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地狱篇, 第十歌

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法里纳塔与异教徒的墓地

诗歌导读

我们身在何处

但丁已进入狄斯城,行走在第六层中,位于内墙与炽热的坟墓之间。维吉尔解释说,这些墓穴只有在最后审判之后才会重新合上,并指出伊壁鸠鲁是所有否认灵魂不朽之人的引领者。空气因火焰的炽热和从下层升起的恶臭而变得沉重。

我们遇见谁

法里纳塔·德利·乌贝蒂从石棺中挺身而起,胸膛裸露,以傲慢的姿态面对但丁,揭示出他能预见未来却看不见当下。在他身旁,卡瓦尔坎泰·德·卡瓦尔坎蒂——圭多的父亲——站起身来,又颓然倒下,以为他儿子已死。消失之前,法里纳塔提及腓特烈二世和枢机主教奥塔维亚诺,未再多言。

期待什么

此次相遇之后,但丁离开城墙,向着一道通往第七层的山谷下行;在那里,暴虐之人在血河与冰层之间受刑。法里纳塔关于圭尔夫派的预言之重,以及卡瓦尔坎泰的阴影依然留存,而维吉尔则告诫弟子要将所闻之言铭记于心,以防日后涉及自身。

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地狱篇 · 第十歌
释义

Ora sen va per un secreto calle,

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tra ’l muro de la terra e li martìri,

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lo mio maestro, e io dopo le spalle.

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«O virtù somma, che per li empi giri

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mi volvi», cominciai, «com’ a te piace,

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parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

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La gente che per li sepolcri giace

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potrebbesi veder? già son levati

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tutt’ i coperchi, e nessun guardia face».

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E quelli a me: «Tutti saran serrati

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quando di Iosafàt qui torneranno

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coi corpi che là sù hanno lasciati.

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Suo cimitero da questa parte hanno

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con Epicuro tutti suoi seguaci,

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che l’anima col corpo morta fanno.

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Però a la dimanda che mi faci

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quinc’ entro satisfatto sarà tosto,

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e al disio ancor che tu mi taci».

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E io: «Buon duca, non tegno riposto

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a te mio cuor se non per dicer poco,

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e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».

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«O Tosco che per la città del foco

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vivo ten vai così parlando onesto,

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piacciati di restare in questo loco.

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La tua loquela ti fa manifesto

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di quella nobil patrïa natio,

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a la qual forse fui troppo molesto».

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Subitamente questo suono uscìo

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d’una de l’arche; però m’accostai,

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temendo, un poco più al duca mio.

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Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?

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Vedi là Farinata che s’è dritto:

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da la cintola in sù tutto ’l vedrai».

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Io avea già il mio viso nel suo fitto;

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ed el s’ergea col petto e con la fronte

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com’ avesse l’inferno a gran dispitto.

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E l’animose man del duca e pronte

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mi pinser tra le sepulture a lui,

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dicendo: «Le parole tue sien conte».

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Com’ io al piè de la sua tomba fui,

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guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

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mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».

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Io ch’era d’ubidir disideroso,

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non gliel celai, ma tutto gliel’ apersi;

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ond’ ei levò le ciglia un poco in suso;

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poi disse: «Fieramente furo avversi

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a me e a miei primi e a mia parte,

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sì che per due fïate li dispersi».

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«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,

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rispuos’ io lui, «l’una e l’altra fïata;

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ma i vostri non appreser ben quell’ arte».

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Allor surse a la vista scoperchiata

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un’ombra, lungo questa, infino al mento:

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credo che s’era in ginocchie levata.

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Dintorno mi guardò, come talento

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avesse di veder s’altri era meco;

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e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,

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piangendo disse: «Se per questo cieco

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carcere vai per altezza d’ingegno,

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mio figlio ov’ è? e perché non è teco?».

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E io a lui: «Da me stesso non vegno:

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colui ch’attende là, per qui mi mena

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forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».

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Le sue parole e ’l modo de la pena

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m’avean di costui già letto il nome;

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però fu la risposta così piena.

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Di sùbito drizzato gridò: «Come?

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dicesti “elli ebbe”? non viv’ elli ancora?

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non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».

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Quando s’accorse d’alcuna dimora

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ch’io facëa dinanzi a la risposta,

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supin ricadde e più non parve fora.

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Ma quell’ altro magnanimo, a cui posta

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restato m’era, non mutò aspetto,

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né mosse collo, né piegò sua costa;

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e sé continüando al primo detto,

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«S’elli han quell’ arte», disse, «male appresa,

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ciò mi tormenta più che questo letto.

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Ma non cinquanta volte fia raccesa

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la faccia de la donna che qui regge,

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che tu saprai quanto quell’ arte pesa.

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E se tu mai nel dolce mondo regge,

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dimmi: perché quel popolo è sì empio

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incontr’ a’ miei in ciascuna sua legge?».

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Ond’ io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio

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che fece l’Arbia colorata in rosso,

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tal orazion fa far nel nostro tempio».

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Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,

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«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo

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sanza cagion con li altri sarei mosso.

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Ma fu’ io solo, là dove sofferto

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fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,

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colui che la difesi a viso aperto».

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«Deh, se riposi mai vostra semenza»,

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prega’ io lui, «solvetemi quel nodo

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che qui ha ’nviluppata mia sentenza.

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El par che voi veggiate, se ben odo,

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dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,

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e nel presente tenete altro modo».

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«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,

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le cose», disse, «che ne son lontano;

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cotanto ancor ne splende il sommo duce.

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Quando s’appressano o son, tutto è vano

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nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,

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nulla sapem di vostro stato umano.

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Però comprender puoi che tutta morta

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fia nostra conoscenza da quel punto

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che del futuro fia chiusa la porta».

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Allor, come di mia colpa compunto,

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dissi: «Or direte dunque a quel caduto

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che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

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e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,

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fate i saper che ’l fei perché pensava

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già ne l’error che m’avete soluto».

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E già ’l maestro mio mi richiamava;

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per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio

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che mi dicesse chi con lu’ istava.

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Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:

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qua dentro è ’l secondo Federico

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e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».

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Indi s’ascose; e io inver’ l’antico

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poeta volsi i passi, ripensando

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a quel parlar che mi parea nemico.

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Elli si mosse; e poi, così andando,

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mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».

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E io li sodisfeci al suo dimando.

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«La mente tua conservi quel ch’udito

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hai contra te», mi comandò quel saggio;

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«e ora attendi qui», e drizzò ’l dito:

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«quando sarai dinanzi al dolce raggio

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di quella il cui bell’ occhio tutto vede,

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da lei saprai di tua vita il vïaggio».

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Appresso mosse a man sinistra il piede:

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lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo

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per un sentier ch’a una valle fiede,

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che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

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