诗歌导读
我们身在何处
但丁在第三环重新睁开双眼,那里降下冰冷的雨,夹杂着冰雹和雪,落在泥泞中的灵魂身上。新的守护者是刻耳柏洛斯,一头长着三张喉咙的野兽,噬咬并剥皮罪人。维吉尔向它抛掷泥土使其平息,二人重新上路。
我们遇见谁
恰科,一位死于瘟疫的佛罗伦萨人,起身并认出了但丁,但丁则难以回忆起他。从他口中,得到关于白党与黑党之间自相残杀之争的预言、诚实市民已坠入更深处的判决,以及但丁所提及的五位贤明佛罗伦萨人的问题,此问题悬而未决。随后,维吉尔以哲学原则阐明为何罪人在审判之后将受更重的刑罚。
期待什么
会面之后,但丁心中带着一幅佛罗伦萨的阴沉图景,以及一个关于其他佛罗伦萨人的疑问,他们将在后续歌章中重逢。引导者此刻将目光转向死后等待之事。下一道障碍是普路托,镇守通往第四环之下降的恶魔。
Al tornar de la mente, che si chiuse
1dinanzi a la pietà d’i due cognati,
2che di trestizia tutto mi confuse,
3novi tormenti e novi tormentati
4mi veggio intorno, come ch’io mi mova
5e ch’io mi volga, e come che io guati.
6Io sono al terzo cerchio, de la piova
7etterna, maladetta, fredda e greve;
8regola e qualità mai non l’è nova.
9Grandine grossa, acqua tinta e neve
10per l’aere tenebroso si riversa;
11pute la terra che questo riceve.
12Cerbero, fiera crudele e diversa,
13con tre gole caninamente latra
14sovra la gente che quivi è sommersa.
15Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
16e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
17graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
18Urlar li fa la pioggia come cani;
19de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
20volgonsi spesso i miseri profani.
21Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
22le bocche aperse e mostrocci le sanne;
23non avea membro che tenesse fermo.
24E ’l duca mio distese le sue spanne,
25prese la terra, e con piene le pugna
26la gittò dentro a le bramose canne.
27Qual è quel cane ch’abbaiando agogna,
28e si racqueta poi che ’l pasto morde,
29ché solo a divorarlo intende e pugna,
30cotai si fecer quelle facce lorde
31de lo demonio Cerbero, che ’ntrona
32l’anime sì, ch’esser vorrebber sorde.
33Noi passavam su per l’ombre che adona
34la greve pioggia, e ponavam le piante
35sovra lor vanità che par persona.
36Elle giacean per terra tutte quante,
37fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
38ch’ella ci vide passarsi davante.
39«O tu che se’ per questo ’nferno tratto»,
40mi disse, «riconoscimi, se sai:
41tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto».
42E io a lui: «L’angoscia che tu hai
43forse ti tira fuor de la mia mente,
44sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.
45Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
46loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
47che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente».
48Ed elli a me: «La tua città, ch’è piena
49d’invidia sì che già trabocca il sacco,
50seco mi tenne in la vita serena.
51Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
52per la dannosa colpa de la gola,
53come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.
54E io anima trista non son sola,
55ché tutte queste a simil pena stanno
56per simil colpa». E più non fé parola.
57Io li rispuosi: «Ciacco, il tuo affanno
58mi pesa sì, ch’a lagrimar mi ’nvita;
59ma dimmi, se tu sai, a che verranno
60li cittadin de la città partita;
61s’alcun v’è giusto; e dimmi la cagione
62per che l’ha tanta discordia assalita».
63E quelli a me: «Dopo lunga tencione
64verranno al sangue, e la parte selvaggia
65caccerà l’altra con molta offensione.
66Poi appresso convien che questa caggia
67infra tre soli, e che l’altra sormonti
68con la forza di tal che testé piaggia.
69Alte terrà lungo tempo le fronti,
70tenendo l’altra sotto gravi pesi,
71come che di ciò pianga o che n’aonti.
72Giusti son due, e non vi sono intesi;
73superbia, invidia e avarizia sono
74le tre faville c’hanno i cuori accesi».
75Qui puose fine al lagrimabil suono.
76E io a lui: «Ancor vo’ che mi ’nsegni
77e che di più parlar mi facci dono.
78Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
79Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
80e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
81dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
82ché gran disio mi stringe di savere
83se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca».
84E quelli: «Ei son tra l’anime più nere;
85diverse colpe giù li grava al fondo:
86se tanto scendi, là i potrai vedere.
87Ma quando tu sarai nel dolce mondo,
88priegoti ch’a la mente altrui mi rechi:
89più non ti dico e più non ti rispondo».
90Li diritti occhi torse allora in biechi;
91guardommi un poco e poi chinò la testa:
92cadde con essa a par de li altri ciechi.
93E ’l duca disse a me: «Più non si desta
94di qua dal suon de l’angelica tromba,
95quando verrà la nimica podesta:
96ciascun rivederà la trista tomba,
97ripiglierà sua carne e sua figura,
98udirà quel ch’in etterno rimbomba».
99Sì trapassammo per sozza mistura
100de l’ombre e de la pioggia, a passi lenti,
101toccando un poco la vita futura;
102per ch’io dissi: «Maestro, esti tormenti
103crescerann’ ei dopo la gran sentenza,
104o fier minori, o saran sì cocenti?».
105Ed elli a me: «Ritorna a tua scïenza,
106che vuol, quanto la cosa è più perfetta,
107più senta il bene, e così la doglienza.
108Tutto che questa gente maladetta
109in vera perfezion già mai non vada,
110di là più che di qua essere aspetta».
111Noi aggirammo a tondo quella strada,
112parlando più assai ch’i’ non ridico;
113venimmo al punto dove si digrada:
114quivi trovammo Pluto, il gran nemico.
115https://divinacommediaonline.it/zh/diyu/canto-6