Guida al canto Dove siamo Siamo al centro della terra, dentro la Giudecca, dove il ghiaccio racchiude Lucifero conficcato a metà petto. Virgilio indica a Dante il re dell'Inferno, che con tre facce e sei ali batte l'aria gelando Cocito, il lago ghiacciato che chiude il regno sotterraneo. Il passaggio è angusto e Dante si stringe al suo maestro.
Chi incontriamo Lucifero, il signore dell'Inferno, mastica con tre bocche i grandi traditori: Giuda Iscariota, Bruto e Cassio. Virgilio entra in azione come guida fisica: si arrampica sul corpo del mostro, lo usa come scala e spiega a Dante come, superato il centro, i pesi cadano verso l'alto e sia apparso il sole.
Cosa aspettarsi Dopo aver visto il fondo, Dante risale aggrappato al pelo di Lucifero ed esce dall'Inferno per un pertugio naturale, tornando a riveder le stelle. Il lettore lo accompagna nel passaggio dall'emisfero australe a quello boreo, portandosi tre domande: dove sia finita la ghiaccia, perché Lucifero sia ora capovolto e come il sole abbia coperto mezza giornata in poche ore.
«Vexilla regis prodeunt inferni
1 verso di noi; però dinanzi mira»,
2 disse ’l maestro mio, «se tu ’l discerni».
3 Come quando una grossa nebbia spira,
4 o quando l’emisperio nostro annotta,
5 par di lungi un molin che ’l vento gira,
6 veder mi parve un tal dificio allotta;
7 poi per lo vento mi ristrinsi retro
8 al duca mio, ché non lì era altra grotta.
9 Come quando soffia una nebbia fitta, o quando il nostro emisfero cala nella notte, e in lontananza sembra di scorgere un mulino a vento che gira, così in quel momento mi parve di intravedere una costruzione enorme; poi per il vento mi strinsi dietro alla mia guida, perché lì non c'era nessun altro rifugio. · Versi 4-9
Già era, e con paura il metto in metro,
10 là dove l’ombre tutte eran coperte,
11 e trasparien come festuca in vetro.
12 Altre sono a giacere; altre stanno erte,
13 quella col capo e quella con le piante;
14 altra, com’ arco, il volto a’ piè rinverte.
15 Eravamo ormai, lo dico con timore, nel punto in cui tutte le anime erano coperte e si vedevano attraverso il ghiaccio come pagliuzze dentro il vetro. Alcune giacevano distese; altre stavano ritte, quelle con la testa in giù e quelle con i piedi in giù; altre ancora, piegate come un arco, rivolgevano il viso verso i piedi. · Versi 10-15
Quando noi fummo fatti tanto avante,
16 ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
17 la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
18 d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
19 «Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
20 ove convien che di fortezza t’armi».
21 Quando noi fummo abbastanza avanti, così che alla mia guida piacque mostrarmi la creatura che un tempo ebbe un aspetto così bello, mi si tolse da davanti e mi fece restare indietro, dicendo: «Ecco Dis, ed ecco il luogo dove ti devi armare di coraggio». · Versi 16-21
Com’ io divenni allor gelato e fioco,
22 nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
23 però ch’ogne parlar sarebbe poco.
24 Io non mori’ e non rimasi vivo;
25 pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
26 qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
27 Come io diventassi a quel punto gelato e senza voce, non chiederlo, lettore, perché non riesco a scriverlo: qualunque parola sarebbe inadeguata. Io non morii, ma nemmeno restai vivo: cerca di immaginare, se hai un briciolo di ingegno, come mi sentii, privato ormai della vita e della morte. · Versi 22-27
Lo ’mperador del doloroso regno
28 da mezzo ’l petto uscia fuor de la ghiaccia;
29 e più con un gigante io mi convegno,
30 che i giganti non fan con le sue braccia:
31 vedi oggimai quant’ esser dee quel tutto
32 ch’a così fatta parte si confaccia.
33 L'imperatore del regno del dolore sporgeva dal petto in fuori, oltre la superficie del ghiaccio; e io mi paragono a un gigante più di quanto i giganti non si paragonino alle sue braccia: prova a immaginare quanto dovesse essere grande tutto intero colui a cui si adatta una parte così enorme. · Versi 28-33
S’el fu sì bel com’ elli è ora brutto,
34 e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
35 ben dee da lui procedere ogne lutto.
36 Oh quanto parve a me gran maraviglia
37 quand’ io vidi tre facce a la sua testa!
