Guida al canto Dove siamo Dante esce dal fumo della terza cornice, dove la vista torna lentamente come quando la nebbia si dirada in montagna. I due pellegrini risalgono la scala fino al quarto girone, dove si fermano, e le stelle cominciano a mostrarsi mentre la notte si avvicina. Qui il passo si arresta: è il punto in cui Virgilio può finalmente parlare in un luogo aperto, lontano dal fumo.
Chi incontriamo Sale in scena solo l'angelo del quarto girone, che con un soffio d'ali cancella una P sulla fronte di Dante e annuncia la beatitudine dei pacifici. Virgilio prende per la prima volta in questo canto il ruolo di maestro: spiega la struttura dell'amore, vero motore delle pene che li attendono. Marco Lombardo, incontrato nel canto precedente, non riappare.
Cosa aspettarsi Da qui in avanti l'amore è il filo conduttore: Dante saprà distinguere l'amore retto da quello che corre al bene con misura sbagliata, per eccesso o per difetto. Nei prossimi canti incontrerà i penitenti che hanno amato troppo o troppo poco, e un nuovo volto dell'errore morale prenderà forma, non più rabbia ma desiderio fuori tempo.
Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe
1 ti colse nebbia per la qual vedessi
2 non altrimenti che per pelle talpe,
3 Lettore, se mai ti è capitato in montagna di restare preso in una nebbia così fitta da non vederci più in nessun modo, come se fossi una talpa dentro la sua pelliccia, ricordatene bene, perché adesso ti farai un'idea precisa di come fosse la mia vista quando uscii da quel vapore denso. · Versi 1-3
come, quando i vapori umidi e spessi
4 a diradar cominciansi, la spera
5 del sol debilemente entra per essi;
6 Infatti, come succede quando i vapori umidi e compatti cominciano a diradarsi e il disco del sole filtra debolmente attraverso di loro, così fioca era la luce che tornò a colpire i miei occhi. · Versi 4-6
e fia la tua imagine leggera
7 in giugnere a veder com’ io rividi
8 lo sole in pria, che già nel corcar era.
9 Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi
10 del mio maestro, usci’ fuor di tal nube
11 ai raggi morti già ne’ bassi lidi.
12 Allora, tenendo il passo sicuro della mia guida, uscii fuori da quella nube fitta e mi ritrovai, sulla riva bassa, sotto gli ultimi raggi ormai morenti del giorno. · Versi 10-12
O imaginativa che ne rube
13 talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge
14 perché dintorno suonin mille tube,
15 O fantasia, che a volte ci strappi dal mondo esterno con tale forza che nemmeno mille trombe che suonino intorno riuscirebbero a richiamarci, chi ti mette in moto, se i sensi non ti offrono nulla? · Versi 13-15
chi move te, se ’l senso non ti porge?
16 Moveti lume che nel ciel s’informa,
17 per sé o per voler che giù lo scorge.
18 De l’empiezza di lei che mutò forma
19 ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,
20 ne l’imagine mia apparve l’orma;
21 e qui fu la mia mente sì ristretta
22 dentro da sé, che di fuor non venìa
23 cosa che fosse allor da lei ricetta.
24 Poi piovve dentro a l’alta fantasia
25 un crucifisso, dispettoso e fero
26 ne la sua vista, e cotal si moria;
27 Poi, dentro la mia alta fantasia, piovve la visione di un crocifisso furioso e spietato nel suo sguardo, e in quella scena lui moriva. · Versi 25-27
intorno ad esso era il grande Assüero,
28 Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,
29 che fu al dire e al far così intero.
30 E come questa imagine rompeo
31 sé per sé stessa, a guisa d’una bulla
32 cui manca l’acqua sotto qual si feo,
33 surse in mia visïone una fanciulla
34 piangendo forte, e dicea: «O regina,
35 perché per ira hai voluto esser nulla?
36 Ancisa t’hai per non perder Lavina;
37 or m’hai perduta! Io son essa che lutto,
38 madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».
39 Mi apparve una fanciulla che piangeva disperata e diceva: «O regina, perché per rabbia hai voluto annientarti? Ti sei uccisa pur di non voler perdere Lavinia, e adesso hai rovinato anche me! Sono io quella che piange la tua morte prima ancora che quella di chiunque altro». · Versi 34-39
Come si frange il sonno ove di butto
40 nova luce percuote il viso chiuso,
41 che fratto guizza pria che muoia tutto;
42 così l’imaginar mio cadde giuso
43 tosto che lume il volto mi percosse,
44 maggior assai che quel ch’è in nostro uso.
45 Così la mia visione crollò all'istante, non appena una luce, molto più intensa di quella a cui siamo abituati, mi colpì il viso. · Versi 43-45
I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,
46 quando una voce disse «Qui si monta»,
47 che da ogne altro intento mi rimosse;
48 e fece la mia voglia tanto pronta
49 di riguardar chi era che parlava,
50 che mai non posa, se non si raffronta.
