诗歌导读 我们身在何处 Siamo sul bordo del settimo cerchio, là dove la grande cascata si getta nell'ottavo. Il rombo dell'acqua copre ogni voce, e l'argine si apre su un salto ripido verso un nuovo girone. Virgilio si allontana da Dante per trattare con la creatura che attende sull'orlo, mentre il pellegrino resta solo.
我们遇见谁 Gerione, il mostro della frode, prende Dante sulle spalle per la discesa. Prima, seduti sulla sabbia ardente, appaiono gli usurai: ciascuno porta al collo una borsa con uno stemma. Dante ne osserva i blasoni senza riconoscere i volti. Uno di loro, un padovano, lo rimprovera di essere ancora vivo e cita i vicini fiorentini.
期待什么 Dopo il volo sulla groppa di Gerione, Dante sarà depositato ai piedi della rupe dell'ottavo cerchio, dove lo attendono i fraudolenti. La paura del vuoto, paragonata a quella di Fetonte e di Icaro, segna il momento più fragile del viaggio, prima di una discesa tra inganni e pene mai viste.
«Ecco la fiera con la coda aguzza,
1 che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
2 Ecco colei che tutto ’l mondo appuzza!».
3 Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
4 e accennolle che venisse a proda,
5 vicino al fin d’i passeggiati marmi.
6 E quella sozza imagine di froda
7 sen venne, e arrivò la testa e ’l busto,
8 ma ’n su la riva non trasse la coda.
9 La faccia sua era faccia d’uom giusto,
10 tanto benigna avea di fuor la pelle,
11 e d’un serpente tutto l’altro fusto;
12 due branche avea pilose insin l’ascelle;
13 lo dosso e ’l petto e ambedue le coste
14 dipinti avea di nodi e di rotelle.
15 Con più color, sommesse e sovraposte
16 non fer mai drappi Tartari né Turchi,
17 né fuor tai tele per Aragne imposte.
18 Come talvolta stanno a riva i burchi,
19 che parte sono in acqua e parte in terra,
20 e come là tra li Tedeschi lurchi
21 lo bivero s’assetta a far sua guerra,
22 così la fiera pessima si stava
23 su l’orlo ch’è di pietra e ’l sabbion serra.
24 Nel vano tutta sua coda guizzava,
25 torcendo in sù la venenosa forca
26 ch’a guisa di scorpion la punta armava.
27 Lo duca disse: «Or convien che si torca
28 la nostra via un poco insino a quella
29 bestia malvagia che colà si corca».
30 Però scendemmo a la destra mammella,
31 e diece passi femmo in su lo stremo,
32 per ben cessar la rena e la fiammella.
33 E quando noi a lei venuti semo,
34 poco più oltre veggio in su la rena
35 gente seder propinqua al loco scemo.
36 Quivi ’l maestro «Acciò che tutta piena
37 esperïenza d’esto giron porti»,
38 mi disse, «va, e vedi la lor mena.
39 Li tuoi ragionamenti sian là corti;
40 mentre che torni, parlerò con questa,
41 che ne conceda i suoi omeri forti».
42 Così ancor su per la strema testa
43 di quel settimo cerchio tutto solo
44 andai, dove sedea la gente mesta.
45 Per li occhi fora scoppiava lor duolo;
46 di qua, di là soccorrien con le mani
47 quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:
48 non altrimenti fan di state i cani
49 or col ceffo or col piè, quando son morsi
50 o da pulci o da mosche o da tafani.
51 Poi che nel viso a certi li occhi porsi,
52 ne’ quali ’l doloroso foco casca,
53 non ne conobbi alcun; ma io m’accorsi
54 che dal collo a ciascun pendea una tasca
55 ch’avea certo colore e certo segno,
56 e quindi par che ’l loro occhio si pasca.
57 E com’ io riguardando tra lor vegno,
58 in una borsa gialla vidi azzurro
59 che d’un leone avea faccia e contegno.