38 L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
39 Se fu bello come è orribile adesso, e alzò lo sguardo contro il suo creatore, è giusto che da lui derivi ogni nostro dolore. Oh, quanto grande fu il mio stupore quando vidi tre facce sulla sua testa! Quella davanti era vermiglia. · Versi 34-39
l’altr’ eran due, che s’aggiugnieno a questa
40 sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
41 e sé giugnieno al loco de la cresta:
42 e la destra parea tra bianca e gialla;
43 la sinistra a vedere era tal, quali
44 vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
45 Sotto ciascuna uscivan due grand’ ali,
46 quanto si convenia a tanto uccello:
47 vele di mar non vid’ io mai cotali.
48 Non avean penne, ma di vispistrello
49 era lor modo; e quelle svolazzava,
50 sì che tre venti si movean da ello:
51 Sotto ciascuna faccia uscivano due ali enormi, proporzionate a un simile uccello: vele di mare io non ne ho mai viste di uguali. Non avevano piume, ma erano fatte come ali di pipistrello; e lui le sbatteva, così che da esse si muovevano tre venti. · Versi 46-51
quindi Cocito tutto s’aggelava.
52 Con sei occhi piangëa, e per tre menti
53 gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
54 Da ogne bocca dirompea co’ denti
55 un peccatore, a guisa di maciulla,
56 sì che tre ne facea così dolenti.
57 Per questo motivo tutto il Cocito si gelava. Con sei occhi piangeva, e lungo le tre menti colava giù lacrime miste a bava sanguinolenta. Da ogni bocca dilaniava con i denti un peccatore, come fa la gramola con la canapa, tanto che ne tormentava tre in questo modo. · Versi 52-57
A quel dinanzi il mordere era nulla
58 verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
59 rimanea de la pelle tutta brulla.
60 «Quell’ anima là sù c’ha maggior pena»,
61 disse ’l maestro, «è Giuda Scarïotto,
62 che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
63 Per quello davanti il morso era nulla in confronto al graffiare, perché a volte la schiena rimaneva completamente spellata. «Quell'anima lassù, che soffre più di tutte», disse la mia guida, «è Giuda Iscariota, che ha la testa dentro e muove le gambe fuori». · Versi 58-63
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
64 quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
65 vedi come si storce, e non fa motto!;
66 e l’altro è Cassio, che par sì membruto.
67 Ma la notte risurge, e oramai
68 è da partir, ché tutto avem veduto».
69 «Degli altri due, che hanno la testa in giù, quello che pende dal muso nero è Bruto: guarda come si dimena senza dire una parola!; e l'altro è Cassio, che appare così massiccio. Ma la notte risorge, e ormai è tempo di andare, perché abbiamo visto tutto». · Versi 64-69
Com’ a lui piacque, il collo li avvinghiai;
70 ed el prese di tempo e loco poste,
71 e quando l’ali fuoro aperte assai,
72 appigliò sé a le vellute coste;
73 di vello in vello giù discese poscia
74 tra ’l folto pelo e le gelate croste.
75 Come a lui piacque, gli cinsi il collo con le braccia; ed egli, calcolando bene il momento e il punto, e quando le ali furono spalancate a sufficienza, si aggrappò alle coste pelose; poi scese giù, passando da un ciuffo di pelo all'altro, in mezzo al fitto vello e alle croste di ghiaccio. · Versi 70-75
Quando noi fummo là dove la coscia
76 si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
77 lo duca, con fatica e con angoscia,
78 volse la testa ov’ elli avea le zanche,
79 e aggrappossi al pel com’ om che sale,
80 sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
81 Quando fummo là dove la coscia si piega, proprio nel punto più grosso dell'anca, la mia guida, con grande sforzo e fatica, girò la testa verso il punto in cui lui aveva le zampe, e si aggrappò al pelo come uno che scala, tanto che io pensai di tornare di nuovo all'inferno. · Versi 76-81
«Attienti ben, ché per cotali scale»,
82 disse ’l maestro, ansando com’ uom lasso,
83 «conviensi dipartir da tanto male».
84 Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso
85 e puose me in su l’orlo a sedere;
86 appresso porse a me l’accorto passo.
