Guida al canto Dove siamo Sulla palude di Stige, una barca guidata da Flegias porta Dante verso la città di Dite. Il fango è denso, la navigazione lenta: la torre con le due fiammelle resta alle spalle, mentre in lontananza le mura di Dite brillano di un rosso infuocato, segno del fuoco eterno che le arroventa da dentro.
Chi incontriamo Flegias, il traghettatore collerico, accoglie Dante con un grido e poi rema in silenzio, pieno di rabbia trattenuta. Filippo Argenti, fiorentino superbo, riconosce Dante e cerca di abbracciarlo, ma gli altri iracondi lo prendono a morsi e lo sbranano nella broda. Sui baluardi di Dite appaiono i diavoli piovuti dal cielo, che sbarrano l'ingresso a Virgilio.
Cosa aspettarsi Lasciato solo fuori dalle mura, Dante dovrà vincere la paura dell'abbandono. Virgilio entra a trattare con i diavoli, ma la vera svolta arriverà dal cielo: un messo aprirà la porta senza che i diavoli possano opporsi, e la discesa nei cerchi inferiori potrà finalmente cominciare.
Io dico, seguitando, ch’assai prima
1 che noi fossimo al piè de l’alta torre,
2 li occhi nostri n’andar suso a la cima
3 per due fiammette che i vedemmo porre,
4 e un’altra da lungi render cenno,
5 tanto ch’a pena il potea l’occhio tòrre.
6 Scorgemmo due fiammelle accese lassù e una terza, più lontana, che rispondeva con segnali, tanto che l'occhio faceva fatica a distinguerla. · Versi 4-6
E io mi volsi al mar di tutto ’l senno;
7 dissi: «Questo che dice? e che risponde
8 quell’ altro foco? e chi son quei che ’l fenno?».
9 Ed elli a me: «Su per le sucide onde
10 già scorgere puoi quello che s’aspetta,
11 se ’l fummo del pantan nol ti nasconde».
12 Corda non pinse mai da sé saetta
13 che sì corresse via per l’aere snella,
14 com’ io vidi una nave piccioletta
15 venir per l’acqua verso noi in quella,
16 sotto ’l governo d’un sol galeoto,
17 che gridava: «Or se’ giunta, anima fella!».
18 «Flegïàs, Flegïàs, tu gridi a vòto»,
19 disse lo mio segnore, «a questa volta:
20 più non ci avrai che sol passando il loto».
21 «Flegias, Flegias, stai gridando inutilmente», disse il mio maestro. «Questa volta ci avrai solo mentre attraversiamo il fango». · Versi 19-21
Qual è colui che grande inganno ascolta
22 che li sia fatto, e poi se ne rammarca,
23 fecesi Flegïàs ne l’ira accolta.
24 Lo duca mio discese ne la barca,
25 e poi mi fece intrare appresso lui;
26 e sol quand’ io fui dentro parve carca.
27 Tosto che ’l duca e io nel legno fui,
28 segando se ne va l’antica prora
29 de l’acqua più che non suol con altrui.
30 Mentre noi corravam la morta gora,
31 dinanzi mi si fece un pien di fango,
32 e disse: «Chi se’ tu che vieni anzi ora?».
33 E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;
34 ma tu chi se’, che sì se’ fatto brutto?».
35 Rispuose: «Vedi che son un che piango».
36 Gli risposi: «Se sono arrivato, non resto qui. Ma tu chi sei, ridotto in questo stato così orribile?». E lui: «Vedi, sono uno che piange». · Versi 34-36
E io a lui: «Con piangere e con lutto,
37 spirito maladetto, ti rimani;
38 ch’i’ ti conosco, ancor sie lordo tutto».
39 Allor distese al legno ambo le mani;
40 per che ’l maestro accorto lo sospinse,
41 dicendo: «Via costà con li altri cani!».
42 Allora quello allungò entrambe le mani verso la barca, ma il mio maestro, che era svelto, lo respinse dicendo: «Via di qui con gli altri cani!». · Versi 40-42
Lo collo poi con le braccia mi cinse;
43 basciommi ’l volto e disse: «Alma sdegnosa,
44 benedetta colei che ’n te s’incinse!
45 Quei fu al mondo persona orgogliosa;
46 bontà non è che sua memoria fregi:
47 così s’è l’ombra sua qui furïosa.
48 Quanti si tegnon or là sù gran regi
49 che qui staranno come porci in brago,
50 di sé lasciando orribili dispregi!».
51 E io: «Maestro, molto sarei vago
52 di vederlo attuffare in questa broda
53 prima che noi uscissimo del lago».
