Guida al canto Dove siamo Dante è appena uscito dal Primo Mobile, il cielo di pura luce, ed è giunto nell'Empireo, sede di Dio e dei beati. Un fiume di splendore scorre tra due rive fiorite, ed egli vi si china per bere e affinare la vista. Il conflitto iniziale è la sua inadeguatezza: i suoi occhi non reggono tanta luce e devono essere trasformati prima di poter contemplare la rosa.
Chi incontriamo Beatrice è ora la guida attiva: indica a Dante la grande rosa dei beati, gli mostra quanti seggi sono già occupati e pronuncia una profezia politica sull'alto Arrigo, imperatore atteso per raddrizzare l'Italia. La sua invettiva colpisce la cupidigia della Chiesa, che degrada l'ufficio sacro, e minaccia un papa futuro, paragonato a Simon Mago e associato alla rovina di Bonifacio VIII.
Cosa aspettarsi Dopo questo canto Dante è pronto a contemplare l'ordinamento della corte celeste nella rosa. Restano aperti l'enigma della giustizia divina e il peso delle profezie politiche, che Beatrice scioglierà nei canti successivi.
Forse semilia miglia di lontano
1 ci ferve l’ora sesta, e questo mondo
2 china già l’ombra quasi al letto piano,
3 quando ’l mezzo del cielo, a noi profondo,
4 comincia a farsi tal, ch’alcuna stella
5 perde il parere infino a questo fondo;
6 e come vien la chiarissima ancella
7 del sol più oltre, così ’l ciel si chiude
8 di vista in vista infino a la più bella.
9 E come avanza la luminosissima ancella del sole, così il cielo si chiude progressivamente alla vista, stella dopo stella, fino alla più splendente. · Versi 7-9
Non altrimenti il trïunfo che lude
10 sempre dintorno al punto che mi vinse,
11 parendo inchiuso da quel ch’elli ’nchiude,
12 a poco a poco al mio veder si stinse:
13 per che tornar con li occhi a Bëatrice
14 nulla vedere e amor mi costrinse.
15 Se quanto infino a qui di lei si dice
16 fosse conchiuso tutto in una loda,
17 poca sarebbe a fornir questa vice.
18 La bellezza ch’io vidi si trasmoda
19 non pur di là da noi, ma certo io credo
20 che solo il suo fattor tutta la goda.
21 Da questo passo vinto mi concedo
22 più che già mai da punto di suo tema
23 soprato fosse comico o tragedo:
24 ché, come sole in viso che più trema,
25 così lo rimembrar del dolce riso
26 la mente mia da me medesmo scema.
27 Dal primo giorno ch’i’ vidi il suo viso
28 in questa vita, infino a questa vista,
29 non m’è il seguire al mio cantar preciso;
30 ma or convien che mio seguir desista
31 più dietro a sua bellezza, poetando,
32 come a l’ultimo suo ciascuno artista.
33 Cotal qual io lascio a maggior bando
34 che quel de la mia tuba, che deduce
35 l’ardüa sua matera terminando,
36 con atto e voce di spedito duce
37 ricominciò: «Noi siamo usciti fore
38 del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:
39 luce intellettüal, piena d’amore;
40 amor di vero ben, pien di letizia;
41 letizia che trascende ogne dolzore.
42 Qui vederai l’una e l’altra milizia
43 di paradiso, e l’una in quelli aspetti
44 che tu vedrai a l’ultima giustizia».
45 Come sùbito lampo che discetti
46 li spiriti visivi, sì che priva
47 da l’atto l’occhio di più forti obietti,
48 così mi circunfulse luce viva,
49 e lasciommi fasciato di tal velo
50 del suo fulgor, che nulla m’appariva.
51 «Sempre l’amor che queta questo cielo
52 accoglie in sé con sì fatta salute,
53 per far disposto a sua fiamma il candelo».
54 Non fur più tosto dentro a me venute
55 queste parole brievi, ch’io compresi
56 me sormontar di sopr’ a mia virtute;
57 e di novella vista mi raccesi
58 tale, che nulla luce è tanto mera,
59 che li occhi miei non si fosser difesi;
60 e vidi lume in forma di rivera
61 fulvido di fulgore, intra due rive
62 dipinte di mirabil primavera.
