诗歌导读 我们身在何处 Siamo nella foresta del Paradiso terrestre, sulla cima del Purgatorio. Il corteo sacro si è fermato dopo la visione del carro trasformato, e le sette donne intonano un salmo. Beatrice si stacca dal gruppo, chiama a sé Dante con uno sguardo, e prende la parola per interpretare la visione e annunciare il futuro.
我们遇见谁 Beatrice parla con autorità profetica, rimprovera Dante perché la sua scuola filosofica non basta a intendere le parole divine, e lo richiama al sonno e all'oblio di Lete. Matelda spiega la fontana da cui nascono Eunoè e Lete, e riceve l'incarico di portare Dante a Eunoè. Stazio viene invitato da Matelda ad accompagnarli, mentre le sette donne guidano il corteo fino a un'ombra.
期待什么 Dopo la profezia e il rimprovero, Dante beve da Eunoè, l'acqua che ristora la memoria del bene compiuto. Il pellegrino esce dalla cantica rinnovato, puro e pronto a salire alle stelle, ma senza una separazione esplicita da Virgilio nei versi di questo canto.
‘Deus, venerunt gentes’, alternando
1 or tre or quattro dolce salmodia,
2 le donne incominciaro, e lagrimando;
3 e Bëatrice, sospirosa e pia,
4 quelle ascoltava sì fatta, che poco
5 più a la croce si cambiò Maria.
6 Ma poi che l’altre vergini dier loco
7 a lei di dir, levata dritta in pè,
8 rispuose, colorata come foco:
9 ‘Modicum, et non videbitis me;
10 et iterum, sorelle mie dilette,
11 modicum, et vos videbitis me’.
12 Poi le si mise innanzi tutte e sette,
13 e dopo sé, solo accennando, mosse
14 me e la donna e ’l savio che ristette.
15 Così sen giva; e non credo che fosse
16 lo decimo suo passo in terra posto,
17 quando con li occhi li occhi mi percosse;
18 e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,
19 mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,
20 ad ascoltarmi tu sie ben disposto».
21 Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,
22 dissemi: «Frate, perché non t’attenti
23 a domandarmi omai venendo meco?».
24 Come a color che troppo reverenti
25 dinanzi a suo maggior parlando sono,
26 che non traggon la voce viva ai denti,
27 avvenne a me, che sanza intero suono
28 incominciai: «Madonna, mia bisogna
29 voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».
30 Ed ella a me: «Da tema e da vergogna
31 voglio che tu omai ti disviluppe,
32 sì che non parli più com’ om che sogna.
33 Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,
34 fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda
35 che vendetta di Dio non teme suppe.
36 Non sarà tutto tempo sanza reda
37 l’aguglia che lasciò le penne al carro,
38 per che divenne mostro e poscia preda;
39 ch’io veggio certamente, e però il narro,
40 a darne tempo già stelle propinque,
41 secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,
42 nel quale un cinquecento diece e cinque,
43 messo di Dio, anciderà la fuia
44 con quel gigante che con lei delinque.
45 E forse che la mia narrazion buia,
46 qual Temi e Sfinge, men ti persuade,
47 perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;
48 ma tosto fier li fatti le Naiade,
49 che solveranno questo enigma forte
50 sanza danno di pecore o di biade.
51 Tu nota; e sì come da me son porte,
52 così queste parole segna a’ vivi
53 del viver ch’è un correre a la morte.
54 E aggi a mente, quando tu le scrivi,
55 di non celar qual hai vista la pianta
56 ch’è or due volte dirubata quivi.
57 Qualunque ruba quella o quella schianta,
58 con bestemmia di fatto offende a Dio,
59 che solo a l’uso suo la creò santa.
60 Per morder quella, in pena e in disio
61 cinquemilia anni e più l’anima prima
62 bramò colui che ’l morso in sé punio.
63 Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima
64 per singular cagione esser eccelsa
65 lei tanto e sì travolta ne la cima.
66 E se stati non fossero acqua d’Elsa
67 li pensier vani intorno a la tua mente,
68 e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,
69 per tante circostanze solamente
70 la giustizia di Dio, ne l’interdetto,
71 conosceresti a l’arbor moralmente.
72 Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto
73 fatto di pietra e, impetrato, tinto,
74 sì che t’abbaglia il lume del mio detto,
75 voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,
76 che ’l te ne porti dentro a te per quello
77 che si reca il bordon di palma cinto».
78 E io: «Sì come cera da suggello,
79 che la figura impressa non trasmuta,
80 segnato è or da voi lo mio cervello.
81 Ma perché tanto sovra mia veduta
82 vostra parola disïata vola,
83 che più la perde quanto più s’aiuta?».
84 «Perché conoschi», disse, «quella scuola
85 c’hai seguitata, e veggi sua dottrina
86 come può seguitar la mia parola;
87 e veggi vostra via da la divina
88 distar cotanto, quanto si discorda
89 da terra il ciel che più alto festina».
90 Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda
91 ch’i’ stranïasse me già mai da voi,
92 né honne coscïenza che rimorda».
93 «E se tu ricordar non te ne puoi»,
94 sorridendo rispuose, «or ti rammenta
95 come bevesti di Letè ancoi;
96 e se dal fummo foco s’argomenta,
97 cotesta oblivïon chiaro conchiude
98 colpa ne la tua voglia altrove attenta.
99 Veramente oramai saranno nude
100 le mie parole, quanto converrassi
101 quelle scovrire a la tua vista rude».
102 E più corusco e con più lenti passi
103 teneva il sole il cerchio di merigge,
104 che qua e là, come li aspetti, fassi,
105 quando s’affisser, sì come s’affigge
106 chi va dinanzi a gente per iscorta
107 se trova novitate o sue vestigge,
108 le sette donne al fin d’un’ombra smorta,
109 qual sotto foglie verdi e rami nigri
110 sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.
111 Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri
112 veder mi parve uscir d’una fontana,
113 e, quasi amici, dipartirsi pigri.
114 «O luce, o gloria de la gente umana,
115 che acqua è questa che qui si dispiega
116 da un principio e sé da sé lontana?».
117 Per cotal priego detto mi fu: «Priega
118 Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,
119 come fa chi da colpa si dislega,
120 la bella donna: «Questo e altre cose
121 dette li son per me; e son sicura
122 che l’acqua di Letè non gliel nascose».
123 E Bëatrice: «Forse maggior cura,
124 che spesse volte la memoria priva,
125 fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.
126 Ma vedi Eünoè che là diriva:
127 menalo ad esso, e come tu se’ usa,
128 la tramortita sua virtù ravviva».
129 Come anima gentil, che non fa scusa,
130 ma fa sua voglia de la voglia altrui
131 tosto che è per segno fuor dischiusa;
132 così, poi che da essa preso fui,
133 la bella donna mossesi, e a Stazio
134 donnescamente disse: «Vien con lui».
135 S’io avessi, lettor, più lungo spazio
136 da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
137 lo dolce ber che mai non m’avria sazio;
138 ma perché piene son tutte le carte
139 ordite a questa cantica seconda,
140 non mi lascia più ir lo fren de l’arte.
141 Io ritornai da la santissima onda
142 rifatto sì come piante novelle
143 rinovellate di novella fronda,
144 puro e disposto a salire a le stelle.
145 https://divinacommediaonline.it/zh/lianyu/canto-33