← Canto XXV

天堂篇, Canto XXVI

Canto XXVII →

论爱德、亚当与人类语言

诗歌导读

我们身在何处

但丁仍处于第八天,即第一行动天,光荣的诸圣环绕着一个极度明亮的光点旋转。地点未曾改变,但一盏比其他更辉煌的火焰开口发话,进行第三次审问——关于爱德。但丁的视力已被圣若翰的光辉耗尽,须由贝阿特丽切予以恢复。

我们遇见谁

圣若翰询问但丁:除理性与权威之外,还有什么吸引他趋向天主?在但丁作答之后,同一位圣若翰又引导出第二层爱的诘问。随后贝阿特丽切指出第四道光——那瞻仰其造物主的最初灵魂:他就是亚当。亚当讲述自身的经历,从地上乐园一直到他曾使用、如今已消亡的语言。

期待什么

与亚当的对话结束时,本篇以悬而未决的方式收束:贝阿特丽切指出第一行动天的三道光河——信、望、爱——并警诫但丁,使他准备瞻望她的容颜,并透过那容颜得见最终的天主之景。读者的向导由此等待由对谈进入静观的那一刻。

阅读本篇

天堂篇 · Canto XXVI
释义

Mentr’ io dubbiava per lo viso spento,

1

de la fulgida fiamma che lo spense

2

uscì un spiro che mi fece attento,

3

dicendo: «Intanto che tu ti risense

4

de la vista che haï in me consunta,

5

ben è che ragionando la compense.

6

Comincia dunque; e dì ove s’appunta

7

l’anima tua, e fa ragion che sia

8

la vista in te smarrita e non defunta:

9

perché la donna che per questa dia

10

regïon ti conduce, ha ne lo sguardo

11

la virtù ch’ebbe la man d’Anania».

12

Io dissi: «Al suo piacere e tosto e tardo

13

vegna remedio a li occhi, che fuor porte

14

quand’ ella entrò col foco ond’ io sempr’ ardo.

15

Lo ben che fa contenta questa corte,

16

Alfa e O è di quanta scrittura

17

mi legge Amore o lievemente o forte».

18

Quella medesma voce che paura

19

tolta m’avea del sùbito abbarbaglio,

20

di ragionare ancor mi mise in cura;

21

e disse: «Certo a più angusto vaglio

22

ti conviene schiarar: dicer convienti

23

chi drizzò l’arco tuo a tal berzaglio».

24

E io: «Per filosofici argomenti

25

e per autorità che quinci scende

26

cotale amor convien che in me si ’mprenti:

27

ché ’l bene, in quanto ben, come s’intende,

28

così accende amore, e tanto maggio

29

quanto più di bontate in sé comprende.

30

Dunque a l’essenza ov’ è tanto avvantaggio,

31

che ciascun ben che fuor di lei si trova

32

altro non è ch’un lume di suo raggio,

33

più che in altra convien che si mova

34

la mente, amando, di ciascun che cerne

35

il vero in che si fonda questa prova.

36

Tal vero a l’intelletto mïo sterne

37

colui che mi dimostra il primo amore

38

di tutte le sustanze sempiterne.

39

Sternel la voce del verace autore,

40

che dice a Moïsè, di sé parlando:

41

‘Io ti farò vedere ogne valore’.

42

Sternilmi tu ancora, incominciando

43

l’alto preconio che grida l’arcano

44

di qui là giù sovra ogne altro bando».

45

E io udi’: «Per intelletto umano

46

e per autoritadi a lui concorde

47

d’i tuoi amori a Dio guarda il sovrano.

48

Ma dì ancor se tu senti altre corde

49

tirarti verso lui, sì che tu suone

50

con quanti denti questo amor ti morde».

51

Non fu latente la santa intenzione

52

de l’aguglia di Cristo, anzi m’accorsi

53

dove volea menar mia professione.