63 Di tal fiumana uscian faville vive,
64 e d’ogne parte si mettien ne’ fiori,
65 quasi rubin che oro circunscrive;
66 poi, come inebrïate da li odori,
67 riprofondavan sé nel miro gurge,
68 e s’una intrava, un’altra n’uscia fori.
69 Poi, come inebriate dai profumi, si tuffavano di nuovo nel mirabile gorgo; e mentre una entrava, un'altra ne usciva fuori. · Versi 67-69
«L’alto disio che mo t’infiamma e urge,
70 d’aver notizia di ciò che tu vei,
71 tanto mi piace più quanto più turge;
72 ma di quest’ acqua convien che tu bei
73 prima che tanta sete in te si sazi»:
74 così mi disse il sol de li occhi miei.
75 Anche soggiunse: «Il fiume e li topazi
76 ch’entrano ed escono e ’l rider de l’erbe
77 son di lor vero umbriferi prefazi.
78 Non che da sé sian queste cose acerbe;
79 ma è difetto da la parte tua,
80 che non hai viste ancor tanto superbe».
81 Non è fantin che sì sùbito rua
82 col volto verso il latte, se si svegli
83 molto tardato da l’usanza sua,
84 come fec’ io, per far migliori spegli
85 ancor de li occhi, chinandomi a l’onda
86 che si deriva perché vi s’immegli;
87 e sì come di lei bevve la gronda
88 de le palpebre mie, così mi parve
89 di sua lunghezza divenuta tonda.
90 Poi, come gente stata sotto larve,
91 che pare altro che prima, se si sveste
92 la sembianza non süa in che disparve,
93 così mi si cambiaro in maggior feste
94 li fiori e le faville, sì ch’io vidi
95 ambo le corti del ciel manifeste.
96 O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
97 l’alto trïunfo del regno verace,
98 dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!
99 Lume è là sù che visibile face
100 lo creatore a quella creatura
101 che solo in lui vedere ha la sua pace.
102 E’ si distende in circular figura,
103 in tanto che la sua circunferenza
104 sarebbe al sol troppo larga cintura.
105 Fassi di raggio tutta sua parvenza
106 reflesso al sommo del mobile primo,
107 che prende quindi vivere e potenza.
108 E come clivo in acqua di suo imo
109 si specchia, quasi per vedersi addorno,
110 quando è nel verde e ne’ fioretti opimo,
111 sì, soprastando al lume intorno intorno,
112 vidi specchiarsi in più di mille soglie
113 quanto di noi là sù fatto ha ritorno.
114 E se l’infimo grado in sé raccoglie
115 sì grande lume, quanta è la larghezza
116 di questa rosa ne l’estreme foglie!
117 La vista mia ne l’ampio e ne l’altezza
118 non si smarriva, ma tutto prendeva
119 il quanto e ’l quale di quella allegrezza.
120 Presso e lontano, lì, né pon né leva:
121 ché dove Dio sanza mezzo governa,
122 la legge natural nulla rileva.
123 Nel giallo de la rosa sempiterna,
124 che si digrada e dilata e redole
125 odor di lode al sol che sempre verna,
126 qual è colui che tace e dicer vole,
127 mi trasse Bëatrice, e disse: «Mira
128 quanto è ’l convento de le bianche stole!
129 Vedi nostra città quant’ ella gira;
130 vedi li nostri scanni sì ripieni,
131 che poca gente più ci si disira.
132 E ’n quel gran seggio a che tu li occhi tieni
133 per la corona che già v’è sù posta,
134 prima che tu a queste nozze ceni,
135 sederà l’alma, che fia giù agosta,
136 de l’alto Arrigo, ch’a drizzare Italia
137 verrà in prima ch’ella sia disposta.
138 La cieca cupidigia che v’ammalia
139 simili fatti v’ha al fantolino
140 che muor per fame e caccia via la balia.
141 E fia prefetto nel foro divino
142 allora tal, che palese e coverto
143 non anderà con lui per un cammino.
144 Ma poco poi sarà da Dio sofferto
145 nel santo officio; ch’el sarà detruso
146 là dove Simon mago è per suo merto,
147 e farà quel d’Alagna intrar più giuso».
148 L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/paradiso/canto-30