← Canto XXVIII

地狱篇, Canto XXIX

Canto XXX →

造假者在第十沟

诗歌导读

我们身在何处

但丁离开第九沟,沿桥而下抵达Malebolge的最后一沟,场景骤然变化:哭嚎与腐肉的恶臭取代了方才所见被撕裂的血肉之景。沟底躺着满身 leprosy 的身影,姿态各异,不停地用指甲搔抓。维吉尔催促但丁继续前行,不要浪费时间去数剩余的环数。

我们遇见谁

出现的是两位炼金术士——阿雷佐的Griffolino与锡耶纳的Capocchio。Griffolino叙述自己被锡耶纳的Albero活活烧死——他曾戏言能教Albero飞行——并解释自己因炼金术在最后一沟受罚。Capocchio自称为自然的模仿者,回忆起锡耶纳那帮挥霍者的团体,其中包括Stricca、Niccolò以及Caccia d'Asciano,带着苦涩的微笑。稍早之前,未曾交谈,但丁的亲戚Geri del Bello的影子曾一闪而过,诗人未能与之招呼。

期待什么

此次相遇开启了伪造者的领域,他们将要求但丁以一种更为直接且令人不快的介入方式参与。提及Geri del Bello及其未得报复的死亡,作为动机再次浮现,预示着日后回返。下一步则是通往巨人井之前的另一重道德考验。

阅读本篇

地狱篇 · Canto XXIX
释义

La molta gente e le diverse piaghe

1

avean le luci mie sì inebrïate,

2

che de lo stare a piangere eran vaghe.

3

Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?

4

perché la vista tua pur si soffolge

5

là giù tra l’ombre triste smozzicate?

6

Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;

7

pensa, se tu annoverar le credi,

8

che miglia ventidue la valle volge.

9

E già la luna è sotto i nostri piedi;

10

lo tempo è poco omai che n’è concesso,

11

e altro è da veder che tu non vedi».

12

«Se tu avessi», rispuos’ io appresso,

13

«atteso a la cagion per ch’io guardava,

14

forse m’avresti ancor lo star dimesso».

15

Parte sen giva, e io retro li andava,

16

lo duca, già faccendo la risposta,

17

e soggiugnendo: «Dentro a quella cava

18

dov’ io tenea or li occhi sì a posta,

19

credo ch’un spirto del mio sangue pianga

20

la colpa che là giù cotanto costa».

21

Allor disse ’l maestro: «Non si franga

22

lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ ello.

23

Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;

24

ch’io vidi lui a piè del ponticello

25

mostrarti e minacciar forte col dito,

26

e udi’ ’l nominar Geri del Bello.

27

Tu eri allor sì del tutto impedito

28

sovra colui che già tenne Altaforte,

29

che non guardasti in là, sì fu partito».

30

«O duca mio, la vïolenta morte

31

che non li è vendicata ancor», diss’ io,

32

«per alcun che de l’onta sia consorte,

33

fece lui disdegnoso; ond’ el sen gio

34

sanza parlarmi, sì com’ ïo estimo:

35

e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».

36

Così parlammo infino al loco primo

37

che de lo scoglio l’altra valle mostra,

38

se più lume vi fosse, tutto ad imo.

39

Quando noi fummo sor l’ultima chiostra

40

di Malebolge, sì che i suoi conversi

41

potean parere a la veduta nostra,

42

lamenti saettaron me diversi,

43

che di pietà ferrati avean li strali;

44

ond’ io li orecchi con le man copersi.

45

Qual dolor fora, se de li spedali

46

di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre

47

e di Maremma e di Sardigna i mali

48

fossero in una fossa tutti ’nsembre,

49

tal era quivi, e tal puzzo n’usciva

50

qual suol venir de le marcite membre.

51

Noi discendemmo in su l’ultima riva

52

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

53

e allor fu la mia vista più viva

54

giù ver’ lo fondo, la ’ve la ministra

55

de l’alto Sire infallibil giustizia

56

punisce i falsador che qui registra.

57

Non credo ch’a veder maggior tristizia

58

fosse in Egina il popol tutto infermo,

59

quando fu l’aere sì pien di malizia,

60

che li animali, infino al picciol vermo,

61

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

62

secondo che i poeti hanno per fermo,

63

si ristorar di seme di formiche;

64

ch’era a veder per quella oscura valle

65

languir li spirti per diverse biche.

66

Qual sovra ’l ventre e qual sovra le spalle

67

l’un de l’altro giacea, e qual carpone

68

si trasmutava per lo tristo calle.

69

Passo passo andavam sanza sermone,

70

guardando e ascoltando li ammalati,

71

che non potean levar le lor persone.

72

Io vidi due sedere a sé poggiati,

73

com’ a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

74

dal capo al piè di schianze macolati;

75

e non vidi già mai menare stregghia

76

a ragazzo aspettato dal segnorso,

77

né a colui che mal volontier vegghia,

78

come ciascun menava spesso il morso

79

de l’unghie sopra sé per la gran rabbia

80

del pizzicor, che non ha più soccorso;

81

e sì traevan giù l’unghie la scabbia,

82

come coltel di scardova le scaglie

83

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

84

«O tu che con le dita ti dismaglie»,

85

cominciò ’l duca mio a l’un di loro,

86

«e che fai d’esse talvolta tanaglie,

87

dinne s’alcun Latino è tra costoro

88

che son quinc’ entro, se l’unghia ti basti

89

etternalmente a cotesto lavoro».

90

«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti

91

qui ambedue», rispuose l’un piangendo;

92

«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».

93

E ’l duca disse: «I’ son un che discendo

94

con questo vivo giù di balzo in balzo,

95

e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».

96

Allor si ruppe lo comun rincalzo;

97

e tremando ciascuno a me si volse

98

con altri che l’udiron di rimbalzo.

99

Lo buon maestro a me tutto s’accolse,

100

dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;

101

e io incominciai, poscia ch’ei volse:

102

«Se la vostra memoria non s’imboli

103

nel primo mondo da l’umane menti,

104

ma s’ella viva sotto molti soli,

105

ditemi chi voi siete e di che genti;

106

la vostra sconcia e fastidiosa pena

107

di palesarvi a me non vi spaventi».

108

«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,

109

rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;

110

ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.

111

Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:

112

“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;

113

e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,

114

volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo

115

perch’ io nol feci Dedalo, mi fece

116

ardere a tal che l’avea per figliuolo.

117

Ma ne l’ultima bolgia de le diece

118

me per l’alchìmia che nel mondo usai

119

dannò Minòs, a cui fallar non lece».

120

E io dissi al poeta: «Or fu già mai

121

gente sì vana come la sanese?

122

Certo non la francesca sì d’assai!».

123

Onde l’altro lebbroso, che m’intese,

124

rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca

125

che seppe far le temperate spese,

126

e Niccolò che la costuma ricca

127

del garofano prima discoverse

128

ne l’orto dove tal seme s’appicca;

129

e tra’ne la brigata in che disperse

130

Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,

131

e l’Abbagliato suo senno proferse.

132

Ma perché sappi chi sì ti seconda

133

contra i Sanesi, aguzza ver’ me l’occhio,

134

sì che la faccia mia ben ti risponda:

135

sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,

136

che falsai li metalli con l’alchìmia;

137

e te dee ricordar, se ben t’adocchio,

138

com’ io fui di natura buona scimia».

139