54

Però ricominciai: «Tutti quei morsi

55

che posson far lo cor volgere a Dio,

56

a la mia caritate son concorsi:

57

ché l’essere del mondo e l’esser mio,

58

la morte ch’el sostenne perch’ io viva,

59

e quel che spera ogne fedel com’ io,

60

con la predetta conoscenza viva,

61

tratto m’hanno del mar de l’amor torto,

62

e del diritto m’han posto a la riva.

63

Le fronde onde s’infronda tutto l’orto

64

de l’ortolano etterno, am’ io cotanto

65

quanto da lui a lor di bene è porto».

66

Sì com’ io tacqui, un dolcissimo canto

67

risonò per lo cielo, e la mia donna

68

dicea con li altri: «Santo, santo, santo!».

69

E come a lume acuto si disonna

70

per lo spirto visivo che ricorre

71

a lo splendor che va di gonna in gonna,

72

e lo svegliato ciò che vede aborre,

73

sì nescïa è la sùbita vigilia

74

fin che la stimativa non soccorre;

75

così de li occhi miei ogne quisquilia

76

fugò Beatrice col raggio d’i suoi,

77

che rifulgea da più di mille milia:

78

onde mei che dinanzi vidi poi;

79

e quasi stupefatto domandai

80

d’un quarto lume ch’io vidi tra noi.

81

E la mia donna: «Dentro da quei rai

82

vagheggia il suo fattor l’anima prima

83

che la prima virtù creasse mai».

84

Come la fronda che flette la cima

85

nel transito del vento, e poi si leva

86

per la propria virtù che la soblima,

87

fec’ io in tanto in quant’ ella diceva,

88

stupendo, e poi mi rifece sicuro

89

un disio di parlare ond’ ïo ardeva.

90

E cominciai: «O pomo che maturo

91

solo prodotto fosti, o padre antico

92

a cui ciascuna sposa è figlia e nuro,

93

divoto quanto posso a te supplìco

94

perché mi parli: tu vedi mia voglia,

95

e per udirti tosto non la dico».

96

Talvolta un animal coverto broglia,

97

sì che l’affetto convien che si paia

98

per lo seguir che face a lui la ’nvoglia;

99

e similmente l’anima primaia

100

mi facea trasparer per la coverta

101

quant’ ella a compiacermi venìa gaia.

102

Indi spirò: «Sanz’ essermi proferta

103

da te, la voglia tua discerno meglio

104

che tu qualunque cosa t’è più certa;

105

perch’ io la veggio nel verace speglio

106

che fa di sé pareglio a l’altre cose,

107

e nulla face lui di sé pareglio.

108

Tu vuogli udir quant’ è che Dio mi puose

109

ne l’eccelso giardino, ove costei

110

a così lunga scala ti dispuose,

111

e quanto fu diletto a li occhi miei,

112

e la propria cagion del gran disdegno,

113

e l’idïoma ch’usai e che fei.

114

Or, figluol mio, non il gustar del legno

115

fu per sé la cagion di tanto essilio,

116

ma solamente il trapassar del segno.

117

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

118

quattromilia trecento e due volumi

119

di sol desiderai questo concilio;

120

e vidi lui tornare a tutt’ i lumi

121

de la sua strada novecento trenta

122

fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

123

La lingua ch’io parlai fu tutta spenta

124

innanzi che a l’ovra inconsummabile

125

fosse la gente di Nembròt attenta:

126

ché nullo effetto mai razïonabile,

127

per lo piacere uman che rinovella

128

seguendo il cielo, sempre fu durabile.

129

Opera naturale è ch’uom favella;

130

ma così o così, natura lascia

131

poi fare a voi secondo che v’abbella.

132

Pria ch’i’ scendessi a l’infernale ambascia,

133

I s’appellava in terra il sommo bene

134

onde vien la letizia che mi fascia;

135

e El si chiamò poi: e ciò convene,

136

ché l’uso d’i mortali è come fronda

137

in ramo, che sen va e altra vene.

138

Nel monte che si leva più da l’onda,

139

fu’ io, con vita pura e disonesta,

140

da la prim’ ora a quella che seconda,

141

come ’l sol muta quadra, l’ora sesta».

142