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天堂篇, 第十九篇

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正义之鹰与邪恶的君王

诗歌导读

我们身在何处

我们仍停留在第六重天,即木星天,在那里众福乐之魂曾组成前一讯息中的文字。如今那些同样的光焰排列成一只巨大的鹰,由众多火焰组成,行动如同一只身体。开篇的冲突是但丁久怀的一个古老疑问:神圣的正义怎能谴责那些远离基督教世界、生而无罪、未经洗礼而亡的人?

我们遇见谁

真正登场的是会说话的鹰,它由木星天所有受福者构成,以同一个声音说话。但丁是提出问题的旅人,鹰是作答之声。维吉尔仍在但丁身旁,但在此处并未发言;贝雅特丽齐依然在场,却保持沉默。

期待什么

在鹰之后,但丁将须升入恒星天。伴随他的障碍已不再是关于正义的疑问——那已然化解——而是一种令人不安的真相之重:腐败的基督徒君王将受到审判,而许多从未听闻基督之名的人,反倒比那些口称其名者更亲近上帝。

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天堂篇 · 第十九篇
释义

Parea dinanzi a me con l’ali aperte

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la bella image che nel dolce frui

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liete facevan l’anime conserte;

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parea ciascuna rubinetto in cui

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raggio di sole ardesse sì acceso,

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che ne’ miei occhi rifrangesse lui.

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E quel che mi convien ritrar testeso,

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non portò voce mai, né scrisse incostro,

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né fu per fantasia già mai compreso;

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ch’io vidi e anche udi’ parlar lo rostro,

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e sonar ne la voce e «io» e «mio»,

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quand’ era nel concetto e ‘noi’ e ‘nostro’.

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E cominciò: «Per esser giusto e pio

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son io qui essaltato a quella gloria

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che non si lascia vincere a disio;

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e in terra lasciai la mia memoria

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sì fatta, che le genti lì malvage

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commendan lei, ma non seguon la storia».

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Così un sol calor di molte brage

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si fa sentir, come di molti amori

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usciva solo un suon di quella image.

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Ond’ io appresso: «O perpetüi fiori

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de l’etterna letizia, che pur uno

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parer mi fate tutti vostri odori,

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solvetemi, spirando, il gran digiuno

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che lungamente m’ha tenuto in fame,

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non trovandoli in terra cibo alcuno.

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Ben so io che, se ’n cielo altro reame

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la divina giustizia fa suo specchio,

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che ’l vostro non l’apprende con velame.

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Sapete come attento io m’apparecchio

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ad ascoltar; sapete qual è quello

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dubbio che m’è digiun cotanto vecchio».

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Quasi falcone ch’esce del cappello,

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move la testa e con l’ali si plaude,

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voglia mostrando e faccendosi bello,

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vid’ io farsi quel segno, che di laude

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de la divina grazia era contesto,

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con canti quai si sa chi là sù gaude.

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Poi cominciò: «Colui che volse il sesto

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a lo stremo del mondo, e dentro ad esso

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distinse tanto occulto e manifesto,

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non poté suo valor sì fare impresso

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in tutto l’universo, che ’l suo verbo

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non rimanesse in infinito eccesso.

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E ciò fa certo che ’l primo superbo,

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che fu la somma d’ogne creatura,

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per non aspettar lume, cadde acerbo;

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e quinci appar ch’ogne minor natura

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è corto recettacolo a quel bene

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che non ha fine e sé con sé misura.

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Dunque vostra veduta, che convene

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esser alcun de’ raggi de la mente

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di che tutte le cose son ripiene,

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non pò da sua natura esser possente

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tanto, che suo principio discerna

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molto di là da quel che l’è parvente.

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Però ne la giustizia sempiterna

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la vista che riceve il vostro mondo,

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com’ occhio per lo mare, entro s’interna;

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che, ben che da la proda veggia il fondo,

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in pelago nol vede; e nondimeno

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èli, ma cela lui l’esser profondo.

