诗歌导读 我们身在何处 Dante e Virgilio hanno appena raggiunto la seconda cornice del Purgatorio, dedicata agli invidiosi. Il balzo è stretto, il muro esterno a strapiombo sul vuoto, la parete interna di pietra nera, senza rilievi. Virgilio usa il sole come bussola, poi si odono voci nell'aria, lanciate al volo, che aprono il tema del girone prima ancora di vedere i penitenti.
我们遇见谁 Virgilio spiega che quel cerchio punisce l'invidia, indica la presenza delle ombre sedute lungo la roccia e incita Dante a parlare per loro. Le anime, coperte di cilicio, si appoggiano l'una all'altra come ciechi ai perdoni e hanno gli occhi cuciti da un filo di ferro. Tra loro si distingue Sapia, senese, che racconta la propria colpa e si commuove per le preghiere del beato Pier Pettinaio.
期待什么 Dopo l'incontro, Sapia chiede a Dante di farsi vivo sulla terra presso i suoi concittadini, e insieme al racconto intreccia una profezia politica sulla spedizione contro Talamone. La domanda che resta aperta è quanto peserà, per i morti, avere ancora qualcuno che cammina nel mondo dei vivi.
Noi eravamo al sommo de la scala,
1 dove secondamente si risega
2 lo monte che salendo altrui dismala.
3 Ivi così una cornice lega
4 dintorno il poggio, come la primaia;
5 se non che l’arco suo più tosto piega.
6 Ombra non lì è né segno che si paia:
7 parsi la ripa e parsi la via schietta
8 col livido color de la petraia.
9 «Se qui per dimandar gente s’aspetta»,
10 ragionava il poeta, «io temo forse
11 che troppo avrà d’indugio nostra eletta».
12 Poi fisamente al sole li occhi porse;
13 fece del destro lato a muover centro,
14 e la sinistra parte di sé torse.
15 «O dolce lume a cui fidanza i’ entro
16 per lo novo cammin, tu ne conduci»,
17 dicea, «come condur si vuol quinc’ entro.
18 Tu scaldi il mondo, tu sovr’ esso luci;
19 s’altra ragione in contrario non ponta,
20 esser dien sempre li tuoi raggi duci».
21 Quanto di qua per un migliaio si conta,
22 tanto di là eravam noi già iti,
23 con poco tempo, per la voglia pronta;
24 e verso noi volar furon sentiti,
25 non però visti, spiriti parlando
26 a la mensa d’amor cortesi inviti.
27 La prima voce che passò volando
28 ‘Vinum non habent’ altamente disse,
29 e dietro a noi l’andò reïterando.
30 E prima che del tutto non si udisse
31 per allungarsi, un’altra ‘I’ sono Oreste’
32 passò gridando, e anco non s’affisse.
33 «Oh!», diss’ io, «padre, che voci son queste?».
34 E com’ io domandai, ecco la terza
35 dicendo: ‘Amate da cui male aveste’.
36 E ’l buon maestro: «Questo cinghio sferza
37 la colpa de la invidia, e però sono
38 tratte d’amor le corde de la ferza.
39 Lo fren vuol esser del contrario suono;
40 credo che l’udirai, per mio avviso,
41 prima che giunghi al passo del perdono.
42 Ma ficca li occhi per l’aere ben fiso,
43 e vedrai gente innanzi a noi sedersi,
44 e ciascun è lungo la grotta assiso».
45 Allora più che prima li occhi apersi;
46 guarda’mi innanzi, e vidi ombre con manti
47 al color de la pietra non diversi.
48 E poi che fummo un poco più avanti,
49 udia gridar: ‘Maria, òra per noi’:
50 gridar ‘Michele’ e ‘Pietro’ e ‘Tutti santi’.
51 Non credo che per terra vada ancoi
52 omo sì duro, che non fosse punto
53 per compassion di quel ch’i’ vidi poi;
54 ché, quando fui sì presso di lor giunto,
55 che li atti loro a me venivan certi,
56 per li occhi fui di grave dolor munto.
57 Di vil ciliccio mi parean coperti,
58 e l’un sofferia l’altro con la spalla,
59 e tutti da la ripa eran sofferti.
60 Così li ciechi a cui la roba falla,
61 stanno a’ perdoni a chieder lor bisogna,
62 e l’uno il capo sopra l’altro avvalla,
63 perché ’n altrui pietà tosto si pogna,
64 non pur per lo sonar de le parole,
65 ma per la vista che non meno agogna.