87 «Tieniti stretto, perché con queste scale», disse la mia guida, ansimando come uno sfinito, «bisogna uscire da un male così grande». Poi uscì fuori attraverso l'apertura di una roccia, e mi fece sedere sul bordo; subito dopo mi porse il passo sicuro. · Versi 82-87
Io levai li occhi e credetti vedere
88 Lucifero com’ io l’avea lasciato,
89 e vidili le gambe in sù tenere;
90 e s’io divenni allora travagliato,
91 la gente grossa il pensi, che non vede
92 qual è quel punto ch’io avea passato.
93 Io alzai gli occhi e credetti di vedere Lucifero come lo avevo lasciato, invece vidi che teneva le gambe rivolte verso l'alto; e se io rimasi sconvolto, lo immaginino le persone semplici, che non capiscono quale sia il punto cruciale che io avevo oltrepassato. · Versi 88-93
«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
94 la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
95 e già il sole a mezza terza riede».
96 Non era camminata di palagio
97 là ’v’ eravam, ma natural burella
98 ch’avea mal suolo e di lume disagio.
99 «Alzati in piedi», disse la mia guida, «la strada è lunga e il cammino è difficile, e il sole ormai torna a metà della terza ora». Il punto dove ci trovavamo non era un corridoio di palazzo, ma una grotta naturale, con un pavimento sconnesso e poca luce. · Versi 94-99
«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
100 maestro mio», diss’ io quando fui dritto,
101 «a trarmi d’erro un poco mi favella:
102 ov’ è la ghiaccia? e questi com’ è fitto
103 sì sottosopra? e come, in sì poc’ ora,
104 da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
105 «Prima che io esca dall'abisso, maestro mio», dissi io, una volta rialzato, «rispondimi per togliermi un dubbio: dov'è il ghiaccio? e come mai costui è conficcato così sottosopra? e come ha fatto il sole, in così poco tempo, a passare da sera a mattina?». · Versi 100-105
Ed elli a me: «Tu imagini ancora
106 d’esser di là dal centro, ov’ io mi presi
107 al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
108 Di là fosti cotanto quant’ io scesi;
109 quand’ io mi volsi, tu passasti ’l punto
110 al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
111 Ed egli a me: «Tu continui a immaginare di essere dall'altra parte del centro, là dove io mi aggrappai al pelo del verme maledetto che buca la terra. Dall'altra parte fosti finché io scesi; nel momento in cui mi girai, tu superasti il punto verso cui convergono i pesi da ogni parte». · Versi 106-111
E se’ or sotto l’emisperio giunto
112 ch’è contraposto a quel che la gran secca
113 coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
114 fu l’uom che nacque e visse sanza pecca;
115 tu haï i piedi in su picciola spera
116 che l’altra faccia fa de la Giudecca.
117 Qui è da man, quando di là è sera;
118 e questi, che ne fé scala col pelo,
119 fitto è ancora sì come prim’ era.
120 Da questa parte cadde giù dal cielo;
121 e la terra, che pria di qua si sporse,
122 per paura di lui fé del mar velo,
123 «Qui è mattina, quando di là è sera; e questo mostro, che ci è servito da scala grazie al suo pelo, è ancora conficcato come prima. Da questa parte precipitò giù dal cielo; e la terra, che prima si estendeva da questa parte, per la paura di lui si coprì con il mare». · Versi 118-123
e venne a l’emisperio nostro; e forse
124 per fuggir lui lasciò qui loco vòto
125 quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
126 Luogo è là giù da Belzebù remoto
127 tanto quanto la tomba si distende,
128 che non per vista, ma per suono è noto
129 d’un ruscelletto che quivi discende
130 per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
131 col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
132 C'è un luogo laggiù, lontano da Belzebù quanto la sua tomba si estende, che non si riconosce dalla vista, ma dal suono di un ruscelletto che scende lì dentro attraverso il buco di una roccia, scavato dal suo corso che gira su se stesso e scende poco. · Versi 127-132
Lo duca e io per quel cammino ascoso
133 intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
134 e sanza cura aver d’alcun riposo,
135 salimmo sù, el primo e io secondo,
136 tanto ch’i’ vidi de le cose belle
137 che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
138 E quindi uscimmo a riveder le stelle.
139 La mia guida e io entrammo per quel passaggio nascosto per tornare nel mondo della luce; e, senza preoccuparci di riposare, salimmo su, lui davanti e io dietro, finché vidi, attraverso un'apertura rotonda, alcune delle cose belle che il cielo porta con sé. E da lì uscimmo a rivedere le stelle. · Versi 133-139
L’elenco dei luoghi è in revisione editoriale.
https://divinacommediaonline.it/it/inferno/canto-34