诗歌导读
我们身在何处
三位诗人继续前行,进入第六环,那些因贪食罪而受罚的灵魂只剩皮包骨头。那棵挂满芳香果实的大树和稍远处流淌的河水,是这刑罚的两样工具:气味激起对饮食的渴望,而这种折磨会在每次绕行时反复出现。正当但丁凝视这痛苦的景象时,一个阴影盯住他,喊出了他的名字。
我们遇见谁
但丁的挚友福雷塞·多纳蒂正式登场:但丁凭声音认出了他。福雷塞讲述了这一层的刑罚,并解释自己之所以能升至此处,全凭妻子内拉的祈祷——她是一位罕有美德的女人。斯塔提乌斯则如前一歌一般,默默地随行在这支队伍中。
期待什么
相认之后,福雷塞对佛罗伦萨妇女发出了苦涩的预言,谴责她们衣着过于袒胸露乳,并预言这座城市即将面临严酷的惩罚。但丁则感到这场攀登毫无止境,奇异不已;他向福雷塞指出维吉尔为自己的引路人,又告知他再往高处走时,便将由贝阿特丽切来接引。
Mentre che li occhi per la fronda verde
1ficcava ïo sì come far suole
2chi dietro a li uccellin sua vita perde,
3lo più che padre mi dicea: «Figliuole,
4vienne oramai, ché ’l tempo che n’è imposto
5più utilmente compartir si vuole».
6Io volsi ’l viso, e ’l passo non men tosto,
7appresso i savi, che parlavan sìe,
8che l’andar mi facean di nullo costo.
9Ed ecco piangere e cantar s’udìe
10‘Labïa mëa, Domine’ per modo
11tal, che diletto e doglia parturìe.
12«O dolce padre, che è quel ch’i’ odo?»,
13comincia’ io; ed elli: «Ombre che vanno
14forse di lor dover solvendo il nodo».
15Sì come i peregrin pensosi fanno,
16giugnendo per cammin gente non nota,
17che si volgono ad essa e non restanno,
18così di retro a noi, più tosto mota,
19venendo e trapassando ci ammirava
20d’anime turba tacita e devota.
21Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,
22palida ne la faccia, e tanto scema
23che da l’ossa la pelle s’informava.
24Non credo che così a buccia strema
25Erisittone fosse fatto secco,
26per digiunar, quando più n’ebbe tema.
27Io dicea fra me stesso pensando: ‘Ecco
28la gente che perdé Ierusalemme,
29quando Maria nel figlio diè di becco!’
30Parean l’occhiaie anella sanza gemme:
31chi nel viso de li uomini legge ‘omo’
32ben avria quivi conosciuta l’emme.
33Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
34sì governasse, generando brama,
35e quel d’un’acqua, non sappiendo como?
36Già era in ammirar che sì li affama,
37per la cagione ancor non manifesta
38di lor magrezza e di lor trista squama,
39ed ecco del profondo de la testa
40volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
41poi gridò forte: «Qual grazia m’è questa?».
42Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
43ma ne la voce sua mi fu palese
44ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.
45Questa favilla tutta mi raccese
46mia conoscenza a la cangiata labbia,
47e ravvisai la faccia di Forese.
48«Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
49che mi scolora», pregava, «la pelle,
50né a difetto di carne ch’io abbia;
51ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
52due anime che là ti fanno scorta;
53non rimaner che tu non mi favelle!».
54«La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
55mi dà di pianger mo non minor doglia»,
56rispuos’ io lui, «veggendola sì torta.
57Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
58non mi far dir mentr’ io mi maraviglio,
59ché mal può dir chi è pien d’altra voglia».
60Ed elli a me: «De l’etterno consiglio
61cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
62rimasa dietro ond’ io sì m’assottiglio.
63Tutta esta gente che piangendo canta
64per seguitar la gola oltra misura,
65in fame e ’n sete qui si rifà santa.
66Di bere e di mangiar n’accende cura
67l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
68che si distende su per sua verdura.
69E non pur una volta, questo spazzo
70girando, si rinfresca nostra pena:
71io dico pena, e dovria dir sollazzo,
72ché quella voglia a li alberi ci mena
73che menò Cristo lieto a dire ‘Elì’,
74quando ne liberò con la sua vena».
75E io a lui: «Forese, da quel dì
76nel qual mutasti mondo a miglior vita,
77cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.
78Se prima fu la possa in te finita
79di peccar più, che sovvenisse l’ora
80del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,
81come se’ tu qua sù venuto ancora?
82Io ti credea trovar là giù di sotto,
83dove tempo per tempo si ristora».
84Ond’ elli a me: «Sì tosto m’ha condotto
85a ber lo dolce assenzo d’i martìri
86la Nella mia con suo pianger dirotto.
87Con suoi prieghi devoti e con sospiri
88tratto m’ha de la costa ove s’aspetta,
89e liberato m’ha de li altri giri.
90Tanto è a Dio più cara e più diletta
91la vedovella mia, che molto amai,
92quanto in bene operare è più soletta;
93ché la Barbagia di Sardigna assai
94ne le femmine sue più è pudica
95che la Barbagia dov’ io la lasciai.
96O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
97Tempo futuro m’è già nel cospetto,
98cui non sarà quest’ ora molto antica,
99nel qual sarà in pergamo interdetto
100a le sfacciate donne fiorentine
101l’andar mostrando con le poppe il petto.
102Quai barbare fuor mai, quai saracine,
103cui bisognasse, per farle ir coperte,
104o spiritali o altre discipline?
105Ma se le svergognate fosser certe
106di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
107già per urlare avrian le bocche aperte;
108ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
109prima fien triste che le guance impeli
110colui che mo si consola con nanna.
111Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
112vedi che non pur io, ma questa gente
113tutta rimira là dove ’l sol veli».
114Per ch’io a lui: «Se tu riduci a mente
115qual fosti meco, e qual io teco fui,
116ancor fia grave il memorar presente.
117Di quella vita mi volse costui
118che mi va innanzi, l’altr’ ier, quando tonda
119vi si mostrò la suora di colui»,
120e ’l sol mostrai; «costui per la profonda
121notte menato m’ha d’i veri morti
122con questa vera carne che ’l seconda.
123Indi m’han tratto sù li suoi conforti,
124salendo e rigirando la montagna
125che drizza voi che ’l mondo fece torti.
126Tanto dice di farmi sua compagna
127che io sarò là dove fia Beatrice;
128quivi convien che sanza lui rimagna.
129Virgilio è questi che così mi dice»,
130e addita’lo; «e quest’ altro è quell’ ombra
131per cuï scosse dianzi ogne pendice
132lo vostro regno, che da sé lo sgombra».
133https://divinacommediaonline.it/zh/lianyu/canto-23