炼狱篇, Canto I

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L'isola del Purgatorio e Catone

诗歌导读

我们身在何处

在炼狱岛,清晨时分,在穿越地狱的上升之后。诗人离开了地下王国死寂的空气,在纯净的天空和初升的太阳下重新呼吸。最初的紧张感出现在加图的问题之中:是谁逆流而上,违反了深渊的律法?这是通往一个全新、尚未被踏足之境的入口。

我们遇见谁

乌提卡的加图,炼狱的年迈守护者,常被解读为道德自由的象征。维吉尔以恭敬的态度向他致意,提及他的妻子马尔提亚,并获准前行。在此,维吉尔不仅仅是引导者:他必须向更高的权威交代,这标志着他身旁角色的转变。

期待什么

在获得加图的许可后,前路变得主动而向上。读者准备迎接一段渐进的攀登,其间点缀着相遇与考验,并留下一个悬而未决的问题:仍带有地狱烙印的但丁,如何能承受这新天地的光辉与戒律?

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炼狱篇 · Canto I
释义

Per correr miglior acque alza le vele

1

omai la navicella del mio ingegno,

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che lascia dietro a sé mar sì crudele;

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e canterò di quel secondo regno

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dove l’umano spirito si purga

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e di salire al ciel diventa degno.

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Ma qui la morta poesì resurga,

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o sante Muse, poi che vostro sono;

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e qui Calïopè alquanto surga,

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seguitando il mio canto con quel suono

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di cui le Piche misere sentiro

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lo colpo tal, che disperar perdono.

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Dolce color d’orïental zaffiro,

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che s’accoglieva nel sereno aspetto

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del mezzo, puro infino al primo giro,

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a li occhi miei ricominciò diletto,

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tosto ch’io usci’ fuor de l’aura morta

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che m’avea contristati li occhi e ’l petto.

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Lo bel pianeto che d’amar conforta

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faceva tutto rider l’orïente,

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velando i Pesci ch’erano in sua scorta.

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I’ mi volsi a man destra, e puosi mente

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a l’altro polo, e vidi quattro stelle

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non viste mai fuor ch’a la prima gente.

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Goder pareva ’l ciel di lor fiammelle:

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oh settentrïonal vedovo sito,

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poi che privato se’ di mirar quelle!

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Com’ io da loro sguardo fui partito,

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un poco me volgendo a l ’altro polo,

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là onde ’l Carro già era sparito,

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vidi presso di me un veglio solo,

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degno di tanta reverenza in vista,

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che più non dee a padre alcun figliuolo.

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Lunga la barba e di pel bianco mista

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portava, a’ suoi capelli simigliante,

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de’ quai cadeva al petto doppia lista.

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Li raggi de le quattro luci sante

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fregiavan sì la sua faccia di lume,

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ch’i’ ’l vedea come ’l sol fosse davante.

39

«Chi siete voi che contro al cieco fiume

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fuggita avete la pregione etterna?»,

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diss’ el, movendo quelle oneste piume.

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«Chi v’ha guidati, o che vi fu lucerna,

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uscendo fuor de la profonda notte

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che sempre nera fa la valle inferna?

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Son le leggi d’abisso così rotte?

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o è mutato in ciel novo consiglio,

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che, dannati, venite a le mie grotte?».

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Lo duca mio allor mi diè di piglio,

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e con parole e con mani e con cenni

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reverenti mi fé le gambe e ’l ciglio.

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Poscia rispuose lui: «Da me non venni:

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donna scese del ciel, per li cui prieghi

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de la mia compagnia costui sovvenni.

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Ma da ch’è tuo voler che più si spieghi

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di nostra condizion com’ ell’ è vera,

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esser non puote il mio che a te si nieghi.

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Questi non vide mai l’ultima sera;

58

ma per la sua follia le fu sì presso,

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che molto poco tempo a volger era.

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Sì com’ io dissi, fui mandato ad esso

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per lui campare; e non lì era altra via

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che questa per la quale i’ mi son messo.

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Mostrata ho lui tutta la gente ria;

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e ora intendo mostrar quelli spirti

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che purgan sé sotto la tua balìa.

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Com’ io l’ho tratto, saria lungo a dirti;

67

de l’alto scende virtù che m’aiuta

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conducerlo a vederti e a udirti.

69

Or ti piaccia gradir la sua venuta:

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libertà va cercando, ch’è sì cara,

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come sa chi per lei vita rifiuta.

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Tu ’l sai, ché non ti fu per lei amara

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in Utica la morte, ove lasciasti

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la vesta ch’al gran dì sarà sì chiara.

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Non son li editti etterni per noi guasti,

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ché questi vive e Minòs me non lega;

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ma son del cerchio ove son li occhi casti

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di Marzia tua, che ’n vista ancor ti priega,

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o santo petto, che per tua la tegni:

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per lo suo amore adunque a noi ti piega.

81

Lasciane andar per li tuoi sette regni;

82

grazie riporterò di te a lei,

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se d’esser mentovato là giù degni».

84

«Marzïa piacque tanto a li occhi miei

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mentre ch’i’ fu’ di là», diss’ elli allora,

86

«che quante grazie volse da me, fei.

87

Or che di là dal mal fiume dimora,

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più muover non mi può, per quella legge

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che fatta fu quando me n’usci’ fora.

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Ma se donna del ciel ti move e regge,

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come tu di’, non c’è mestier lusinghe:

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bastisi ben che per lei mi richegge.

93

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

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d’un giunco schietto e che li lavi ’l viso,

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sì ch’ogne sucidume quindi stinghe;

96

ché non si converria, l’occhio sorpriso

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d’alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

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ministro, ch’è di quei di paradiso.

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Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

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là giù colà dove la batte l’onda,

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porta di giunchi sovra ’l molle limo:

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null’ altra pianta che facesse fronda

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o indurasse, vi puote aver vita,

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però ch’a le percosse non seconda.

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Poscia non sia di qua vostra reddita;

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lo sol vi mosterrà, che surge omai,

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prendere il monte a più lieve salita».

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Così sparì; e io sù mi levai

109

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

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al duca mio, e li occhi a lui drizzai.

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El cominciò: «Figliuol, segui i miei passi:

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volgianci in dietro, ché di qua dichina

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questa pianura a’ suoi termini bassi».

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L’alba vinceva l’ora mattutina

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che fuggia innanzi, sì che di lontano

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conobbi il tremolar de la marina.

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Noi andavam per lo solingo piano

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com’ om che torna a la perduta strada,

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che ’nfino ad essa li pare ire in vano.

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Quando noi fummo là ’ve la rugiada

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pugna col sole, per essere in parte

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dove, ad orezza, poco si dirada,

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ambo le mani in su l’erbetta sparte

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soavemente ’l mio maestro pose:

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ond’ io, che fui accorto di sua arte,

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porsi ver’ lui le guance lagrimose;

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ivi mi fece tutto discoverto

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quel color che l’inferno mi nascose.

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Venimmo poi in sul lito diserto,

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che mai non vide navicar sue acque

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omo, che di tornar sia poscia esperto.

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Quivi mi cinse sì com’ altrui piacque:

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oh maraviglia! ché qual elli scelse

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l’umile pianta, cotal si rinacque

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subitamente là onde l’avelse.

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