54 Ed elli a me: «Avante che la proda
55 ti si lasci veder, tu sarai sazio:
56 di tal disïo convien che tu goda».
57 Dopo ciò poco vid’ io quello strazio
58 far di costui a le fangose genti,
59 che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.
60 Tutti gridavano: «A Filippo Argenti!»;
61 e ’l fiorentino spirito bizzarro
62 in sé medesmo si volvea co’ denti.
63 Quivi il lasciammo, che più non ne narro;
64 ma ne l’orecchie mi percosse un duolo,
65 per ch’io avante l’occhio intento sbarro.
66 Lo lasciammo lì, perché non vale la pena raccontare altro; ma un lamento mi colpì le orecchie, così spalancai gli occhi davanti a me, attento. · Versi 64-66
Lo buon maestro disse: «Omai, figliuolo,
67 s’appressa la città c’ha nome Dite,
68 coi gravi cittadin, col grande stuolo».
69 Il buon maestro disse: «Ormai, figlio mio, si avvicina la città che si chiama Dite, con i suoi cittadini severi e il grande esercito». · Versi 67-69
E io: «Maestro, già le sue meschite
70 là entro certe ne la valle cerno,
71 vermiglie come se di foco uscite
72 fossero». Ed ei mi disse: «Il foco etterno
73 ch’entro l’affoca le dimostra rosse,
74 come tu vedi in questo basso inferno».
75 Noi pur giugnemmo dentro a l’alte fosse
76 che vallan quella terra sconsolata:
77 le mura mi parean che ferro fosse.
78 Non sanza prima far grande aggirata,
79 venimmo in parte dove il nocchier forte
80 «Usciteci», gridò: «qui è l’intrata».
81 Io vidi più di mille in su le porte
82 da ciel piovuti, che stizzosamente
83 dicean: «Chi è costui che sanza morte
84 va per lo regno de la morta gente?».
85 E ’l savio mio maestro fece segno
86 di voler lor parlar segretamente.
87 Allor chiusero un poco il gran disdegno
88 e disser: «Vien tu solo, e quei sen vada
89 che sì ardito intrò per questo regno.
90 Sol si ritorni per la folle strada:
91 pruovi, se sa; ché tu qui rimarrai,
92 che li ha’ iscorta sì buia contrada».
93 Pensa, lettor, se io mi sconfortai
94 nel suon de le parole maladette,
95 ché non credetti ritornarci mai.
96 Immagina, lettore, quanto mi sentii perdere il coraggio sentendo quelle parole maledette, perché non credevo di poter mai più tornare quaggiù. · Versi 94-96
«O caro duca mio, che più di sette
97 volte m’hai sicurtà renduta e tratto
98 d’alto periglio che ’ncontra mi stette,
99 non mi lasciar», diss’ io, «così disfatto;
100 e se ’l passar più oltre ci è negato,
101 ritroviam l’orme nostre insieme ratto».
102 E quel segnor che lì m’avea menato,
103 mi disse: «Non temer; ché ’l nostro passo
104 non ci può tòrre alcun: da tal n’è dato.
105 Ma qui m’attendi, e lo spirito lasso
106 conforta e ciba di speranza buona,
107 ch’i’ non ti lascerò nel mondo basso».
108 Così sen va, e quivi m’abbandona
109 lo dolce padre, e io rimagno in forse,
110 che sì e no nel capo mi tenciona.
111 Così se ne va e mi lascia solo, il dolce padre, e io resto nell'incertezza, con il sì e il no che litigano nella mia testa. · Versi 109-111
Udir non potti quello ch’a lor porse;
112 ma ei non stette là con essi guari,
113 che ciascun dentro a pruova si ricorse.
114 Chiuser le porte que’ nostri avversari
115 nel petto al mio segnor, che fuor rimase
116 e rivolsesi a me con passi rari.
117 Li occhi a la terra e le ciglia avea rase
118 d’ogne baldanza, e dicea ne’ sospiri:
119 «Chi m’ha negate le dolenti case!».
120 E a me disse: «Tu, perch’ io m’adiri,
121 non sbigottir, ch’io vincerò la prova,
122 qual ch’a la difension dentro s’aggiri.
123 Poi mi disse: «Tu, anche se mi vedi arrabbiato, non spaventarti: supererò la prova, qualsiasi cosa si muova là dentro per opporsi». · Versi 121-123
Questa lor tracotanza non è nova;
124 ché già l’usaro a men segreta porta,
125 la qual sanza serrame ancor si trova.
126 Sovr’ essa vedestù la scritta morta:
127 e già di qua da lei discende l’erta,
128 passando per li cerchi sanza scorta,
129 tal che per lui ne fia la terra aperta».
130 L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/inferno/canto-8