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炼狱篇, 第十一歌

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骄傲者的祈祷与训诫

诗歌导读

我们身在何处

但丁仍身处炼狱第一层岩台,骄傲者的灵魂们背负巨石、弯腰前行。整段旅程以聆听展开:众魂诵念经改写的《天主经》以贴合受苦之人的处境;随后维吉尔请求他们指出较为平缓的上升之路,因为诗人的肉身沉重,拖慢了他的步伐。因此,攀登既是身体的劳作,也是跨越各层岩台的关隘。

我们遇见谁

三位忏悔者从人群中走出。翁贝尔托——古列尔莫·阿尔多布兰德斯奇之子——讲述自己源于门第的傲慢。古比奥的细密画家奥德里西以契马布埃与乔托、两位圭多之争及其不可避免的后继者为例,劝诫世人莫追逐尘世虚名。锡耶纳的普罗文扎·萨尔瓦尼,则由奥德里西提及,因其在世时的一次屈身之举,免于在山下的等候。

期待什么

经此相遇,但丁心中留下一个新的疑问:尘世的名声究竟有多重?生前的一次谦卑之举,能在多大程度上缩短灵魂等候审判的时间?此歌亦为下一动作埋下伏笔:离开第一层岩台后,维吉尔须引导诗人迈向下一处悬崖,迎候另一种罪罚。

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炼狱篇 · 第十一歌
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«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

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non circunscritto, ma per più amore

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ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

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laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore

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da ogne creatura, com’ è degno

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di render grazie al tuo dolce vapore.

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Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

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ché noi ad essa non potem da noi,

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s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

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Come del suo voler li angeli tuoi

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fan sacrificio a te, cantando osanna,

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così facciano li uomini de’ suoi.

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Dà oggi a noi la cotidiana manna,

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sanza la qual per questo aspro diserto

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a retro va chi più di gir s’affanna.

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E come noi lo mal ch’avem sofferto

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perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

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benigno, e non guardar lo nostro merto.

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Nostra virtù che di legger s’adona,

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non spermentar con l’antico avversaro,

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ma libera da lui che sì la sprona.

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Quest’ ultima preghiera, segnor caro,

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già non si fa per noi, ché non bisogna,

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ma per color che dietro a noi restaro».

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Così a sé e noi buona ramogna

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quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,

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simile a quel che talvolta si sogna,

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disparmente angosciate tutte a tondo

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e lasse su per la prima cornice,

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purgando la caligine del mondo.

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Se di là sempre ben per noi si dice,

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di qua che dire e far per lor si puote

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da quei c’hanno al voler buona radice?

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Ben si de’ loro atar lavar le note

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che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

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possano uscire a le stellate ruote.

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«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

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tosto, sì che possiate muover l’ala,

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che secondo il disio vostro vi lievi,

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mostrate da qual mano inver’ la scala

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si va più corto; e se c’è più d’un varco,

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quel ne ’nsegnate che men erto cala;

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ché questi che vien meco, per lo ’ncarco

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de la carne d’Adamo onde si veste,

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al montar sù, contra sua voglia, è parco».

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Le lor parole, che rendero a queste

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che dette avea colui cu’ io seguiva,

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non fur da cui venisser manifeste;

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ma fu detto: «A man destra per la riva

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con noi venite, e troverete il passo

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possibile a salir persona viva.

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E s’io non fossi impedito dal sasso

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che la cervice mia superba doma,

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onde portar convienmi il viso basso,

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cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

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guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,

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e per farlo pietoso a questa soma.

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Io fui latino e nato d’un gran Tosco:

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Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

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non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

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L’antico sangue e l’opere leggiadre

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d’i miei maggior mi fer sì arrogante,

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che, non pensando a la comune madre,

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ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,

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ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,

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e sallo in Campagnatico ogne fante.

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Io sono Omberto; e non pur a me danno

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superbia fa, ché tutti miei consorti

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ha ella tratti seco nel malanno.

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E qui convien ch’io questo peso porti

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per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

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poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».

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Ascoltando chinai in giù la faccia;

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e un di lor, non questi che parlava,

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si torse sotto il peso che li ’mpaccia,

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e videmi e conobbemi e chiamava,

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tenendo li occhi con fatica fisi

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a me che tutto chin con loro andava.

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«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,

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l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte

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ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

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«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte

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che pennelleggia Franco Bolognese;

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l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

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Ben non sare’ io stato sì cortese

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mentre ch’io vissi, per lo gran disio

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de l’eccellenza ove mio core intese.

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Di tal superbia qui si paga il fio;

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e ancor non sarei qui, se non fosse

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che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

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Oh vana gloria de l’umane posse!

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com’ poco verde in su la cima dura,

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se non è giunta da l’etati grosse!

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Credette Cimabue ne la pittura

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tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

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sì che la fama di colui è scura.

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Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

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la gloria de la lingua; e forse è nato

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chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

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Non è il mondan romore altro ch’un fiato

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di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

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e muta nome perché muta lato.

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Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

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da te la carne, che se fossi morto

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anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,

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pria che passin mill’ anni? ch’è più corto

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spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

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al cerchio che più tardi in cielo è torto.

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Colui che del cammin sì poco piglia

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dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

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e ora a pena in Siena sen pispiglia,

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ond’ era sire quando fu distrutta

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la rabbia fiorentina, che superba

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fu a quel tempo sì com’ ora è putta.

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La vostra nominanza è color d’erba,

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che viene e va, e quei la discolora

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per cui ella esce de la terra acerba».

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E io a lui: «Tuo vero dir m’incora

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bona umiltà, e gran tumor m’appiani;

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ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

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«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

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ed è qui perché fu presuntüoso

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a recar Siena tutta a le sue mani.

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Ito è così e va, sanza riposo,

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poi che morì; cotal moneta rende

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a sodisfar chi è di là troppo oso».

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E io: «Se quello spirito ch’attende,

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pria che si penta, l’orlo de la vita,

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qua giù dimora e qua sù non ascende,

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se buona orazïon lui non aita,

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prima che passi tempo quanto visse,

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come fu la venuta lui largita?».

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«Quando vivea più glorïoso», disse,

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«liberamente nel Campo di Siena,

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ogne vergogna diposta, s’affisse;

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e lì, per trar l’amico suo di pena,

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ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

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si condusse a tremar per ogne vena.

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Più non dirò, e scuro so che parlo;

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ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini

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faranno sì che tu potrai chiosarlo.

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Quest’ opera li tolse quei confini».

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