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Purgatorio, Canto XXXII

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L'albero, l'aquila e le piaghe del carro

Guida al canto

Dove siamo

Siamo nella foresta che copre la cima del Purgatorio, dopo l'immersione nel Lete. Il corteo sacro riprende il cammino intorno al carro, e Beatrice ordina a Dante di osservare con attenzione ciò che vedrà. È il momento in cui la visione smette di essere promessa e diventa uno spettacolo preciso da decifrare.

Chi incontriamo

Rientra in scena Beatrice, che ora parla con autorità profetica e affida a Dante il compito di tornare nel mondo a scrivere quanto ha visto. Tornano le tre ninfe custodi del carro, che Beatrice lascia come guardia. Spuntano figure nuove e inquietanti: l'aquila che scende dal cielo, una volpe affamata, un drago che esce dalla terra, il mostro settetestato nato dal carro, una donna dagli occhi guardinghi e un gigante biondo che la bacia e la trascina via.

Cosa aspettarsi

Da qui in poi Dante guarda un carro ormai trasformato, non più soltanto simbolo della Chiesa pulita. Dopo le tre piaghe e la nascita del mostro, l'immagine finale apre una domanda scomoda: chi è davvero la donna, chi è il gigante, e cosa resta della promessa del grifone ora che il carro è diventato un'altra cosa.
Testo originalePurgatorio · Canto XXXII
Parafrasi

Tant’ eran li occhi miei fissi e attenti

1

a disbramarsi la decenne sete,

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che li altri sensi m’eran tutti spenti.

3

Ed essi quinci e quindi avien parete

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di non caler—così lo santo riso

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a sé traéli con l’antica rete!—;

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quando per forza mi fu vòlto il viso

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ver’ la sinistra mia da quelle dee,

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perch’ io udi’ da loro un «Troppo fiso!»;

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e la disposizion ch’a veder èe

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ne li occhi pur testé dal sol percossi,

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sanza la vista alquanto esser mi fée.

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Ma poi ch’al poco il viso riformossi

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(e dico ‘al poco’ per rispetto al molto

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sensibile onde a forza mi rimossi),

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vidi ’n sul braccio destro esser rivolto

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lo glorïoso essercito, e tornarsi

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col sole e con le sette fiamme al volto.

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Come sotto li scudi per salvarsi

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volgesi schiera, e sé gira col segno,

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prima che possa tutta in sé mutarsi;

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quella milizia del celeste regno

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che procedeva, tutta trapassonne

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pria che piegasse il carro il primo legno.

24

Indi a le rote si tornar le donne,

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e ’l grifon mosse il benedetto carco

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sì, che però nulla penna crollonne.

27

La bella donna che mi trasse al varco

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e Stazio e io seguitavam la rota

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che fé l’orbita sua con minore arco.

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Sì passeggiando l’alta selva vòta,

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colpa di quella ch’al serpente crese,

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temprava i passi un’angelica nota.

33

Forse in tre voli tanto spazio prese

34

disfrenata saetta, quanto eramo

35

rimossi, quando Bëatrice scese.

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Io senti’ mormorare a tutti «Adamo»;

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poi cerchiaro una pianta dispogliata

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di foglie e d’altra fronda in ciascun ramo.

39

La coma sua, che tanto si dilata

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più quanto più è sù, fora da l’Indi

41

ne’ boschi lor per altezza ammirata.

42

«Beato se’, grifon, che non discindi

43

col becco d’esto legno dolce al gusto,

44

poscia che mal si torce il ventre quindi».

45

Così dintorno a l’albero robusto

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gridaron li altri; e l’animal binato:

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«Sì si conserva il seme d’ogne giusto».

48

E vòlto al temo ch’elli avea tirato,

49

trasselo al piè de la vedova frasca,

50

e quel di lei a lei lasciò legato.

51

Come le nostre piante, quando casca

52

giù la gran luce mischiata con quella

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che raggia dietro a la celeste lasca,

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turgide fansi, e poi si rinovella

55

di suo color ciascuna, pria che ’l sole

56

giunga li suoi corsier sotto altra stella;

57

men che di rose e più che di vïole

58

colore aprendo, s’innovò la pianta,

59

che prima avea le ramora sì sole.

60

Io non lo ’ntesi, né qui non si canta

61

l’inno che quella gente allor cantaro,

62

né la nota soffersi tutta quanta.

