诗歌导读
我们身在何处
但丁仍站在最后一道沟的桥上,位于Malebolge的底部。场景被一种难以忍受的恶臭与彼此撕裂的畸形身体所支配。这冲突不仅是视觉上的:诗人任由自己沉溺于一群罪人之间的争吵,以至忘记了时间与向导。正是在此,维吉尔严厉地斥责他,标志着两人关系中的一个转折。
我们遇见谁
登场的有咬住Capocchio的Gianni Schicchi,以及那水肿的伪造者、只求一饮的maestro Adamo。Capocchio点出Mirra之名,她以变成另一形貌而伪造了自己。在场景的边缘,躺着僵直不动的有Putifarre之妻与希腊人Sinone,Adamo与他们猛烈地争吵。与Sinone的相遇是新的,且份量沉重:他是那至高无上的说谎者之面貌。
期待什么
在这次责备之后,但丁明白,聆听罪人们的争吵是一种危险的走神。由此向前,旅程接近中央的深渊,巨人们正在那里等候他。伴随读者的疑问是:诗人能否将注意力保持在向导身上,而不是停留于刑罚的细节。
Nel tempo che Iunone era crucciata
1per Semelè contra ’l sangue tebano,
2come mostrò una e altra fïata,
3Atamante divenne tanto insano,
4che veggendo la moglie con due figli
5andar carcata da ciascuna mano,
6gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
7la leonessa e ’ leoncini al varco»;
8e poi distese i dispietati artigli,
9prendendo l’un ch’avea nome Learco,
10e rotollo e percosselo ad un sasso;
11e quella s’annegò con l’altro carco.
12E quando la fortuna volse in basso
13l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
14sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
15Ecuba trista, misera e cattiva,
16poscia che vide Polissena morta,
17e del suo Polidoro in su la riva
18del mar si fu la dolorosa accorta,
19forsennata latrò sì come cane;
20tanto il dolor le fé la mente torta.
21Ma né di Tebe furie né troiane
22si vider mäi in alcun tanto crude,
23non punger bestie, nonché membra umane,
24quant’ io vidi in due ombre smorte e nude,
25che mordendo correvan di quel modo
26che ’l porco quando del porcil si schiude.
27L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
28del collo l’assannò, sì che, tirando,
29grattar li fece il ventre al fondo sodo.
30E l’Aretin che rimase, tremando
31mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
32e va rabbioso altrui così conciando».
33«Oh», diss’ io lui, «se l’altro non ti ficchi
34li denti a dosso, non ti sia fatica
35a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
36Ed elli a me: «Quell’ è l’anima antica
37di Mirra scellerata, che divenne
38al padre, fuor del dritto amore, amica.
39Questa a peccar con esso così venne,
40falsificando sé in altrui forma,
41come l’altro che là sen va, sostenne,
42per guadagnar la donna de la torma,
43falsificare in sé Buoso Donati,
44testando e dando al testamento norma».
45E poi che i due rabbiosi fuor passati
46sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
47rivolsilo a guardar li altri mal nati.
48Io vidi un, fatto a guisa di lëuto,
49pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
50tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
51La grave idropesì, che sì dispaia
52le membra con l’omor che mal converte,
53che ’l viso non risponde a la ventraia,
54faceva lui tener le labbra aperte
55come l’etico fa, che per la sete
56l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
57«O voi che sanz’ alcuna pena siete,
58e non so io perché, nel mondo gramo»,
59diss’ elli a noi, «guardate e attendete
60a la miseria del maestro Adamo;
61io ebbi, vivo, assai di quel ch’i’ volli,
62e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
63Li ruscelletti che d’i verdi colli
64del Casentin discendon giuso in Arno,
65faccendo i lor canali freddi e molli,
66sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
67ché l’imagine lor vie più m’asciuga
68che ’l male ond’ io nel volto mi discarno.
69La rigida giustizia che mi fruga
70tragge cagion del loco ov’ io peccai
71a metter più li miei sospiri in fuga.
72Ivi è Romena, là dov’ io falsai
73la lega suggellata del Batista;
74per ch’io il corpo sù arso lasciai.
75Ma s’io vedessi qui l’anima trista
76di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
77per Fonte Branda non darei la vista.
78Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
79ombre che vanno intorno dicon vero;
80ma che mi val, c’ho le membra legate?
81S’io fossi pur di tanto ancor leggero
82ch’i’ potessi in cent’ anni andare un’oncia,
83io sarei messo già per lo sentiero,
84cercando lui tra questa gente sconcia,
85con tutto ch’ella volge undici miglia,
86e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
87Io son per lor tra sì fatta famiglia;
88e’ m’indussero a batter li fiorini
89ch’avevan tre carati di mondiglia».
90E io a lui: «Chi son li due tapini
91che fumman come man bagnate ’l verno,
92giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
93«Qui li trovai—e poi volta non dierno—»,
94rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
95e non credo che dieno in sempiterno.
96L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
97l’altr’ è ’l falso Sinon greco di Troia:
98per febbre aguta gittan tanto leppo».
99E l’un di lor, che si recò a noia
100forse d’esser nomato sì oscuro,
101col pugno li percosse l’epa croia.
102Quella sonò come fosse un tamburo;
103e mastro Adamo li percosse il volto
104col braccio suo, che non parve men duro,
105dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
106lo muover per le membra che son gravi,
107ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
108Ond’ ei rispuose: «Quando tu andavi
109al fuoco, non l’avei tu così presto;
110ma sì e più l’avei quando coniavi».
111E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
112ma tu non fosti sì ver testimonio
113là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
114«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
115disse Sinon; «e son qui per un fallo,
116e tu per più ch’alcun altro demonio!».
117«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
118rispuose quel ch’avëa infiata l’epa;
119«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
120«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
121disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
122che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
123Allora il monetier: «Così si squarcia
124la bocca tua per tuo mal come suole;
125ché, s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
126tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
127e per leccar lo specchio di Narcisso,
128non vorresti a ’nvitar molte parole».
129Ad ascoltarli er’ io del tutto fisso,
130quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
131che per poco che teco non mi risso!».
132Quand’ io ’l senti’ a me parlar con ira,
133volsimi verso lui con tal vergogna,
134ch’ancor per la memoria mi si gira.
135Qual è colui che suo dannaggio sogna,
136che sognando desidera sognare,
137sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
138tal mi fec’ io, non possendo parlare,
139che disïava scusarmi, e scusava
140me tuttavia, e nol mi credea fare.
141«Maggior difetto men vergogna lava»,
142disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
143però d’ogne trestizia ti disgrava.
144E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
145se più avvien che fortuna t’accoglia
146dove sien genti in simigliante piato:
147ché voler ciò udire è bassa voglia».
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