诗歌导读
我们身在何处
我们身处第七与第八道沟壑之间断裂的桥上。开篇的矛盾在于艰难的攀登:但丁在岩石间一步步挣扎,坐下后筋疲力尽,维吉尔严厉地斥责他,劝他站起来,因为下沉的旅程还很长。一阵含混不清的声音从下方的沟壑中升起,促使二人沿着桥顶下到第八道沟壑。
我们遇见谁
登场的是万尼·富奇,野兽,皮斯托亚人,曾盗取圣器室珍宝的窃贼,死后不久便被蛇群中的一个刺透,随即崩解为灰烬,接着尘土骤然重新聚合:这一形象常被解读为对凤凰重生的倒置,此处用作刑罚的象征。维吉尔仅以其行动出现:他将但丁抬上桥,斥责他,随后替弟子向罪人发问。
期待什么
会面之后,但丁既获得一份忏悔,也收获一段苦涩的预言:富奇预告托斯卡纳白党遭屠杀,一场源自马格拉河谷的风暴将猛击皮切诺平原。读者由此为一份沉重的政治预言做好准备,旅行者被要求聆听它,并将这份重负带出沟壑之外。
In quella parte del giovanetto anno
1che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
2e già le notti al mezzo dì sen vanno,
3quando la brina in su la terra assempra
4l’imagine di sua sorella bianca,
5ma poco dura a la sua penna tempra,
6lo villanello a cui la roba manca,
7si leva, e guarda, e vede la campagna
8biancheggiar tutta; ond’ ei si batte l’anca,
9ritorna in casa, e qua e là si lagna,
10come ’l tapin che non sa che si faccia;
11poi riede, e la speranza ringavagna,
12veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
13in poco d’ora, e prende suo vincastro
14e fuor le pecorelle a pascer caccia.
15Così mi fece sbigottir lo mastro
16quand’ io li vidi sì turbar la fronte,
17e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
18ché, come noi venimmo al guasto ponte,
19lo duca a me si volse con quel piglio
20dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
21Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
22eletto seco riguardando prima
23ben la ruina, e diedemi di piglio.
24E come quei ch’adopera ed estima,
25che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
26così, levando me sù ver’ la cima
27d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
28dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
29ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
30Non era via da vestito di cappa,
31ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
32potavam sù montar di chiappa in chiappa.
33E se non fosse che da quel precinto
34più che da l’altro era la costa corta,
35non so di lui, ma io sarei ben vinto.
36Ma perché Malebolge inver’ la porta
37del bassissimo pozzo tutta pende,
38lo sito di ciascuna valle porta
39che l’una costa surge e l’altra scende;
40noi pur venimmo al fine in su la punta
41onde l’ultima pietra si scoscende.
42La lena m’era del polmon sì munta
43quand’ io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
44anzi m’assisi ne la prima giunta.
45«Omai convien che tu così ti spoltre»,
46disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
47in fama non si vien, né sotto coltre;
48sanza la qual chi sua vita consuma,
49cotal vestigio in terra di sé lascia,
50qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
51E però leva sù; vinci l’ambascia
52con l’animo che vince ogne battaglia,
53se col suo grave corpo non s’accascia.
54Più lunga scala convien che si saglia;
55non basta da costoro esser partito.
56Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
57Leva’mi allor, mostrandomi fornito
58meglio di lena ch’i’ non mi sentia,
59e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
60Su per lo scoglio prendemmo la via,
61ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
62ed erto più assai che quel di pria.
63Parlando andava per non parer fievole;
64onde una voce uscì de l’altro fosso,
65a parole formar disconvenevole.
66Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
67fossi de l’arco già che varca quivi;
68ma chi parlava ad ire parea mosso.
69Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
70non poteano ire al fondo per lo scuro;
71per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
72da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
73ché, com’ i’ odo quinci e non intendo,
74così giù veggio e neente affiguro».
75«Altra risposta», disse, «non ti rendo
76se non lo far; ché la dimanda onesta
77si de’ seguir con l’opera tacendo».
78Noi discendemmo il ponte da la testa
79dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
80e poi mi fu la bolgia manifesta:
81e vidivi entro terribile stipa
82di serpenti, e di sì diversa mena
83che la memoria il sangue ancor mi scipa.
84Più non si vanti Libia con sua rena;
85ché se chelidri, iaculi e faree
86produce, e cencri con anfisibena,
87né tante pestilenzie né sì ree
88mostrò già mai con tutta l’Etïopia
89né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
90Tra questa cruda e tristissima copia
91corrëan genti nude e spaventate,
92sanza sperar pertugio o elitropia:
93con serpi le man dietro avean legate;
94quelle ficcavan per le ren la coda
95e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
96Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
97s’avventò un serpente che ’l trafisse
98là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
99Né O sì tosto mai né I si scrisse,
100com’ el s’accese e arse, e cener tutto
101convenne che cascando divenisse;
102e poi che fu a terra sì distrutto,
103la polver si raccolse per sé stessa
104e ’n quel medesmo ritornò di butto.
105Così per li gran savi si confessa
106che la fenice more e poi rinasce,
107quando al cinquecentesimo anno appressa;
108erba né biado in sua vita non pasce,
109ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
110e nardo e mirra son l’ultime fasce.
111E qual è quel che cade, e non sa como,
112per forza di demon ch’a terra il tira,
113o d’altra oppilazion che lega l’omo,
114quando si leva, che ’ntorno si mira
115tutto smarrito de la grande angoscia
116ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
117tal era ’l peccator levato poscia.
118Oh potenza di Dio, quant’ è severa,
119che cotai colpi per vendetta croscia!
120Lo duca il domandò poi chi ello era;
121per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
122poco tempo è, in questa gola fiera.
123Vita bestial mi piacque e non umana,
124sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
125bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
126E ïo al duca: «Dilli che non mucci,
127e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
128ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
129E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
130ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
131e di trista vergogna si dipinse;
132poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
133ne la miseria dove tu mi vedi,
134che quando fui de l’altra vita tolto.
135Io non posso negar quel che tu chiedi;
136in giù son messo tanto perch’ io fui
137ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
138e falsamente già fu apposto altrui.
139Ma perché di tal vista tu non godi,
140se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
141apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
142Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
143poi Fiorenza rinova gente e modi.
144Tragge Marte vapor di Val di Magra
145ch’è di torbidi nuvoli involuto;
146e con tempesta impetüosa e agra
147sovra Campo Picen fia combattuto;
148ond’ ei repente spezzerà la nebbia,
149sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
150E detto l’ho perché doler ti debbia!».
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