63

S’io potessi ritrar come assonnaro

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li occhi spietati udendo di Siringa,

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li occhi a cui pur vegghiar costò sì caro;

66

come pintor che con essempro pinga,

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disegnerei com’ io m’addormentai;

68

ma qual vuol sia che l’assonnar ben finga.

69

Però trascorro a quando mi svegliai,

70

e dico ch’un splendor mi squarciò ’l velo

71

del sonno, e un chiamar: «Surgi: che fai?».

72

Quali a veder de’ fioretti del melo

73

che del suo pome li angeli fa ghiotti

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e perpetüe nozze fa nel cielo,

75

Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

76

e vinti, ritornaro a la parola

77

da la qual furon maggior sonni rotti,

78

e videro scemata loro scuola

79

così di Moïsè come d’Elia,

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e al maestro suo cangiata stola;

81

tal torna’ io, e vidi quella pia

82

sovra me starsi che conducitrice

83

fu de’ miei passi lungo ’l fiume pria.

84

E tutto in dubbio dissi: «Ov’ è Beatrice?».

85

Ond’ ella: «Vedi lei sotto la fronda

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nova sedere in su la sua radice.

87

Vedi la compagnia che la circonda:

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li altri dopo ’l grifon sen vanno suso

89

con più dolce canzone e più profonda».

90

E se più fu lo suo parlar diffuso,

91

non so, però che già ne li occhi m’era

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quella ch’ad altro intender m’avea chiuso.

93

Sola sedeasi in su la terra vera,

94

come guardia lasciata lì del plaustro

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che legar vidi a la biforme fera.

96

In cerchio le facevan di sé claustro

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le sette ninfe, con quei lumi in mano

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che son sicuri d’Aquilone e d’Austro.

99

«Qui sarai tu poco tempo silvano;

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e sarai meco sanza fine cive

101

di quella Roma onde Cristo è romano.

102

Però, in pro del mondo che mal vive,

103

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

104

ritornato di là, fa che tu scrive».

105

Così Beatrice; e io, che tutto ai piedi

106

d’i suoi comandamenti era divoto,

107

la mente e li occhi ov’ ella volle diedi.

108

Non scese mai con sì veloce moto

109

foco di spessa nube, quando piove

110

da quel confine che più va remoto,

111

com’ io vidi calar l’uccel di Giove

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per l’alber giù, rompendo de la scorza,

113

non che d’i fiori e de le foglie nove;

114

e ferì ’l carro di tutta sua forza;

115

ond’ el piegò come nave in fortuna,

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vinta da l’onda, or da poggia, or da orza.

117

Poscia vidi avventarsi ne la cuna

118

del trïunfal veiculo una volpe

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che d’ogne pasto buon parea digiuna;

120

ma, riprendendo lei di laide colpe,

121

la donna mia la volse in tanta futa

122

quanto sofferser l’ossa sanza polpe.

123

Poscia per indi ond’ era pria venuta,

124

l’aguglia vidi scender giù ne l’arca

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del carro e lasciar lei di sé pennuta;

126

e qual esce di cuor che si rammarca,

127

tal voce uscì del cielo e cotal disse:

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«O navicella mia, com’ mal se’ carca!».

129

Poi parve a me che la terra s’aprisse

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tr’ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

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che per lo carro sù la coda fisse;

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e come vespa che ritragge l’ago,

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a sé traendo la coda maligna,

134

trasse del fondo, e gissen vago vago.

135

Quel che rimase, come da gramigna

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vivace terra, da la piuma, offerta

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forse con intenzion sana e benigna,

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si ricoperse, e funne ricoperta

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e l’una e l’altra rota e ’l temo, in tanto

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che più tiene un sospir la bocca aperta.

141

Trasformato così ’l dificio santo

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mise fuor teste per le parti sue,

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tre sovra ’l temo e una in ciascun canto.

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Le prime eran cornute come bue,

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ma le quattro un sol corno avean per fronte:

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simile mostro visto ancor non fue.

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Sicura, quasi rocca in alto monte,

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seder sovresso una puttana sciolta

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m’apparve con le ciglia intorno pronte;

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e come perché non li fosse tolta,

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vidi di costa a lei dritto un gigante;

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e basciavansi insieme alcuna volta.

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Ma perché l’occhio cupido e vagante

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a me rivolse, quel feroce drudo

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la flagellò dal capo infin le piante;

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poi, di sospetto pieno e d’ira crudo,

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disciolse il mostro, e trassel per la selva,

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tanto che sol di lei mi fece scudo

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a la puttana e a la nova belva.

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