诗歌导读
我们身在何处
在凡尼·富奇的预言之后,我们仍停留在第七沟——盗贼之沟——的边缘。最初的冲突是一场令人迷失的视觉奇观:身体相互融合、交换肢体、变成爬行动物。但丁从边缘注视着,目光与心神都被这不断的变形所扰乱。
我们遇见谁
卡科,一匹半身马,背覆蛇群,肩胛上盘踞着一条龙,维吉尔认出他并指出他正是那个因盗窃吉里翁牛群而被赫拉克勒斯杀死的传说中的盗贼。随后,三个罪人登场,穿过沟壑:其中一人呼唤齐安法,随即被一条六足蛇咬住并缠缚;第二人被一条小蛇刺穿,与蛇一同变形;第三人保持原样,他便是普乔·先卡托。最终逃走的蛇形之人念出了博索的名字,点明了如今正匍匐爬行的同伴。
期待什么
经历了这些变形之后,但丁心中将留存着身份消融与互换的意象,以及关于每个罪人究竟曾是谁的疑问。旅程继续向第八沟前行,那里是为制造不和者所设,刑罚的类型也将彻底改变。
Al fine de le sue parole il ladro
1le mani alzò con amendue le fiche,
2gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
3Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
4perch’ una li s’avvolse allora al collo,
5come dicesse ‘Non vo’ che più diche’;
6e un’altra a le braccia, e rilegollo,
7ribadendo sé stessa sì dinanzi,
8che non potea con esse dare un crollo.
9Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
10d’incenerarti sì che più non duri,
11poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
12Per tutt’ i cerchi de lo ’nferno scuri
13non vidi spirto in Dio tanto superbo,
14non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
15El si fuggì che non parlò più verbo;
16e io vidi un centauro pien di rabbia
17venir chiamando: «Ov’ è, ov’ è l’acerbo?».
18Maremma non cred’ io che tante n’abbia,
19quante bisce elli avea su per la groppa
20infin ove comincia nostra labbia.
21Sovra le spalle, dietro da la coppa,
22con l’ali aperte li giacea un draco;
23e quello affuoca qualunque s’intoppa.
24Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
25che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
26di sangue fece spesse volte laco.
27Non va co’ suoi fratei per un cammino,
28per lo furto che frodolente fece
29del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
30onde cessar le sue opere biece
31sotto la mazza d’Ercule, che forse
32gliene diè cento, e non sentì le diece».
33Mentre che sì parlava, ed el trascorse,
34e tre spiriti venner sotto noi,
35de’ quai né io né ’l duca mio s’accorse,
36se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
37per che nostra novella si ristette,
38e intendemmo pur ad essi poi.
39Io non li conoscea; ma ei seguette,
40come suol seguitar per alcun caso,
41che l’un nomar un altro convenette,
42dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
43per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
44mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
45Se tu se’ or, lettore, a creder lento
46ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
47ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
48Com’ io tenea levate in lor le ciglia,
49e un serpente con sei piè si lancia
50dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
51Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
52e con li anterïor le braccia prese;
53poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
54li diretani a le cosce distese,
55e miseli la coda tra ’mbedue
56e dietro per le ren sù la ritese.
57Ellera abbarbicata mai non fue
58ad alber sì, come l’orribil fiera
59per l’altrui membra avviticchiò le sue.
60Poi s’appiccar, come di calda cera
61fossero stati, e mischiar lor colore,
62né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
63come procede innanzi da l’ardore,
64per lo papiro suso, un color bruno
65che non è nero ancora e ’l bianco more.
66Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
67gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
68Vedi che già non se’ né due né uno».
69Già eran li due capi un divenuti,
70quando n’apparver due figure miste
71in una faccia, ov’ eran due perduti.
72Fersi le braccia due di quattro liste;
73le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
74divenner membra che non fuor mai viste.
75Ogne primaio aspetto ivi era casso:
76due e nessun l’imagine perversa
77parea; e tal sen gio con lento passo.
78Come ’l ramarro sotto la gran fersa
79dei dì canicular, cangiando sepe,
80folgore par se la via attraversa,
81sì pareva, venendo verso l’epe
82de li altri due, un serpentello acceso,
83livido e nero come gran di pepe;
84e quella parte onde prima è preso
85nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
86poi cadde giuso innanzi lui disteso.
87Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
88anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
89pur come sonno o febbre l’assalisse.
90Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
91l’un per la piaga e l’altro per la bocca
92fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
93Taccia Lucano ormai là dov’ e’ tocca
94del misero Sabello e di Nasidio,
95e attenda a udir quel ch’or si scocca.
96Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
97ché se quello in serpente e quella in fonte
98converte poetando, io non lo ’nvidio;
99ché due nature mai a fronte a fronte
100non trasmutò sì ch’amendue le forme
101a cambiar lor matera fosser pronte.
102Insieme si rispuosero a tai norme,
103che ’l serpente la coda in forca fesse,
104e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
105Le gambe con le cosce seco stesse
106s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
107non facea segno alcun che si paresse.
108Togliea la coda fessa la figura
109che si perdeva là, e la sua pelle
110si facea molle, e quella di là dura.
111Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
112e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
113tanto allungar quanto accorciavan quelle.
114Poscia li piè di rietro, insieme attorti,
115diventaron lo membro che l’uom cela,
116e ’l misero del suo n’avea due porti.
117Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
118di color novo, e genera ’l pel suso
119per l’una parte e da l’altra il dipela,
120l’un si levò e l’altro cadde giuso,
121non torcendo però le lucerne empie,
122sotto le quai ciascun cambiava muso.
123Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
124e di troppa matera ch’in là venne
125uscir li orecchi de le gote scempie;
126ciò che non corse in dietro e si ritenne
127di quel soverchio, fé naso a la faccia
128e le labbra ingrossò quanto convenne.
129Quel che giacëa, il muso innanzi caccia,
130e li orecchi ritira per la testa
131come face le corna la lumaccia;
132e la lingua, ch’avëa unita e presta
133prima a parlar, si fende, e la forcuta
134ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
135L’anima ch’era fiera divenuta,
136suffolando si fugge per la valle,
137e l’altro dietro a lui parlando sputa.
138Poscia li volse le novelle spalle,
139e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
140com’ ho fatt’ io, carpon per questo calle».
141Così vid’ io la settima zavorra
142mutare e trasmutare; e qui mi scusi
143la novità se fior la penna abborra.
144E avvegna che li occhi miei confusi
145fossero alquanto e l’animo smagato,
146non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
147ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
148ed era quel che sol, di tre compagni
149che venner prima, non era mutato;
150l’altr’ era quel che tu, Gaville, piagni.
151https://divinacommediaonline.it/zh/diyu/canto-25