizia sì pieni,
23 che passarmen convien sanza costrutto.
24 Quale ne’ plenilunïi sereni
25 Trivïa ride tra le ninfe etterne
26 che dipingon lo ciel per tutti i seni,
27 Mi sembrò che il suo volto ardesse interamente, e i suoi occhi erano così colmi di gioia che non riesco a descriverlo in modo ordinato. Come nei pleniluni sereni la Luna ride fra le ninfe eterne che riempiono di immagini ogni parte del cielo, · Versi 22-27
vid’ i’ sopra migliaia di lucerne
28 un sol che tutte quante l’accendea,
29 come fa ’l nostro le viste superne;
30 e per la viva luce trasparea
31 la lucente sustanza tanto chiara
32 nel viso mio, che non la sostenea.
33 Oh Bëatrice, dolce guida e cara!
34 Ella mi disse: «Quel che ti sobranza
35 è virtù da cui nulla si ripara.
36 Quivi è la sapïenza e la possanza
37 ch’aprì le strade tra ’l cielo e la terra,
38 onde fu già sì lunga disïanza».
39 Oh Beatrice, guida dolce e cara! Lei mi disse: «Ciò che ti sovrasta è una virtù contro cui nulla può difendersi. Qui si trovano la sapienza e la potenza che aprirono la strada tra il cielo e la terra, dove a lungo si anelò di tornare». · Versi 34-39
Come foco di nube si diserra
40 per dilatarsi sì che non vi cape,
41 e fuor di sua natura in giù s’atterra,
42 la mente mia così, tra quelle dape
43 fatta più grande, di sé stessa uscìo,
44 e che si fesse rimembrar non sape.
45 Come un fulmine si sprigiona da una nube per espandersi, tanto che non vi trova spazio, e scende in basso contro la sua natura, così la mia mente, fatta più grande tra quei cibi celesti, uscì fuori di sé, e non sapeva più ricordarsi di essersi trasformata. · Versi 40-45
«Apri li occhi e riguarda qual son io;
46 tu hai vedute cose, che possente
47 se’ fatto a sostener lo riso mio».
48 Io era come quei che si risente
49 di visïone oblita e che s’ingegna
50 indarno di ridurlasi a la mente,
51 quand’ io udi’ questa proferta, degna
52 di tanto grato, che mai non si stingue
53 del libro che ’l preterito rassegna.
54 «Apri gli occhi e guarda come sono; tu hai visto cose che ti hanno reso capace di sostenere il mio sorriso». Io ero come chi si risveglia da un sogno dimenticato e si sforza invano di richiamarlo alla mente, quando udii queste parole, degne di tanta gratitudine che non si cancellerà mai dal libro in cui si registra il passato. · Versi 46-54
Se mo sonasser tutte quelle lingue
55 che Polimnïa con le suore fero
56 del latte lor dolcissimo più pingue,
57 per aiutarmi, al millesmo del vero
58 non si verria, cantando il santo riso
59 e quanto il santo aspetto facea mero;
60 e così, figurando il paradiso,
61 convien saltar lo sacrato poema,
62 come chi trova suo cammin riciso.
63 Se ora suonassero tutte quelle lingue che Polimnia e le sue sorore resero più ricche del loro latte dolcissimo per aiutarmi, non si arriverebbe nemmeno alla millesima parte della verità, nel cantare il sorriso santo e lo splendore che il suo volto santo emanava; e così, nel rappresentare il paradiso, occorre saltare il poema sacro, come fa chi si trova il cammino interrotto. · Versi 55-63
Ma chi pensasse il ponderoso tema
64 e l’omero mortal che se ne carca,
65 nol biasmerebbe se sott’ esso trema:
66 non è pareggio da picciola barca
67 quel che fendendo va l’ardita prora,
68 né da nocchier ch’a sé medesmo parca.
69 Ma chi considerasse l'argomento così pesante e la spalla mortale che se ne fa carico, non lo biasimerebbe se tremasse sotto quel peso: non è impresa adatta a una piccola barca ciò che solca l'ardita prua, né a un nocchiero che risparmi sé stesso. · Versi 64-69
«Perché la faccia mia sì t’innamora,
70 che tu non ti rivolgi al bel giardino
71 che sotto i raggi di Cristo s’infiora?
72 Quivi è la rosa in che ’l verbo divino
73 carne si fece; quivi son li gigli
74 al cui odor si prese il buon cammino».
75 Così Beatrice; e io, che a’ suoi consigli
76 tutto era pronto, ancora mi rendei
77 a la battaglia de’ debili cigli.
78 Come a raggio di sol, che puro mei
79 per fratta nube, già prato di fiori
80 vider, coverti d’ombra, li occhi miei;
81 vid’ io così più turbe di splendori,
82 folgorate di sù da raggi ardenti,
83 sanza veder principio di folgóri.
84 Così parlò Beatrice; e io, del tutto pronto a seguire i suoi consigli, mi misi di nuovo nella prova delle deboli pupille. Come un raggio di sole che filtra limpido attraverso una nube squarciata, e gli occhi, abituati all'ombra, scorgono un prato fiorito, così vidi io ora moltitudini di luci folgoranti, illuminate dall'alto da raggi ardenti, senza che si vedesse la sorgente di quei bagliori. · Versi 76-84
O benigna vertù che sì li ’mprenti,
85 sù t’essaltasti, per largirmi loco
86 a li occhi lì che non t’eran possenti.
