诗歌导读
我们身在何处
将内索留在弗勒格通之后,但丁与维吉尔进入第七圈的第二区,一片荆棘盘绕、无路可循的密林。哈尔皮埃——人面利爪的生物——在枝杈间筑巢。哀号立刻从四面八方响起,却不见发声之人,但丁惊恐地停下脚步。
我们遇见谁
两道声音从灌木丛中传出。第一位是皮埃尔·德拉·维尼亚,他曾是腓特烈二世的书记,以自杀身亡,临终仍否认被指控的背叛。第二位是佛罗伦萨人,他曾在自己家中上吊自缢;他自报身份为圣安德烈亚的雅各波,而非但丁,后者反倒质问他为何把自己当作盾牌。追逐他们而来的是一群黑犬,那寻求庇护的灵魂呼唤着拉诺——亡于托波比武场之人。
期待什么
聆听两位受罚者之后,但丁与维吉尔重新穿行于林中,下行的路正引向第三环的灼热沙地。身体被剥夺的问题仍未解答:这些自杀者的躯体将悬于何处?两位旅人又将在何时抵达林木的尽头?
Non era ancor di là Nesso arrivato,
1quando noi ci mettemmo per un bosco
2che da neun sentiero era segnato.
3Non fronda verde, ma di color fosco;
4non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti;
5non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco.
6Non han sì aspri sterpi né sì folti
7quelle fiere selvagge che ’n odio hanno
8tra Cecina e Corneto i luoghi cólti.
9Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
10che cacciar de le Strofade i Troiani
11con tristo annunzio di futuro danno.
12Ali hanno late, e colli e visi umani,
13piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
14fanno lamenti in su li alberi strani.
15E ’l buon maestro «Prima che più entre,
16sappi che se’ nel secondo girone»,
17mi cominciò a dire, «e sarai mentre
18che tu verrai ne l’orribil sabbione.
19Però riguarda ben; sì vederai
20cose che torrien fede al mio sermone».
21Io sentia d’ogne parte trarre guai
22e non vedea persona che ’l facesse;
23per ch’io tutto smarrito m’arrestai.
24Cred’ ïo ch’ei credette ch’io credesse
25che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
26da gente che per noi si nascondesse.
27Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
28qualche fraschetta d’una d’este piante,
29li pensier c’hai si faran tutti monchi».
30Allor porsi la mano un poco avante
31e colsi un ramicel da un gran pruno;
32e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?».
33Da che fatto fu poi di sangue bruno,
34ricominciò a dir: «Perché mi scerpi?
35non hai tu spirto di pietade alcuno?
36Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
37ben dovrebb’ esser la tua man più pia,
38se state fossimo anime di serpi».
39Come d’un stizzo verde ch’arso sia
40da l’un de’ capi, che da l’altro geme
41e cigola per vento che va via,
42sì de la scheggia rotta usciva insieme
43parole e sangue; ond’ io lasciai la cima
44cadere, e stetti come l’uom che teme.
45«S’elli avesse potuto creder prima»,
46rispuose ’l savio mio, «anima lesa,
47ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
48non averebbe in te la man distesa;
49ma la cosa incredibile mi fece
50indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
51Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
52d’alcun’ ammenda tua fama rinfreschi
53nel mondo sù, dove tornar li lece».
54E ’l tronco: «Sì col dolce dir m’adeschi,
55ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
56perch’ ïo un poco a ragionar m’inveschi.
57Io son colui che tenni ambo le chiavi
58del cor di Federigo, e che le volsi,
59serrando e diserrando, sì soavi,
60che dal secreto suo quasi ogn’ uom tolsi;
61fede portai al glorïoso offizio,
62tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.
63La meretrice che mai da l’ospizio
64di Cesare non torse li occhi putti,
65morte comune e de le corti vizio,
66infiammò contra me li animi tutti;
67e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
68che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.
69L’animo mio, per disdegnoso gusto,
70credendo col morir fuggir disdegno,
71ingiusto fece me contra me giusto.
72Per le nove radici d’esto legno
73vi giuro che già mai non ruppi fede
74al mio segnor, che fu d’onor sì degno.
75E se di voi alcun nel mondo riede,
76conforti la memoria mia, che giace
77ancor del colpo che ’nvidia le diede».
78Un poco attese, e poi «Da ch’el si tace»,
79disse ’l poeta a me, «non perder l’ora;
80ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace».
81Ond’ ïo a lui: «Domandal tu ancora
82di quel che credi ch’a me satisfaccia;
83ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora».
84Perciò ricominciò: «Se l’om ti faccia
85liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
86spirito incarcerato, ancor ti piaccia
87di dirne come l’anima si lega
88in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
89s’alcuna mai di tai membra si spiega».
90Allor soffiò il tronco forte, e poi
91si convertì quel vento in cotal voce:
92«Brievemente sarà risposto a voi.
93Quando si parte l’anima feroce
94dal corpo ond’ ella stessa s’è disvelta,
95Minòs la manda a la settima foce.
96Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
97ma là dove fortuna la balestra,
98quivi germoglia come gran di spelta.
99Surge in vermena e in pianta silvestra:
100l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
101fanno dolore, e al dolor fenestra.
102Come l’altre verrem per nostre spoglie,
103ma non però ch’alcuna sen rivesta,
104ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.
105Qui le strascineremo, e per la mesta
106selva saranno i nostri corpi appesi,
107ciascuno al prun de l’ombra sua molesta».
108Noi eravamo ancora al tronco attesi,
109credendo ch’altro ne volesse dire,
110quando noi fummo d’un romor sorpresi,
111similemente a colui che venire
112sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
113ch’ode le bestie, e le frasche stormire.
114Ed ecco due da la sinistra costa,
115nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
116che de la selva rompieno ogne rosta.
117Quel dinanzi: «Or accorri, accorri, morte!».
118E l’altro, cui pareva tardar troppo,
119gridava: «Lano, sì non furo accorte
120le gambe tue a le giostre dal Toppo!».
121E poi che forse li fallia la lena,
122di sé e d’un cespuglio fece un groppo.
123Di rietro a loro era la selva piena
124di nere cagne, bramose e correnti
125come veltri ch’uscisser di catena.
126In quel che s’appiattò miser li denti,
127e quel dilaceraro a brano a brano;
128poi sen portar quelle membra dolenti.
129Presemi allor la mia scorta per mano,
130e menommi al cespuglio che piangea
131per le rotture sanguinenti in vano.
132«O Iacopo», dicea, «da Santo Andrea,
133che t’è giovato di me fare schermo?
134che colpa ho io de la tua vita rea?».
135Quando ’l maestro fu sovr’ esso fermo,
136disse: «Chi fosti, che per tante punte
137soffi con sangue doloroso sermo?».
138Ed elli a noi: «O anime che giunte
139siete a veder lo strazio disonesto
140c’ha le mie fronde sì da me disgiunte,
141raccoglietele al piè del tristo cesto.
142I’ fui de la città che nel Batista
143mutò ’l primo padrone; ond’ ei per questo
144sempre con l’arte sua la farà trista;
145e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
146rimane ancor di lui alcuna vista,
147que’ cittadin che poi la rifondarno
148sovra ’l cener che d’Attila rimase,
149avrebber fatto lavorare indarno.
150Io fei gibetto a me de le mie case».
151https://divinacommediaonline.it/zh/diyu/canto-13