← Canto V

炼狱篇, 第六歌

Canto VII →

索尔戴洛与对意大利的怒吼

诗歌导读

我们身在何处

但丁艰难地从暴死者的群氓中脱身,边许诺着祈祷边向维吉尔提出一个神学疑问:经文上说祈祷能扭转天界的裁决,而这些灵魂却仍在请求祈祷。夕阳西下,山丘的阴影将二人笼罩,攀登变得难以确定。不久之后,维吉尔望见远处一个孤立的灵魂,那灵魂能够指明道路。

我们遇见谁

在那群灵魂中出现了被基恩·迪·塔科残害致死(双臂被猛力扼杀)的阿雷蒂诺人、在追逐中溺水而亡的人、费德里戈·诺维洛、那位使贤良的马尔祖科显得坚强的比萨人、奥尔索伯爵以及皮埃尔·达拉·布罗恰。随后,一个新的人物从群体中分离出来:戈伊托的索尔戴洛——一位曼托瓦的诗人——他在听到维吉里的籍贯时,便如遇同乡般奔上前去拥抱他。

期待什么

两位曼托瓦人的拥抱之后,爆发出政治性的怒吼:沦为奴役、失去指引的意大利、不在场的皇帝、彼此攻伐的城邦,随后是一支射向佛罗伦萨的冷箭——它每个月都在更换法律。关于祈祷的疑问仅得到部分解答:唯有身在峰顶的贝阿特丽切,才能阐明单凭理性所无法解释之事。此刻,索尔戴洛执起两位朝圣者的手,引导他们前行。

阅读本篇

炼狱篇 · 第六歌
释义

Quando si parte il gioco de la zara,

1

colui che perde si riman dolente,

2

repetendo le volte, e tristo impara;

3

con l’altro se ne va tutta la gente;

4

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

5

e qual dallato li si reca a mente;

6

el non s’arresta, e questo e quello intende;

7

a cui porge la man, più non fa pressa;

8

e così da la calca si difende.

9

Tal era io in quella turba spessa,

10

volgendo a loro, e qua e là, la faccia,

11

e promettendo mi sciogliea da essa.

12

Quiv’ era l’Aretin che da le braccia

13

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

14

e l’altro ch’annegò correndo in caccia.

15

Quivi pregava con le mani sporte

16

Federigo Novello, e quel da Pisa

17

che fé parer lo buon Marzucco forte.

18

Vidi conte Orso e l’anima divisa

19

dal corpo suo per astio e per inveggia,

20

com’ e’ dicea, non per colpa commisa;

21

Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

22

mentr’ è di qua, la donna di Brabante,

23

sì che però non sia di peggior greggia.

24

Come libero fui da tutte quante

25

quell’ ombre che pregar pur ch’altri prieghi,

26

sì che s’avacci lor divenir sante,

27

io cominciai: «El par che tu mi nieghi,

28

o luce mia, espresso in alcun testo

29

che decreto del cielo orazion pieghi;

30

e questa gente prega pur di questo:

31

sarebbe dunque loro speme vana,

32

o non m’è ’l detto tuo ben manifesto?».

33

Ed elli a me: «La mia scrittura è piana;

34

e la speranza di costor non falla,

35

se ben si guarda con la mente sana;

36

ché cima di giudicio non s’avvalla

37

perché foco d’amor compia in un punto

38

ciò che de’ sodisfar chi qui s’astalla;

39

e là dov’ io fermai cotesto punto,

40

non s’ammendava, per pregar, difetto,

41

perché ’l priego da Dio era disgiunto.

42

Veramente a così alto sospetto

43

non ti fermar, se quella nol ti dice

44

che lume fia tra ’l vero e lo ’ntelletto.

45

Non so se ’ntendi: io dico di Beatrice;

46

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

47

di questo monte, ridere e felice».

48

E io: «Segnore, andiamo a maggior fretta,

49

ché già non m’affatico come dianzi,

50

e vedi omai che ’l poggio l’ombra getta».

51

«Noi anderem con questo giorno innanzi»,

52

rispuose, «quanto più potremo omai;

53

ma ’l fatto è d’altra forma che non stanzi.

54

Prima che sie là sù, tornar vedrai

55

colui che già si cuopre de la costa,

56

sì che ’ suoi raggi tu romper non fai.

