Guida al canto Dove siamo Pluto, demone del quarto cerchio, grida parole incomprensibili e blocca la discesa. Virgilio lo rimprovera ricordando la caduta di Lucifero, e il mostro crolla a terra come una vela svuotata dal vento. Il gruppo resta nel quarto cerchio, dove avari e prodighi si scontrano rotolando enormi pesi con il petto e gridandosi ingiurie a vicenda.
Chi incontriamo Pluto, custode del cerchio, appare come figura gonfia e canora, poi si ritira. Dante non riconosce nessun volto tra gli avari e i prodighi, perché la vita mondana li ha resi irriconoscibili. Virgilio spiega chi sono, chiarisce il senso della Fortuna e introduce gli iracondi immersi nella palude di Stige, che conclude il canto.
Cosa aspettarsi Dopo aver varcato il fiume Stige, Dante si avvicina a una torre dove sorvegliano le Furie e dove Filippo Argenti lo aspetta. Il prossimo ostacolo non è un peccato da guardare, ma un fiorentino collerico da incontrare, preludio all'ingresso nella città di Dite.
«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,
1 cominciò Pluto con la voce chioccia;
2 e quel savio gentil, che tutto seppe,
3 «Pape Satan, pape Satan aleppe!», cominciò Plutone con la voce rauca; e quel saggio gentile, che tutto conosceva, · Versi 1-3
disse per confortarmi: «Non ti noccia
4 la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
5 non ci torrà lo scender questa roccia».
6 Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
7 e disse: «Taci, maladetto lupo!
8 consuma dentro te con la tua rabbia.
9 Non è sanza cagion l’andare al cupo:
10 vuolsi ne l’alto, là dove Michele
11 fé la vendetta del superbo strupo».
12 Quali dal vento le gonfiate vele
13 caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
14 tal cadde a terra la fiera crudele.
15 Così scendemmo ne la quarta lacca,
16 pigliando più de la dolente ripa
17 che ’l mal de l’universo tutto insacca.
18 Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
19 nove travaglie e pene quant’ io viddi?
20 e perché nostra colpa sì ne scipa?
21 Come fa l’onda là sovra Cariddi,
22 che si frange con quella in cui s’intoppa,
23 così convien che qui la gente riddi.
24 Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,
25 e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,
26 voltando pesi per forza di poppa.
27 Qui vidi gente più che altrove in quantità, e da una parte e dall'altra, con grandi urla, spingendo pesi con la forza del petto. · Versi 25-27
Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
28 si rivolgea ciascun, voltando a retro,
29 gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».
30 Così tornavan per lo cerchio tetro
31 da ogne mano a l’opposito punto,
32 gridandosi anche loro ontoso metro;
33 poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,
34 per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
35 E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
36 poi ciascuno si voltava, quando era arrivato, per il suo mezzo cerchio verso l'altra contesa. E io, che avevo il cuore quasi trafitto, · Versi 34-36
dissi: «Maestro mio, or mi dimostra
37 che gente è questa, e se tutti fuor cherci
38 questi chercuti a la sinistra nostra».
39 Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci
40 sì de la mente in la vita primaia,
41 che con misura nullo spendio ferci.
42 Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
43 quando vegnono a’ due punti del cerchio
44 dove colpa contraria li dispaia.
45 Questi fuor cherci, che non han coperchio
46 piloso al capo, e papi e cardinali,
47 in cui usa avarizia il suo soperchio».
48 Questi furono chierici, che non hanno copertura pelosa sul capo, e papi e cardinali, nei quali l'avarizia dilaga smisuratamente». · Versi 46-48
E io: «Maestro, tra questi cotali
49 dovre’ io ben riconoscere alcuni
50 che furo immondi di cotesti mali».
51 Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:
52 la sconoscente vita che i fé sozzi,
53 ad ogne conoscenza or li fa bruni.
54 In etterno verranno a li due cozzi:
55 questi resurgeranno del sepulcro
56 col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
57 Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
58 ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
59 qual ella sia, parole non ci appulcro.
60 Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
61 d’i ben che son commessi a la fortuna,
62 per che l’umana gente si rabbuffa;
63 Ora puoi vedere, figlio, la breve beffa dei beni affidati alla fortuna, per cui l'umanità si accapiglia; · Versi 61-63
ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
64 e che già fu, di quest’ anime stanche
65 non poterebbe farne posare una».
66 «Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:
67 questa fortuna di che tu mi tocche,
68 che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».
69 «Maestro mio», dissi io, «dimmi ancora: questa fortuna di cui mi parli, che cos'è, che tiene i beni del mondo così in suo potere?». · Versi 67-69
E quelli a me: «Oh creature sciocche,
70 quanta ignoranza è quella che v’offende!
71 Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
72 Colui lo cui saver tutto trascende,
73 fece li cieli e diè lor chi conduce
74 sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
75 distribuendo igualmente la luce.
76 Similemente a li splendor mondani
77 ordinò general ministra e duce
78 che permutasse a tempo li ben vani
79 di gente in gente e d’uno in altro sangue,
80 oltre la difension d’i senni umani;
81 per ch’una gente impera e l’altra langue,
82 seguendo lo giudicio di costei,
83 che è occulto come in erba l’angue.
84 Vostro saver non ha contasto a lei:
85 questa provede, giudica, e persegue
86 suo regno come il loro li altri dèi.
87 Le sue permutazion non hanno triegue:
88 necessità la fa esser veloce;
89 sì spesso vien chi vicenda consegue.
90 Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce
91 pur da color che le dovrien dar lode,
92 dandole biasmo a torto e mala voce;
93 ma ella s’è beata e ciò non ode:
94 con l’altre prime creature lieta
95 volve sua spera e beata si gode.
96 Or discendiamo omai a maggior pieta;
97 già ogne stella cade che saliva
98 quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».
99 Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
100 sovr’ una fonte che bolle e riversa
101 per un fossato che da lei deriva.
102 L’acqua era buia assai più che persa;
103 e noi, in compagnia de l’onde bige,
104 intrammo giù per una via diversa.
105 In la palude va c’ha nome Stige
106 questo tristo ruscel, quand’ è disceso
107 al piè de le maligne piagge grige.
108 E io, che di mirare stava inteso,
109 vidi genti fangose in quel pantano,
110 ignude tutte, con sembiante offeso.
111 E io, che stavo intento a guardare, vidi in quel pantano gente infangata, tutte nude, con l'aspetto offeso. · Versi 109-111
Queste si percotean non pur con mano,
112 ma con la testa e col petto e coi piedi,
113 troncandosi co’ denti a brano a brano.
114 Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi
115 l’anime di color cui vinse l’ira;
116 e anche vo’ che tu per certo credi
117 che sotto l’acqua è gente che sospira,
118 e fanno pullular quest’ acqua al summo,
119 come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
120 Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo
121 ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,
122 portando dentro accidïoso fummo:
123 or ci attristiam ne la belletta negra”.
124 Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,
125 ché dir nol posson con parola integra».
126 Così girammo de la lorda pozza
127 grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,
128 con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
129 Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
130 L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
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