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Lume non è, se non vien dal sereno

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che non si turba mai; anzi è tenèbra

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od ombra de la carne o suo veleno.

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Assai t’è mo aperta la latebra

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che t’ascondeva la giustizia viva,

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di che facei question cotanto crebra;

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ché tu dicevi: “Un uom nasce a la riva

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de l’Indo, e quivi non è chi ragioni

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di Cristo né chi legga né chi scriva;

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e tutti suoi voleri e atti buoni

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sono, quanto ragione umana vede,

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sanza peccato in vita o in sermoni.

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Muore non battezzato e sanza fede:

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ov’ è questa giustizia che ’l condanna?

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ov’ è la colpa sua, se ei non crede?”.

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Or tu chi se’, che vuo’ sedere a scranna,

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per giudicar di lungi mille miglia

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con la veduta corta d’una spanna?

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Certo a colui che meco s’assottiglia,

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se la Scrittura sovra voi non fosse,

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da dubitar sarebbe a maraviglia.

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Oh terreni animali! oh menti grosse!

85

La prima volontà, ch’è da sé buona,

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da sé, ch’è sommo ben, mai non si mosse.

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Cotanto è giusto quanto a lei consuona:

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nullo creato bene a sé la tira,

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ma essa, radïando, lui cagiona».

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Quale sovresso il nido si rigira

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poi c’ha pasciuti la cicogna i figli,

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e come quel ch’è pasto la rimira;

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cotal si fece, e sì leväi i cigli,

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la benedetta imagine, che l’ali

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movea sospinte da tanti consigli.

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Roteando cantava, e dicea: «Quali

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son le mie note a te, che non le ’ntendi,

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tal è il giudicio etterno a voi mortali».

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Poi si quetaro quei lucenti incendi

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de lo Spirito Santo ancor nel segno

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che fé i Romani al mondo reverendi,

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esso ricominciò: «A questo regno

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non salì mai chi non credette ’n Cristo,

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né pria né poi ch’el si chiavasse al legno.

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Ma vedi: molti gridan “Cristo, Cristo!”,

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che saranno in giudicio assai men prope

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a lui, che tal che non conosce Cristo;

108

e tai Cristian dannerà l’Etïòpe,

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quando si partiranno i due collegi,

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l’uno in etterno ricco e l’altro inòpe.

111

Che poran dir li Perse a’ vostri regi,

112

come vedranno quel volume aperto

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nel qual si scrivon tutti suoi dispregi?

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Lì si vedrà, tra l’opere d’Alberto,

115

quella che tosto moverà la penna,

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per che ’l regno di Praga fia diserto.

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Lì si vedrà il duol che sovra Senna

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induce, falseggiando la moneta,

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quel che morrà di colpo di cotenna.

120

Lì si vedrà la superbia ch’asseta,

121

che fa lo Scotto e l’Inghilese folle,

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sì che non può soffrir dentro a sua meta.

123

Vedrassi la lussuria e ’l viver molle

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di quel di Spagna e di quel di Boemme,

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che mai valor non conobbe né volle.

126

Vedrassi al Ciotto di Ierusalemme

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segnata con un i la sua bontate,

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quando ’l contrario segnerà un emme.

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Vedrassi l’avarizia e la viltate

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di quei che guarda l’isola del foco,

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ove Anchise finì la lunga etate;

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e a dare ad intender quanto è poco,

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la sua scrittura fian lettere mozze,

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che noteranno molto in parvo loco.

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E parranno a ciascun l’opere sozze

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del barba e del fratel, che tanto egregia

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nazione e due corone han fatte bozze.

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E quel di Portogallo e di Norvegia

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lì si conosceranno, e quel di Rascia

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che male ha visto il conio di Vinegia.

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Oh beata Ungheria, se non si lascia

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più malmenare! e beata Navarra,

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se s’armasse del monte che la fascia!

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E creder de’ ciascun che già, per arra

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di questo, Niccosïa e Famagosta

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per la lor bestia si lamenti e garra,

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che dal fianco de l’altre non si scosta».

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