66 E come a li orbi non approda il sole,
67 così a l’ombre quivi, ond’ io parlo ora,
68 luce del ciel di sé largir non vole;
69 ché a tutti un fil di ferro i cigli fóra
70 e cusce sì, come a sparvier selvaggio
71 si fa però che queto non dimora.
72 A me pareva, andando, fare oltraggio,
73 veggendo altrui, non essendo veduto:
74 per ch’io mi volsi al mio consiglio saggio.
75 Ben sapev’ ei che volea dir lo muto;
76 e però non attese mia dimanda,
77 ma disse: «Parla, e sie breve e arguto».
78 Virgilio mi venìa da quella banda
79 de la cornice onde cader si puote,
80 perché da nulla sponda s’inghirlanda;
81 da l’altra parte m’eran le divote
82 ombre, che per l’orribile costura
83 premevan sì, che bagnavan le gote.
84 Volsimi a loro e: «O gente sicura»,
85 incominciai, «di veder l’alto lume
86 che ’l disio vostro solo ha in sua cura,
87 se tosto grazia resolva le schiume
88 di vostra coscïenza sì che chiaro
89 per essa scenda de la mente il fiume,
90 ditemi, ché mi fia grazioso e caro,
91 s’anima è qui tra voi che sia latina;
92 e forse lei sarà buon s’i’ l’apparo».
93 «O frate mio, ciascuna è cittadina
94 d’una vera città; ma tu vuo’ dire
95 che vivesse in Italia peregrina».
96 Questo mi parve per risposta udire
97 più innanzi alquanto che là dov’ io stava,
98 ond’ io mi feci ancor più là sentire.
99 Tra l’altre vidi un’ombra ch’aspettava
100 in vista; e se volesse alcun dir ‘Come?’,
101 lo mento a guisa d’orbo in sù levava.
102 «Spirto», diss’ io, «che per salir ti dome,
103 se tu se’ quelli che mi rispondesti,
104 fammiti conto o per luogo o per nome».
105 «Io fui sanese», rispuose, «e con questi
106 altri rimendo qui la vita ria,
107 lagrimando a colui che sé ne presti.
108 Savia non fui, avvegna che Sapìa
109 fossi chiamata, e fui de li altrui danni
110 più lieta assai che di ventura mia.
111 E perché tu non creda ch’io t’inganni,
112 odi s’i’ fui, com’ io ti dico, folle,
113 già discendendo l’arco d’i miei anni.
114 Eran li cittadin miei presso a Colle
115 in campo giunti co’ loro avversari,
116 e io pregava Iddio di quel ch’e’ volle.
117 Rotti fuor quivi e vòlti ne li amari
118 passi di fuga; e veggendo la caccia,
119 letizia presi a tutte altre dispari,
120 tanto ch’io volsi in sù l’ardita faccia,
121 gridando a Dio: “Omai più non ti temo!”,
122 come fé ’l merlo per poca bonaccia.
123 Pace volli con Dio in su lo stremo
124 de la mia vita; e ancor non sarebbe
125 lo mio dover per penitenza scemo,
126 se ciò non fosse, ch’a memoria m’ebbe
127 Pier Pettinaio in sue sante orazioni,
128 a cui di me per caritate increbbe.
129 Ma tu chi se’, che nostre condizioni
130 vai dimandando, e porti li occhi sciolti,
131 sì com’ io credo, e spirando ragioni?».
132 «Li occhi», diss’ io, «mi fieno ancor qui tolti,
133 ma picciol tempo, ché poca è l’offesa
134 fatta per esser con invidia vòlti.
135 Troppa è più la paura ond’ è sospesa
136 l’anima mia del tormento di sotto,
137 che già lo ’ncarco di là giù mi pesa».
138 Ed ella a me: «Chi t’ha dunque condotto
139 qua sù tra noi, se giù ritornar credi?».
140 E io: «Costui ch’è meco e non fa motto.
141 E vivo sono; e però mi richiedi,
142 spirito eletto, se tu vuo’ ch’i’ mova
143 di là per te ancor li mortai piedi».
144 «Oh, questa è a udir sì cosa nuova»,
145 rispuose, «che gran segno è che Dio t’ami;
146 però col priego tuo talor mi giova.
147 E cheggioti, per quel che tu più brami,
148 se mai calchi la terra di Toscana,
149 che a’ miei propinqui tu ben mi rinfami.
150 Tu li vedrai tra quella gente vana
151 che spera in Talamone, e perderagli
152 più di speranza ch’a trovar la Diana;
153 ma più vi perderanno li ammiragli».
154 https://divinacommediaonline.it/zh/lianyu/canto-13