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炼狱篇, 第十八歌

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论爱之教义与怠惰者

诗歌导读

我们身在何处

两位朝圣者身处炼狱第五环,此处赎的是怠惰之罪。月亮近乎子夜过半,照亮了岩架;但丁在维吉尔的讲解将要收束时开始感到困倦。就在关于爱的训诫结束之际,一队奔跑的忏悔者从他们身后赶来。

我们遇见谁

维吉尔结束关于爱的论述,区分了正当之爱与错误之爱,并说明自由意志是道德功过的门槛,余下的部分则留待碧翠丽斯来讲明。在奔跑的忏悔者中,有一位曾在“好人”巴巴罗萨治下任维罗纳圣泽诺修道院院长之人,他指责那已被安放在其位上的儿子不配为真正的牧者。队伍末尾是两道声音,举出热忱之例,与冷漠者的迟缓形成对照。

期待什么

经此相遇,但丁将明白道德责任并不会被抹去,因为即使面对发自于外的冲动,人仍保有接受或拒绝的能力。疲倦袭来,眼皮垂落,全歌在睡梦中收束:心智脱离清醒的羁縻,开始预备苏醒后将发生之事——当攀登再度向第六环进发之时。

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炼狱篇 · 第十八歌
释义

Posto avea fine al suo ragionamento

1

l’alto dottore, e attento guardava

2

ne la mia vista s’io parea contento;

3

e io, cui nova sete ancor frugava,

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di fuor tacea, e dentro dicea: ‘Forse

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lo troppo dimandar ch’io fo li grava’.

6

Ma quel padre verace, che s’accorse

7

del timido voler che non s’apriva,

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parlando, di parlare ardir mi porse.

9

Ond’ io: «Maestro, il mio veder s’avviva

10

sì nel tuo lume, ch’io discerno chiaro

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quanto la tua ragion parta o descriva.

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Però ti prego, dolce padre caro,

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che mi dimostri amore, a cui reduci

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ogne buono operare e ’l suo contraro».

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«Drizza», disse, «ver’ me l’agute luci

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de lo ’ntelletto, e fieti manifesto

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l’error de’ ciechi che si fanno duci.

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L’animo, ch’è creato ad amar presto,

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ad ogne cosa è mobile che piace,

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tosto che dal piacere in atto è desto.

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Vostra apprensiva da esser verace

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tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

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sì che l’animo ad essa volger face;

24

e se, rivolto, inver’ di lei si piega,

25

quel piegare è amor, quell’ è natura

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che per piacer di novo in voi si lega.

27

Poi, come ’l foco movesi in altura

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per la sua forma ch’è nata a salire

29

là dove più in sua matera dura,

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così l’animo preso entra in disire,

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ch’è moto spiritale, e mai non posa

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fin che la cosa amata il fa gioire.

33

Or ti puote apparer quant’ è nascosa

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la veritate a la gente ch’avvera

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ciascun amore in sé laudabil cosa;

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però che forse appar la sua matera

37

sempre esser buona, ma non ciascun segno

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è buono, ancor che buona sia la cera».

39

«Le tue parole e ’l mio seguace ingegno»,

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rispuos’ io lui, «m’hanno amor discoverto,

41

ma ciò m’ha fatto di dubbiar più pregno;

42

ché, s’amore è di fuori a noi offerto

43

e l’anima non va con altro piede,

44

se dritta o torta va, non è suo merto».

45

Ed elli a me: «Quanto ragion qui vede,

46

dir ti poss’ io; da indi in là t’aspetta

47

pur a Beatrice, ch’è opra di fede.

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Ogne forma sustanzïal, che setta

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è da matera ed è con lei unita,

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specifica vertute ha in sé colletta,

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la qual sanza operar non è sentita,

52

né si dimostra mai che per effetto,

53

come per verdi fronde in pianta vita.

54

Però, là onde vegna lo ’ntelletto

55

de le prime notizie, omo non sape,

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e de’ primi appetibili l’affetto,

57

che sono in voi sì come studio in ape

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di far lo mele; e questa prima voglia

59

merto di lode o di biasmo non cape.