87 Il nome del bel fior ch’io sempre invoco
88 e mane e sera, tutto mi ristrinse
89 l’animo ad avvisar lo maggior foco;
90 e come ambo le luci mi dipinse
91 il quale e il quanto de la viva stella
92 che là sù vince come qua giù vinse,
93 O bontà benigna che così li segni, ti sei innalzata per concedere spazio a quegli occhi che prima non erano in grado di sostenerti. Il nome del bel fiore che io invoco sempre, mattina e sera, concentrò tutto il mio animo a guardare la fiamma più grande; e come quella fiamma mi mostrò, con entrambi i miei occhi, quale e quanto fosse la stella viva che là in alto vince come qui in basso ha vinto, · Versi 85-93
per entro il cielo scese una facella,
94 formata in cerchio a guisa di corona,
95 e cinsela e girossi intorno ad ella.
96 Qualunque melodia più dolce suona
97 qua giù e più a sé l’anima tira,
98 parrebbe nube che squarciata tona,
99 comparata al sonar di quella lira
100 onde si coronava il bel zaffiro
101 del quale il ciel più chiaro s’inzaffira.
102 dal cielo scese una fiammella, disposta a cerchio come una corona, e la cinse e le girò intorno. Qualsiasi melodia più dolce risuoni quaggiù e attragga maggiormente l'anima a sé, sembrerebbe una nube che si squarcia tuonando, paragonata al suono di quella lira con cui si coronava il bellissimo zaffiro di cui il cielo più luminoso si adorna. · Versi 94-102
«Io sono amore angelico, che giro
103 l’alta letizia che spira del ventre
104 che fu albergo del nostro disiro;
105 e girerommi, donna del ciel, mentre
106 che seguirai tuo figlio, e farai dia
107 più la spera suprema perché lì entre».
108 «Io sono l'amore angelico che fa ruotare l'alta letizia che spira dal grembo che fu dimora del nostro desiderio; e continuerò a girare, signora del cielo, finché tu seguirai tuo figlio, e farai divenire ancor più divina la sfera suprema perché tu vi entri». · Versi 103-108
Così la circulata melodia
109 si sigillava, e tutti li altri lumi
110 facean sonare il nome di Maria.
111 Lo real manto di tutti i volumi
112 del mondo, che più ferve e più s’avviva
113 ne l’alito di Dio e nei costumi,
114 Così quella melodia circolare si chiudeva, e tutte le altre luci facevano risuonare il nome di Maria. Il manto reale di tutti i cieli del mondo, che arde e si ravviva sempre più nel soffio di Dio e nelle sue leggi, · Versi 109-114
avea sopra di noi l’interna riva
115 tanto distante, che la sua parvenza,
116 là dov’ io era, ancor non appariva:
117 però non ebber li occhi miei potenza
118 di seguitar la coronata fiamma
119 che si levò appresso sua semenza.
120 E come fantolin che ’nver’ la mamma
121 tende le braccia, poi che ’l latte prese,
122 per l’animo che ’nfin di fuor s’infiamma;
123 aveva sopra di noi il suo orlo interno così lontano che il suo aspetto, dove mi trovavo io, ancora non si vedeva: per questo i miei occhi non ebbero la forza di seguire la fiamma incoronata che salì vicino alla sua sorgente. E come un bambino che tende le braccia verso la mamma, dopo aver preso il latte, spinto dall'affetto che gli infiamma l'anima fino in superficie, · Versi 115-123
ciascun di quei candori in sù si stese
124 con la sua cima, sì che l’alto affetto
125 ch’elli avieno a Maria mi fu palese.
126 Indi rimaser lì nel mio cospetto,
127 ‘Regina celi’ cantando sì dolce,
128 che mai da me non si partì ’l diletto.
129 Oh quanta è l’ubertà che si soffolce
130 in quelle arche ricchissime che fuoro
131 a seminar qua giù buone bobolce!
132 ciascuna di quelle luci si allungò verso l'alto con la sua punta, così che mi fu chiaro il profondo amore che esse portavano a Maria. Poi rimasero davanti a me, cantando così dolcemente «Regina celi» che la gioia non si staccò mai da me. Oh quant'è grande l'abbondanza che si raccoglie in quei scrigni preziosissimi, che furono seminatori quaggiù di buone messi! · Versi 124-132
Quivi si vive e gode del tesoro
133 che s’acquistò piangendo ne lo essilio
134 di Babillòn, ove si lasciò l’oro.
135 Quivi trïunfa, sotto l’alto Filio
136 di Dio e di Maria, di sua vittoria,
137 e con l’antico e col novo concilio,
138 colui che tien le chiavi di tal gloria.
139 Lì si vive e si gode del tesoro che fu acquistato piangendo nell'esilio di Babilonia, dove si lasciò l'oro. Lì trionfa, sotto l'alto Figlio di Dio e di Maria, della sua vittoria, e insieme con l'antico e con il nuovo concilio, colui che detiene le chiavi di tale gloria. · Versi 133-139
L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/paradiso/canto-23