天堂篇, 第一歌

Canto II →

与贝雅特丽齐在火天

诗歌导读

我们身在何处

旅程已抵达天堂。但丁与贝雅特丽齐身处火天,即最接近地球的天界。但丁仍以为自己身在炼狱山头,因而感到迷惘。贝雅特丽齐立即介入,向他说明他究竟身在何处,并解释他向上飞升并非奇迹,而是自然秩序的完成。

我们遇见谁

贝雅特丽齐作为引导者再次出现,她此前曾于炼狱前界现身。在本歌中她并不讲述自己的故事:她向但丁阐明被造之物的秩序,阐明每一本性皆趋向自身目的的原则,以及人为何能够上升趋向上帝。她的言辞如今是哲学思想,而非情感。

期待什么

经此澄清之后,旅程将进入月天,并一界一界地继续前行,遇见新的蒙福者,提出新的问题。最严峻的考验依然悬而未决:人类理智在越来越强烈的光与真理面前,究竟能承受多久。

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天堂篇 · 第一歌
释义

La gloria di colui che tutto move

1

per l’universo penetra, e risplende

2

in una parte più e meno altrove.

3

Nel ciel che più de la sua luce prende

4

fu’ io, e vidi cose che ridire

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né sa né può chi di là sù discende;

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perché appressando sé al suo disire,

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nostro intelletto si profonda tanto,

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che dietro la memoria non può ire.

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Veramente quant’ io del regno santo

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ne la mia mente potei far tesoro,

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sarà ora materia del mio canto.

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O buono Appollo, a l’ultimo lavoro

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fammi del tuo valor sì fatto vaso,

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come dimandi a dar l’amato alloro.

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Infino a qui l’un giogo di Parnaso

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assai mi fu; ma or con amendue

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m’è uopo intrar ne l’aringo rimaso.

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Entra nel petto mio, e spira tue

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sì come quando Marsïa traesti

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de la vagina de le membra sue.

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O divina virtù, se mi ti presti

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tanto che l’ombra del beato regno

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segnata nel mio capo io manifesti,

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vedra’mi al piè del tuo diletto legno

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venire, e coronarmi de le foglie

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che la materia e tu mi farai degno.

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Sì rade volte, padre, se ne coglie

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per trïunfare o cesare o poeta,

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colpa e vergogna de l’umane voglie,

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che parturir letizia in su la lieta

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delfica deïtà dovria la fronda

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peneia, quando alcun di sé asseta.

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Poca favilla gran fiamma seconda:

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forse di retro a me con miglior voci

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si pregherà perché Cirra risponda.

36

Surge ai mortali per diverse foci

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la lucerna del mondo; ma da quella

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che quattro cerchi giugne con tre croci,

39

con miglior corso e con migliore stella

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esce congiunta, e la mondana cera

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più a suo modo tempera e suggella.

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Fatto avea di là mane e di qua sera

43

tal foce, e quasi tutto era là bianco

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quello emisperio, e l’altra parte nera,

45

quando Beatrice in sul sinistro fianco

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vidi rivolta e riguardar nel sole:

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aguglia sì non li s’affisse unquanco.

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E sì come secondo raggio suole

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uscir del primo e risalire in suso,

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pur come pelegrin che tornar vuole,

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così de l’atto suo, per li occhi infuso

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ne l’imagine mia, il mio si fece,

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e fissi li occhi al sole oltre nostr’ uso.

54

Molto è licito là, che qui non lece

55

a le nostre virtù, mercé del loco

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fatto per proprio de l’umana spece.

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Io nol soffersi molto, né sì poco,

58

ch’io nol vedessi sfavillar dintorno,

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com’ ferro che bogliente esce del foco;

60

e di sùbito parve giorno a giorno

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essere aggiunto, come quei che puote

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avesse il ciel d’un altro sole addorno.

63

Beatrice tutta ne l’etterne rote

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fissa con li occhi stava; e io in lei

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le luci fissi, di là sù rimote.

66

Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

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qual si fé Glauco nel gustar de l’erba

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che ’l fé consorto in mar de li altri dèi.

69

Trasumanar significar per verba

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non si poria; però l’essemplo basti

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a cui esperïenza grazia serba.

72

S’i’ era sol di me quel che creasti

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novellamente, amor che ’l ciel governi,

74

tu ’l sai, che col tuo lume mi levasti.

75

Quando la rota che tu sempiterni

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desiderato, a sé mi fece atteso

77

con l’armonia che temperi e discerni,

78

parvemi tanto allor del cielo acceso

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de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

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lago non fece alcun tanto disteso.

81

La novità del suono e ’l grande lume

82

di lor cagion m’accesero un disio

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mai non sentito di cotanto acume.

84

Ond’ ella, che vedea me sì com’ io,

85

a quïetarmi l’animo commosso,

86

pria ch’io a dimandar, la bocca aprio

87

e cominciò: «Tu stesso ti fai grosso

88

col falso imaginar, sì che non vedi

89

ciò che vedresti se l’avessi scosso.

90

Tu non se’ in terra, sì come tu credi;

91

ma folgore, fuggendo il proprio sito,

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non corse come tu ch’ad esso riedi».

93

S’io fui del primo dubbio disvestito

94

per le sorrise parolette brevi,

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dentro ad un nuovo più fu’ inretito

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e dissi: «Già contento requïevi

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di grande ammirazion; ma ora ammiro

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com’ io trascenda questi corpi levi».

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Ond’ ella, appresso d’un pïo sospiro,

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li occhi drizzò ver’ me con quel sembiante

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che madre fa sovra figlio deliro,

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e cominciò: «Le cose tutte quante

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hanno ordine tra loro, e questo è forma

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che l’universo a Dio fa simigliante.

105

Qui veggion l’alte creature l’orma

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de l’etterno valore, il qual è fine

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al quale è fatta la toccata norma.

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Ne l’ordine ch’io dico sono accline

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tutte nature, per diverse sorti,

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più al principio loro e men vicine;

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onde si muovono a diversi porti

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per lo gran mar de l’essere, e ciascuna

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con istinto a lei dato che la porti.

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Questi ne porta il foco inver’ la luna;

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questi ne’ cor mortali è permotore;

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questi la terra in sé stringe e aduna;

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né pur le creature che son fore

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d’intelligenza quest’ arco saetta,

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ma quelle c’hanno intelletto e amore.

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La provedenza, che cotanto assetta,

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del suo lume fa ’l ciel sempre quïeto

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nel qual si volge quel c’ha maggior fretta;

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e ora lì, come a sito decreto,

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cen porta la virtù di quella corda

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che ciò che scocca drizza in segno lieto.

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Vero è che, come forma non s’accorda

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molte fïate a l’intenzion de l’arte,

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perch’ a risponder la materia è sorda,

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così da questo corso si diparte

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talor la creatura, c’ha podere

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di piegar, così pinta, in altra parte;

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e sì come veder si può cadere

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foco di nube, sì l’impeto primo

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l’atterra torto da falso piacere.

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Non dei più ammirar, se bene stimo,

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lo tuo salir, se non come d’un rivo

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se d’alto monte scende giuso ad imo.

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Maraviglia sarebbe in te se, privo

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d’impedimento, giù ti fossi assiso,

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com’ a terra quïete in foco vivo».

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Quinci rivolse inver’ lo cielo il viso.

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