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天堂篇, 第十七歌

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流放与使命的预言

诗歌导读

我们身在何处

我们仍在火星天,停在燃烧着卡恰圭达的明亮十字之前。但丁将自己的焦虑比作一个儿子想要确认所听到的消息,他向曾祖父请求预先知晓自己的命运,因为被预见的不幸比盲目承受的打击来得轻些。碧翠丝鼓励他开口,诗人便明确地提出了请求,准备好面对一个痛苦的真相。

我们遇见谁

卡恰圭达再次开口,向但丁预言他将被逐出佛罗伦萨、尝他人面包之咸、走他人楼梯之苦、同伴的忘恩负义,以及最初在大伦巴第的斯卡拉家族那里得到的庇护。他还预告了一位被同一星辰所标记的青年,其事迹将非同寻常。碧翠丝仅在一个姿态中重新浮现:她的微笑照亮了曾祖父的火焰。场景中没有新受祝福者登场。

期待什么

在预言之后,但丁请求帮助,以免因害怕在同时代人中间失去生命而背叛真理。卡恰圭达以一个鲜明的意象作答:刺耳的声音将成为养分,而旅途中展示的高位者,即那些声名显赫的灵魂,将为听者的信念提供根基。读者正准备迈入一道新的门槛:流放,乃是诗人使命的代价。

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天堂篇 · 第十七歌
释义

Qual venne a Climenè, per accertarsi

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di ciò ch’avëa incontro a sé udito,

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quei ch’ancor fa li padri ai figli scarsi;

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tal era io, e tal era sentito

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e da Beatrice e da la santa lampa

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che pria per me avea mutato sito.

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Per che mia donna «Manda fuor la vampa

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del tuo disio», mi disse, «sì ch’ella esca

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segnata bene de la interna stampa:

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non perché nostra conoscenza cresca

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per tuo parlare, ma perché t’ausi

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a dir la sete, sì che l’uom ti mesca».

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«O cara piota mia che sì t’insusi,

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che, come veggion le terrene menti

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non capere in trïangol due ottusi,

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così vedi le cose contingenti

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anzi che sieno in sé, mirando il punto

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a cui tutti li tempi son presenti;

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mentre ch’io era a Virgilio congiunto

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su per lo monte che l’anime cura

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e discendendo nel mondo defunto,

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dette mi fuor di mia vita futura

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parole gravi, avvegna ch’io mi senta

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ben tetragono ai colpi di ventura;

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per che la voglia mia saria contenta

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d’intender qual fortuna mi s’appressa:

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ché saetta previsa vien più lenta».

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Così diss’ io a quella luce stessa

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che pria m’avea parlato; e come volle

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Beatrice, fu la mia voglia confessa.

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Né per ambage, in che la gente folle

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già s’inviscava pria che fosse anciso

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l’Agnel di Dio che le peccata tolle,

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ma per chiare parole e con preciso

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latin rispuose quello amor paterno,

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chiuso e parvente del suo proprio riso:

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«La contingenza, che fuor del quaderno

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de la vostra matera non si stende,

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tutta è dipinta nel cospetto etterno;

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necessità però quindi non prende

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se non come dal viso in che si specchia

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nave che per torrente giù discende.

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Da indi, sì come viene ad orecchia

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dolce armonia da organo, mi viene

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a vista il tempo che ti s’apparecchia.

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Qual si partio Ipolito d’Atene

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per la spietata e perfida noverca,

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tal di Fiorenza partir ti convene.

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Questo si vuole e questo già si cerca,

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e tosto verrà fatto a chi ciò pensa

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là dove Cristo tutto dì si merca.

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La colpa seguirà la parte offensa

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in grido, come suol; ma la vendetta

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fia testimonio al ver che la dispensa.

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Tu lascerai ogne cosa diletta

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più caramente; e questo è quello strale

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che l’arco de lo essilio pria saetta.

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Tu proverai sì come sa di sale

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lo pane altrui, e come è duro calle

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lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.

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E quel che più ti graverà le spalle,

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sarà la compagnia malvagia e scempia

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con la qual tu cadrai in questa valle;

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che tutta ingrata, tutta matta ed empia

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si farà contr’ a te; ma, poco appresso,

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ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.

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Di sua bestialitate il suo processo

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farà la prova; sì ch’a te fia bello

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averti fatta parte per te stesso.

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Lo primo tuo refugio e ’l primo ostello

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sarà la cortesia del gran Lombardo

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che ’n su la scala porta il santo uccello;

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ch’in te avrà sì benigno riguardo,

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che del fare e del chieder, tra voi due,

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fia primo quel che tra li altri è più tardo.

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Con lui vedrai colui che ’mpresso fue,

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nascendo, sì da questa stella forte,

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che notabili fier l’opere sue.

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Non se ne son le genti ancora accorte

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per la novella età, ché pur nove anni

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son queste rote intorno di lui torte;

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ma pria che ’l Guasco l’alto Arrigo inganni,

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parran faville de la sua virtute

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in non curar d’argento né d’affanni.

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Le sue magnificenze conosciute

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saranno ancora, sì che ’ suoi nemici

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non ne potran tener le lingue mute.

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A lui t’aspetta e a’ suoi benefici;

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per lui fia trasmutata molta gente,

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cambiando condizion ricchi e mendici;

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e portera’ne scritto ne la mente

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di lui, e nol dirai»; e disse cose

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incredibili a quei che fier presente.

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Poi giunse: «Figlio, queste son le chiose

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di quel che ti fu detto; ecco le ’nsidie

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che dietro a pochi giri son nascose.

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Non vo’ però ch’a’ tuoi vicini invidie,

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poscia che s’infutura la tua vita

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vie più là che ’l punir di lor perfidie».

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Poi che, tacendo, si mostrò spedita

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l’anima santa di metter la trama

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in quella tela ch’io le porsi ordita,

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io cominciai, come colui che brama,

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dubitando, consiglio da persona

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che vede e vuol dirittamente e ama:

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«Ben veggio, padre mio, sì come sprona

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lo tempo verso me, per colpo darmi

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tal, ch’è più grave a chi più s’abbandona;

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per che di provedenza è buon ch’io m’armi,

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sì che, se loco m’è tolto più caro,

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io non perdessi li altri per miei carmi.

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Giù per lo mondo sanza fine amaro,

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e per lo monte del cui bel cacume

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li occhi de la mia donna mi levaro,

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e poscia per lo ciel, di lume in lume,

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ho io appreso quel che s’io ridico,

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a molti fia sapor di forte agrume;

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e s’io al vero son timido amico,

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temo di perder viver tra coloro

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che questo tempo chiameranno antico».

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La luce in che rideva il mio tesoro

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ch’io trovai lì, si fé prima corusca,

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quale a raggio di sole specchio d’oro;

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indi rispuose: «Coscïenza fusca

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o de la propria o de l’altrui vergogna

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pur sentirà la tua parola brusca.

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Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,

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tutta tua visïon fa manifesta;

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e lascia pur grattar dov’ è la rogna.

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Ché se la voce tua sarà molesta

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nel primo gusto, vital nodrimento

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lascerà poi, quando sarà digesta.

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Questo tuo grido farà come vento,

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che le più alte cime più percuote;

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e ciò non fa d’onor poco argomento.

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Però ti son mostrate in queste rote,

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nel monte e ne la valle dolorosa

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pur l’anime che son di fama note,

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che l’animo di quel ch’ode, non posa

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né ferma fede per essempro ch’aia

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la sua radice incognita e ascosa,

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né per altro argomento che non paia».

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