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Or perché a questa ogn’ altra si raccoglia,

61

innata v’è la virtù che consiglia,

62

e de l’assenso de’ tener la soglia.

63

Quest’ è ’l principio là onde si piglia

64

ragion di meritare in voi, secondo

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che buoni e rei amori accoglie e viglia.

66

Color che ragionando andaro al fondo,

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s’accorser d’esta innata libertate;

68

però moralità lasciaro al mondo.

69

Onde, poniam che di necessitate

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surga ogne amor che dentro a voi s’accende,

71

di ritenerlo è in voi la podestate.

72

La nobile virtù Beatrice intende

73

per lo libero arbitrio, e però guarda

74

che l’abbi a mente, s’a parlar ten prende».

75

La luna, quasi a mezza notte tarda,

76

facea le stelle a noi parer più rade,

77

fatta com’ un secchion che tuttor arda;

78

e correa contro ’l ciel per quelle strade

79

che ’l sole infiamma allor che quel da Roma

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tra ’ Sardi e ’ Corsi il vede quando cade.

81

E quell’ ombra gentil per cui si noma

82

Pietola più che villa mantoana,

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del mio carcar diposta avea la soma;

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per ch’io, che la ragione aperta e piana

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sovra le mie quistioni avea ricolta,

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stava com’ om che sonnolento vana.

87

Ma questa sonnolenza mi fu tolta

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subitamente da gente che dopo

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le nostre spalle a noi era già volta.

90

E quale Ismeno già vide e Asopo

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lungo di sè di notte furia e calca,

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pur che i Teban di Bacco avesser uopo,

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cotal per quel giron suo passo falca,

94

per quel ch’io vidi di color, venendo,

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cui buon volere e giusto amor cavalca.

96

Tosto fur sovr’ a noi, perché correndo

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si movea tutta quella turba magna;

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e due dinanzi gridavan piangendo:

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«Maria corse con fretta a la montagna;

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e Cesare, per soggiogare Ilerda,

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punse Marsilia e poi corse in Ispagna».

102

«Ratto, ratto, che ’l tempo non si perda

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per poco amor», gridavan li altri appresso,

104

«che studio di ben far grazia rinverda».

105

«O gente in cui fervore aguto adesso

106

ricompie forse negligenza e indugio

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da voi per tepidezza in ben far messo,

108

questi che vive, e certo i’ non vi bugio,

109

vuole andar sù, pur che ’l sol ne riluca;

110

però ne dite ond’ è presso il pertugio».

111

Parole furon queste del mio duca;

112

e un di quelli spirti disse: «Vieni

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di retro a noi, e troverai la buca.

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Noi siam di voglia a muoverci sì pieni,

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che restar non potem; però perdona,

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se villania nostra giustizia tieni.

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Io fui abate in San Zeno a Verona

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sotto lo ’mperio del buon Barbarossa,

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di cui dolente ancor Milan ragiona.

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E tale ha già l’un piè dentro la fossa,

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che tosto piangerà quel monastero,

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e tristo fia d’avere avuta possa;

123

perché suo figlio, mal del corpo intero,

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e de la mente peggio, e che mal nacque,

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ha posto in loco di suo pastor vero».

126

Io non so se più disse o s’ei si tacque,

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tant’ era già di là da noi trascorso;

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ma questo intesi, e ritener mi piacque.

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E quei che m’era ad ogne uopo soccorso

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disse: «Volgiti qua: vedine due

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venir dando a l’accidïa di morso».

132

Di retro a tutti dicean: «Prima fue

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morta la gente a cui il mar s’aperse,

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che vedesse Iordan le rede sue.

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E quella che l’affanno non sofferse

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fino a la fine col figlio d’Anchise,

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sé stessa a vita sanza gloria offerse».

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Poi quando fuor da noi tanto divise

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quell’ ombre, che veder più non potiersi,

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novo pensiero dentro a me si mise,

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del qual più altri nacquero e diversi;

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e tanto d’uno in altro vaneggiai,

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che li occhi per vaghezza ricopersi,

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e ’l pensamento in sogno trasmutai.

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