60 Poi, procedendo di mio sguardo il curro,
61 vidine un’altra come sangue rossa,
62 mostrando un’oca bianca più che burro.
63 E un che d’una scrofa azzurra e grossa
64 segnato avea lo suo sacchetto bianco,
65 mi disse: «Che fai tu in questa fossa?
66 Or te ne va; e perché se’ vivo anco,
67 sappi che ’l mio vicin Vitalïano
68 sederà qui dal mio sinistro fianco.
69 Con questi Fiorentin son padoano:
70 spesse fïate mi ’ntronan li orecchi
71 gridando: “Vegna ’l cavalier sovrano,
72 che recherà la tasca con tre becchi!”».
73 Qui distorse la bocca e di fuor trasse
74 la lingua, come bue che ’l naso lecchi.
75 E io, temendo no ’l più star crucciasse
76 lui che di poco star m’avea ’mmonito,
77 torna’mi in dietro da l’anime lasse.
78 Trova’ il duca mio ch’era salito
79 già su la groppa del fiero animale,
80 e disse a me: «Or sie forte e ardito.
81 Omai si scende per sì fatte scale;
82 monta dinanzi, ch’i’ voglio esser mezzo,
83 sì che la coda non possa far male».
84 Qual è colui che sì presso ha ’l riprezzo
85 de la quartana, c’ha già l’unghie smorte,
86 e triema tutto pur guardando ’l rezzo,
87 tal divenn’ io a le parole porte;
88 ma vergogna mi fé le sue minacce,
89 che innanzi a buon segnor fa servo forte.
90 I’ m’assettai in su quelle spallacce;
91 sì volli dir, ma la voce non venne
92 com’ io credetti: ‘Fa che tu m’abbracce’.
93 Ma esso, ch’altra volta mi sovvenne
94 ad altro forse, tosto ch’i’ montai
95 con le braccia m’avvinse e mi sostenne;
96 e disse: «Gerïon, moviti omai:
97 le rote larghe, e lo scender sia poco;
98 pensa la nova soma che tu hai».
99 Come la navicella esce di loco
100 in dietro in dietro, sì quindi si tolse;
101 e poi ch’al tutto si sentì a gioco,
102 là ’v’ era ’l petto, la coda rivolse,
103 e quella tesa, come anguilla, mosse,
104 e con le branche l’aere a sé raccolse.
105 Maggior paura non credo che fosse
106 quando Fetonte abbandonò li freni,
107 per che ’l ciel, come pare ancor, si cosse;
108 né quando Icaro misero le reni
109 sentì spennar per la scaldata cera,
110 gridando il padre a lui «Mala via tieni!»,
111 che fu la mia, quando vidi ch’i’ era
112 ne l’aere d’ogne parte, e vidi spenta
113 ogne veduta fuor che de la fera.
114 Ella sen va notando lenta lenta;
115 rota e discende, ma non me n’accorgo
116 se non che al viso e di sotto mi venta.
117 Io sentia già da la man destra il gorgo
118 far sotto noi un orribile scroscio,
119 per che con li occhi ’n giù la testa sporgo.
120 Allor fu’ io più timido a lo stoscio,
121 però ch’i’ vidi fuochi e senti’ pianti;
122 ond’ io tremando tutto mi raccoscio.
123 E vidi poi, ché nol vedea davanti,
124 lo scendere e ’l girar per li gran mali
125 che s’appressavan da diversi canti.
126 Come ’l falcon ch’è stato assai su l’ali,
127 che sanza veder logoro o uccello
128 fa dire al falconiere «Omè, tu cali!»,
129 discende lasso onde si move isnello,
130 per cento rote, e da lunge si pone
131 dal suo maestro, disdegnoso e fello;
132 così ne puose al fondo Gerïone
133 al piè al piè de la stagliata rocca,
134 e, discarcate le nostre persone,
135 si dileguò come da corda cocca.
136 https://divinacommediaonline.it/zh/diyu/canto-17