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地狱篇, 第七歌

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贪财者、浪费者、愤怒者与斯蒂克斯沼泽

诗歌导读

我们身在何处

第四圈的恶魔普鲁托发出难以理解的叫喊,挡住下行之路。维吉尔责备他,提及路西法的坠落,于是那怪物如同一面被风吹落、帆桁折断的船帆般跌倒在地。一行人留在第四圈,此处贪财者与浪费者彼此冲撞,用胸膛推动巨大的重物,相互辱骂。

我们遇见谁

普鲁托作为该圈的守护者出现时,是一副臃肿而嘶鸣的形象,随后退去。但丁在贪财者与浪费者之中认不出任何面孔,因为世俗的生活已使他们面目模糊。维吉尔解释这些魂灵的身份,阐明命运女神的含义,并引入浸没于斯蒂克斯沼泽中的愤怒者,作为本歌的终结。

期待什么

在渡过斯蒂克斯河之后,但丁走近一座塔楼,复仇三女神在那里守望,菲利普·阿尔坚提正在等候。下一重阻碍并非一种待观看的罪孽,而是一位有待相遇的佛罗伦萨性情暴烈者,预示着进入迪特城。

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地狱篇 · 第七歌
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«Pape Satàn, pape Satàn aleppe!»,

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cominciò Pluto con la voce chioccia;

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e quel savio gentil, che tutto seppe,

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disse per confortarmi: «Non ti noccia

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la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,

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non ci torrà lo scender questa roccia».

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Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,

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e disse: «Taci, maladetto lupo!

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consuma dentro te con la tua rabbia.

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Non è sanza cagion l’andare al cupo:

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vuolsi ne l’alto, là dove Michele

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fé la vendetta del superbo strupo».

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Quali dal vento le gonfiate vele

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caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,

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tal cadde a terra la fiera crudele.

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Così scendemmo ne la quarta lacca,

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pigliando più de la dolente ripa

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che ’l mal de l’universo tutto insacca.

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Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

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nove travaglie e pene quant’ io viddi?

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e perché nostra colpa sì ne scipa?

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Come fa l’onda là sovra Cariddi,

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che si frange con quella in cui s’intoppa,

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così convien che qui la gente riddi.

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Qui vid’ i’ gente più ch’altrove troppa,

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e d’una parte e d’altra, con grand’ urli,

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voltando pesi per forza di poppa.

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Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì

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si rivolgea ciascun, voltando a retro,

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gridando: «Perché tieni?» e «Perché burli?».

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Così tornavan per lo cerchio tetro

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da ogne mano a l’opposito punto,

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gridandosi anche loro ontoso metro;

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poi si volgea ciascun, quand’ era giunto,

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per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.

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E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

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dissi: «Maestro mio, or mi dimostra

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che gente è questa, e se tutti fuor cherci

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questi chercuti a la sinistra nostra».

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Ed elli a me: «Tutti quanti fuor guerci

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sì de la mente in la vita primaia,

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che con misura nullo spendio ferci.

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Assai la voce lor chiaro l’abbaia,

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quando vegnono a’ due punti del cerchio

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dove colpa contraria li dispaia.

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Questi fuor cherci, che non han coperchio

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piloso al capo, e papi e cardinali,

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in cui usa avarizia il suo soperchio».

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E io: «Maestro, tra questi cotali

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dovre’ io ben riconoscere alcuni

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che furo immondi di cotesti mali».

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Ed elli a me: «Vano pensiero aduni:

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la sconoscente vita che i fé sozzi,

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ad ogne conoscenza or li fa bruni.

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In etterno verranno a li due cozzi:

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questi resurgeranno del sepulcro

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col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

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Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

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ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

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qual ella sia, parole non ci appulcro.

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Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

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d’i ben che son commessi a la fortuna,

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per che l’umana gente si rabbuffa;

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ché tutto l’oro ch’è sotto la luna

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e che già fu, di quest’ anime stanche

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non poterebbe farne posare una».

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«Maestro mio», diss’ io, «or mi dì anche:

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questa fortuna di che tu mi tocche,

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che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?».

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E quelli a me: «Oh creature sciocche,

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quanta ignoranza è quella che v’offende!

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Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.

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Colui lo cui saver tutto trascende,

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fece li cieli e diè lor chi conduce

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sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

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distribuendo igualmente la luce.

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Similemente a li splendor mondani

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ordinò general ministra e duce

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che permutasse a tempo li ben vani

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di gente in gente e d’uno in altro sangue,

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oltre la difension d’i senni umani;

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per ch’una gente impera e l’altra langue,

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seguendo lo giudicio di costei,

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che è occulto come in erba l’angue.

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Vostro saver non ha contasto a lei:

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questa provede, giudica, e persegue

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suo regno come il loro li altri dèi.

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Le sue permutazion non hanno triegue:

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necessità la fa esser veloce;

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sì spesso vien chi vicenda consegue.

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Quest’ è colei ch’è tanto posta in croce

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pur da color che le dovrien dar lode,

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dandole biasmo a torto e mala voce;

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ma ella s’è beata e ciò non ode:

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con l’altre prime creature lieta

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volve sua spera e beata si gode.

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Or discendiamo omai a maggior pieta;

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già ogne stella cade che saliva

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quand’ io mi mossi, e ’l troppo star si vieta».

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Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva

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sovr’ una fonte che bolle e riversa

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per un fossato che da lei deriva.

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L’acqua era buia assai più che persa;

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e noi, in compagnia de l’onde bige,

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intrammo giù per una via diversa.

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In la palude va c’ha nome Stige

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questo tristo ruscel, quand’ è disceso

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al piè de le maligne piagge grige.

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E io, che di mirare stava inteso,

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vidi genti fangose in quel pantano,

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ignude tutte, con sembiante offeso.

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Queste si percotean non pur con mano,

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ma con la testa e col petto e coi piedi,

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troncandosi co’ denti a brano a brano.

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Lo buon maestro disse: «Figlio, or vedi

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l’anime di color cui vinse l’ira;

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e anche vo’ che tu per certo credi

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che sotto l’acqua è gente che sospira,

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e fanno pullular quest’ acqua al summo,

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come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

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Fitti nel limo dicon: “Tristi fummo

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ne l’aere dolce che dal sol s’allegra,

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portando dentro accidïoso fummo:

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or ci attristiam ne la belletta negra”.

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Quest’ inno si gorgoglian ne la strozza,

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ché dir nol posson con parola integra».

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Così girammo de la lorda pozza

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grand’ arco tra la ripa secca e ’l mézzo,

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con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

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Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.

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