57

Ma vedi là un’anima che, posta

58

sola soletta, inverso noi riguarda:

59

quella ne ’nsegnerà la via più tosta».

60

Venimmo a lei: o anima lombarda,

61

come ti stavi altera e disdegnosa

62

e nel mover de li occhi onesta e tarda!

63

Ella non ci dicëa alcuna cosa,

64

ma lasciavane gir, solo sguardando

65

a guisa di leon quando si posa.

66

Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

67

che ne mostrasse la miglior salita;

68

e quella non rispuose al suo dimando,

69

ma di nostro paese e de la vita

70

ci ’nchiese; e ’l dolce duca incominciava

71

«Mantüa . . . », e l’ombra, tutta in sé romita,

72

surse ver’ lui del loco ove pria stava,

73

dicendo: «O Mantoano, io son Sordello

74

de la tua terra!»; e l’un l’altro abbracciava.

75

Ahi serva Italia, di dolore ostello,

76

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

77

non donna di province, ma bordello!

78

Quell’ anima gentil fu così presta,

79

sol per lo dolce suon de la sua terra,

80

di fare al cittadin suo quivi festa;

81

e ora in te non stanno sanza guerra

82

li vivi tuoi, e l’un l’altro si rode

83

di quei ch’un muro e una fossa serra.

84

Cerca, misera, intorno da le prode

85

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

86

s’alcuna parte in te di pace gode.

87

Che val perché ti racconciasse il freno

88

Iustinïano, se la sella è vòta?

89

Sanz’ esso fora la vergogna meno.

90

Ahi gente che dovresti esser devota,

91

e lasciar seder Cesare in la sella,

92

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

93

guarda come esta fiera è fatta fella

94

per non esser corretta da li sproni,

95

poi che ponesti mano a la predella.

96

O Alberto tedesco ch’abbandoni

97

costei ch’è fatta indomita e selvaggia,

98

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

99

giusto giudicio da le stelle caggia

100

sovra ’l tuo sangue, e sia novo e aperto,

101

tal che ’l tuo successor temenza n’aggia!

102

Ch’avete tu e ’l tuo padre sofferto,

103

per cupidigia di costà distretti,

104

che ’l giardin de lo ’mperio sia diserto.

105

Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

106

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

107

color già tristi, e questi con sospetti!

108

Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

109

d’i tuoi gentili, e cura lor magagne;

110

e vedrai Santafior com’ è oscura!

111

Vieni a veder la tua Roma che piagne

112

vedova e sola, e dì e notte chiama:

113

«Cesare mio, perché non m’accompagne?».

114

Vieni a veder la gente quanto s’ama!

115

e se nulla di noi pietà ti move,

116

a vergognar ti vien de la tua fama.

117

E se licito m’è, o sommo Giove

118

che fosti in terra per noi crucifisso,

119

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

120

O è preparazion che ne l’abisso

121

del tuo consiglio fai per alcun bene

122

in tutto de l’accorger nostro scisso?

123

Ché le città d’Italia tutte piene

124

son di tiranni, e un Marcel diventa

125

ogne villan che parteggiando viene.

126

Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

127

di questa digression che non ti tocca,

128

mercé del popol tuo che si argomenta.

129

Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

130

per non venir sanza consiglio a l’arco;

131

ma il popol tuo l’ha in sommo de la bocca.

132

Molti rifiutan lo comune incarco;

133

ma il popol tuo solicito risponde

134

sanza chiamare, e grida: «I’ mi sobbarco!».

135

Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

136

tu ricca, tu con pace e tu con senno!

137

S’io dico ’l ver, l’effetto nol nasconde.

138

Atene e Lacedemona, che fenno

139

l’antiche leggi e furon sì civili,

140

fecero al viver bene un picciol cenno

141

verso di te, che fai tanto sottili

142

provedimenti, ch’a mezzo novembre

143

non giugne quel che tu d’ottobre fili.

144

Quante volte, del tempo che rimembre,

145

legge, moneta, officio e costume

146

hai tu mutato, e rinovate membre!

147

E se ben ti ricordi e vedi lume,

148

vedrai te somigliante a quella inferma

149

che non può trovar posa in su le piume,

150

ma con dar volta suo dolore scherma.

151