51 Ma come al sol che nostra vista grava
52 e per soverchio sua figura vela,
53 così la mia virtù quivi mancava.
54 «Questo è divino spirito, che ne la
55 via da ir sù ne drizza sanza prego,
56 e col suo lume sé medesmo cela.
57 Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;
58 ché quale aspetta prego e l’uopo vede,
59 malignamente già si mette al nego.
60 Or accordiamo a tanto invito il piede;
61 procacciam di salir pria che s’abbui,
62 ché poi non si poria, se ’l dì non riede».
63 Così disse il mio duca, e io con lui
64 volgemmo i nostri passi ad una scala;
65 e tosto ch’io al primo grado fui,
66 senti’mi presso quasi un muover d’ala
67 e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati
68 pacifici, che son sanz’ ira mala!’.
69 Già eran sovra noi tanto levati
70 li ultimi raggi che la notte segue,
71 che le stelle apparivan da più lati.
72 Gli ultimi raggi del giorno, quelli che precedono la notte, si erano già alzati parecchio sopra di noi, e le stelle cominciavano a comparire in più parti del cielo. · Versi 70-72
‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,
73 fra me stesso dicea, ché mi sentiva
74 la possa de le gambe posta in triegue.
75 Noi eravam dove più non saliva
76 la scala sù, ed eravamo affissi,
77 pur come nave ch’a la piaggia arriva.
78 E io attesi un poco, s’io udissi
79 alcuna cosa nel novo girone;
80 poi mi volsi al maestro mio, e dissi:
81 «Dolce mio padre, dì, quale offensione
82 si purga qui nel giro dove semo?
83 Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».
84 Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo
85 del suo dover, quiritta si ristora;
86 qui si ribatte il mal tardato remo.
87 Ma perché più aperto intendi ancora,
88 volgi la mente a me, e prenderai
89 alcun buon frutto di nostra dimora».
90 «Né creator né creatura mai»,
91 cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,
92 o naturale o d’animo; e tu ’l sai.
93 Cominciò dicendo: «Figlio mio, non c'è mai stato, né nel Creatore né in nessuna creatura, un essere privo d'amore, che fosse naturale o dell'anima; e tu lo sai bene». · Versi 91-93
Lo naturale è sempre sanza errore,
94 ma l’altro puote errar per malo obietto
95 o per troppo o per poco di vigore.
96 Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,
97 e ne’ secondi sé stesso misura,
98 esser non può cagion di mal diletto;
99 ma quando al mal si torce, o con più cura
100 o con men che non dee corre nel bene,
101 contra ’l fattore adovra sua fattura.
102 Quinci comprender puoi ch’esser convene
103 amor sementa in voi d’ogne virtute
104 e d’ogne operazion che merta pene.
105 Or, perché mai non può da la salute
106 amor del suo subietto volger viso,
107 da l’odio proprio son le cose tute;
108 e perché intender non si può diviso,
109 e per sé stante, alcuno esser dal primo,
110 da quello odiare ogne effetto è deciso.
111 Resta, se dividendo bene stimo,
112 che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso
113 amor nasce in tre modi in vostro limo.
114 È chi, per esser suo vicin soppresso,
115 spera eccellenza, e sol per questo brama
116 ch’el sia di sua grandezza in basso messo;
117 è chi podere, grazia, onore e fama
118 teme di perder perch’ altri sormonti,
119 onde s’attrista sì che ’l contrario ama;
120 C'è chi, temendo di perdere potere, favori, onore o fama perché qualcun altro lo supera, si rattrista fino ad augurarsi il male altrui. · Versi 118-120
ed è chi per ingiuria par ch’aonti,
121 sì che si fa de la vendetta ghiotto,
122 e tal convien che ’l male altrui impronti.
123 Questo triforme amor qua giù di sotto
124 si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,
125 che corre al ben con ordine corrotto.
126 Questo amore sbagliato, rivolto in basso, viene punito qui sotto; ora voglio che tu capisca anche l'altro, che pure tende al bene ma con un ordine guastato. · Versi 124-126
Ciascun confusamente un bene apprende
127 nel qual si queti l’animo, e disira;
128 per che di giugner lui ciascun contende.
129 Ciascuno, pur confusamente, intuisce un bene in cui l'anima possa trovare pace, e lo desidera; per questo ognuno si impegna a raggiungerlo. · Versi 127-129
Se lento amore a lui veder vi tira
130 o a lui acquistar, questa cornice,
131 dopo giusto penter, ve ne martira.
132 Se l'amore vi spinge con troppo poco slancio a contemplarlo o a conquistarlo, questo girone vi tormenta, dopo un giusto pentimento, come punizione. · Versi 130-132
Altro ben è che non fa l’uom felice;
133 non è felicità, non è la buona
134 essenza, d’ogne ben frutto e radice.
135 L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,
136 di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;
137 ma come tripartito si ragiona,
138 tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».
139 L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/purgatorio/canto-17