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炼狱篇, 第二十七篇

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火焰之墙与维吉尔的告别

诗歌导读

我们身在何处

一行人位于第七层平台的尽头,面对着隔开炼狱最后一周的火焰之河。太阳已西斜,但丁活人躯体的影子投在火上。一位天使伫立在河岸,唱起《清心的人有福了》,并警告说不经火焰灼烧无人能入。这是通往山顶阶梯之前的最后障碍。

我们遇见谁

火河岸上的天使,歌唱并指明道路。维吉尔说服但丁进入,以格里丰为例,并首次直接对斯塔提乌斯说话——后者此前一直默默随行,此刻走在队尾。夜晚的梦境中出现利亚,她采花打扮以自赏,与整日凝视镜中影像的姐姐拉结形成对照。

期待什么

穿越火焰、三级台阶上的歇息与梦境之后,但丁抵达地上伊甸园。维吉尔在此致辞告别,宣告自己使命的终结,并将前行之位让与贝阿特丽切。读者将迎来这位女性的重新登场,以及一幕审判与忏悔的场面,不再是火焰中的苦修。

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炼狱篇 · 第二十七篇
释义

Sì come quando i primi raggi vibra

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là dove il suo fattor lo sangue sparse,

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cadendo Ibero sotto l’alta Libra,

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e l’onde in Gange da nona rïarse,

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sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva,

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come l’angel di Dio lieto ci apparse.

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Fuor de la fiamma stava in su la riva,

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e cantava ‘Beati mundo corde!’

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in voce assai più che la nostra viva.

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Poscia «Più non si va, se pria non morde,

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anime sante, il foco: intrate in esso,

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e al cantar di là non siate sorde»,

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ci disse come noi li fummo presso;

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per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi,

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qual è colui che ne la fossa è messo.

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In su le man commesse mi protesi,

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guardando il foco e imaginando forte

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umani corpi già veduti accesi.

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Volsersi verso me le buone scorte;

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e Virgilio mi disse: «Figliuol mio,

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qui può esser tormento, ma non morte.

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Ricorditi, ricorditi! E se io

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sovresso Gerïon ti guidai salvo,

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che farò ora presso più a Dio?

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Credi per certo che se dentro a l’alvo

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di questa fiamma stessi ben mille anni,

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non ti potrebbe far d’un capel calvo.

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E se tu forse credi ch’io t’inganni,

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fatti ver’ lei, e fatti far credenza

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con le tue mani al lembo d’i tuoi panni.

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Pon giù omai, pon giù ogne temenza;

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volgiti in qua e vieni: entra sicuro!».

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E io pur fermo e contra coscïenza.

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Quando mi vide star pur fermo e duro,

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turbato un poco disse: «Or vedi, figlio:

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tra Bëatrice e te è questo muro».

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Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

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Piramo in su la morte, e riguardolla,

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allor che ’l gelso diventò vermiglio;

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così, la mia durezza fatta solla,

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mi volsi al savio duca, udendo il nome

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che ne la mente sempre mi rampolla.

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Ond’ ei crollò la fronte e disse: «Come!

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volenci star di qua?»; indi sorrise

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come al fanciul si fa ch’è vinto al pome.

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Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

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pregando Stazio che venisse retro,

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che pria per lunga strada ci divise.

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Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro

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gittato mi sarei per rinfrescarmi,

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tant’ era ivi lo ’ncendio sanza metro.

51

Lo dolce padre mio, per confortarmi,

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pur di Beatrice ragionando andava,

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dicendo: «Li occhi suoi già veder parmi».

54

Guidavaci una voce che cantava

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di là; e noi, attenti pur a lei,

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venimmo fuor là ove si montava.

57

‘Venite, benedicti Patris mei’,

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sonò dentro a un lume che lì era,

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tal che mi vinse e guardar nol potei.

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«Lo sol sen va», soggiunse, «e vien la sera;

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non v’arrestate, ma studiate il passo,

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mentre che l’occidente non si annera».

63

Dritta salia la via per entro ’l sasso

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verso tal parte ch’io toglieva i raggi

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dinanzi a me del sol ch’era già basso.

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E di pochi scaglion levammo i saggi,

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che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense,

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sentimmo dietro e io e li miei saggi.

69

E pria che ’n tutte le sue parti immense

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fosse orizzonte fatto d’uno aspetto,

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e notte avesse tutte sue dispense,

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ciascun di noi d’un grado fece letto;

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ché la natura del monte ci affranse

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la possa del salir più e ’l diletto.

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Quali si stanno ruminando manse

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le capre, state rapide e proterve

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sovra le cime avante che sien pranse,

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tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve,

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guardate dal pastor, che ’n su la verga

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poggiato s’è e lor di posa serve;

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e quale il mandrïan che fori alberga,

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lungo il pecuglio suo queto pernotta,

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guardando perché fiera non lo sperga;

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tali eravamo tutti e tre allotta,

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io come capra, ed ei come pastori,

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fasciati quinci e quindi d’alta grotta.

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Poco parer potea lì del di fori;

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ma, per quel poco, vedea io le stelle

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di lor solere e più chiare e maggiori.

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Sì ruminando e sì mirando in quelle,

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mi prese il sonno; il sonno che sovente,

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anzi che ’l fatto sia, sa le novelle.

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Ne l’ora, credo, che de l’orïente

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prima raggiò nel monte Citerea,

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che di foco d’amor par sempre ardente,

96

giovane e bella in sogno mi parea

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donna vedere andar per una landa

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cogliendo fiori; e cantando dicea:

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«Sappia qualunque il mio nome dimanda

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ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno

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le belle mani a farmi una ghirlanda.

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Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;

103

ma mia suora Rachel mai non si smaga

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dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

105

Ell’ è d’i suoi belli occhi veder vaga

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com’ io de l’addornarmi con le mani;

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lei lo vedere, e me l’ovrare appaga».

108

E già per li splendori antelucani,

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che tanto a’ pellegrin surgon più grati,

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quanto, tornando, albergan men lontani,

111

le tenebre fuggian da tutti lati,

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e ’l sonno mio con esse; ond’ io leva’mi,

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veggendo i gran maestri già levati.

114

«Quel dolce pome che per tanti rami

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cercando va la cura de’ mortali,

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oggi porrà in pace le tue fami».

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Virgilio inverso me queste cotali

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parole usò; e mai non furo strenne

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che fosser di piacere a queste iguali.

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Tanto voler sopra voler mi venne

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de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi

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al volo mi sentia crescer le penne.

123

Come la scala tutta sotto noi

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fu corsa e fummo in su ’l grado superno,

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in me ficcò Virgilio li occhi suoi,

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e disse: «Il temporal foco e l’etterno

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veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte

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dov’ io per me più oltre non discerno.

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Tratto t’ho qui con ingegno e con arte;

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lo tuo piacere omai prendi per duce;

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fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte.

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Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce;

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vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli

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che qui la terra sol da sé produce.

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Mentre che vegnan lieti li occhi belli

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che, lagrimando, a te venir mi fenno,

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seder ti puoi e puoi andar tra elli.

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Non aspettar mio dir più né mio cenno;

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libero, dritto e sano è tuo arbitrio,

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e fallo fora non fare a suo senno:

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per ch’io te sovra te corono e mitrio».

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