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Confessione di Dante e immersione nel Lete

Guida al canto

Dove siamo

Siamo in cima al Purgatorio, davanti al carro della Chiesa dove si era conclusa la processione. Beatrice incalza Dante con domande precise e il pellegrino fatica a rispondere, tanto è il peso della colpa. Qui inizia la confessione che Beatrice aveva preannunciato nel canto precedente.

Chi incontriamo

Beatrice accusa Dante, indica i falsi piaceri che lo hanno distolto e lo spinge ad alzare lo sguardo. Poi entra in scena Matelda, che lo immerge nel fiume Lete; lo affida quindi alle altre tre ninfe, che lo guidano davanti al grifone, la doppia fiera una sola persona in due nature.

Cosa aspettarsi

Dopo il lavacro nel Lete Dante sarà pronto a sostenere lo sguardo di Beatrice, segno che la memoria del peccato comincia a cancellarsi. Resta aperta la domanda su quale sarà il passo successivo, ora che la coscienza è lavata e la visione del grifone si è fissata nei suoi occhi.
Testo originalePurgatorio · Canto XXXI
Parafrasi

«O tu che se’ di là dal fiume sacro»,

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volgendo suo parlare a me per punta,

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che pur per taglio m’era paruto acro,

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ricominciò, seguendo sanza cunta,

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«dì, dì se questo è vero: a tanta accusa

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tua confession conviene esser congiunta».

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Era la mia virtù tanto confusa,

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che la voce si mosse, e pria si spense

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che da li organi suoi fosse dischiusa.

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Poco sofferse; poi disse: «Che pense?

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Rispondi a me; ché le memorie triste

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in te non sono ancor da l’acqua offense».

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Confusione e paura insieme miste

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mi pinsero un tal «sì» fuor de la bocca,

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al quale intender fuor mestier le viste.

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Come balestro frange, quando scocca

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da troppa tesa, la sua corda e l’arco,

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e con men foga l’asta il segno tocca,

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sì scoppia’ io sottesso grave carco,

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fuori sgorgando lagrime e sospiri,

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e la voce allentò per lo suo varco.

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Ond’ ella a me: «Per entro i mie’ disiri,

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che ti menavano ad amar lo bene

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di là dal qual non è a che s’aspiri,

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quai fossi attraversati o quai catene

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trovasti, per che del passare innanzi

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dovessiti così spogliar la spene?

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E quali agevolezze o quali avanzi

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ne la fronte de li altri si mostraro,

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per che dovessi lor passeggiare anzi?».

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Dopo la tratta d’un sospiro amaro,

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a pena ebbi la voce che rispuose,

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e le labbra a fatica la formaro.

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Piangendo dissi: «Le presenti cose

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col falso lor piacer volser miei passi,

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tosto che ’l vostro viso si nascose».

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Ed ella: «Se tacessi o se negassi

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ciò che confessi, non fora men nota

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la colpa tua: da tal giudice sassi!

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Ma quando scoppia de la propria gota

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l’accusa del peccato, in nostra corte

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rivolge sé contra ’l taglio la rota.

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Tuttavia, perché mo vergogna porte

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del tuo errore, e perché altra volta,

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udendo le serene, sie più forte,

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pon giù il seme del piangere e ascolta:

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sì udirai come in contraria parte

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mover dovieti mia carne sepolta.

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Mai non t’appresentò natura o arte

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piacer, quanto le belle membra in ch’io

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rinchiusa fui, e che so’ ’n terra sparte;

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e se ’l sommo piacer sì ti fallio

52

per la mia morte, qual cosa mortale

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dovea poi trarre te nel suo disio?

54

Ben ti dovevi, per lo primo strale

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de le cose fallaci, levar suso

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di retro a me che non era più tale.

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Non ti dovea gravar le penne in giuso,

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ad aspettar più colpo, o pargoletta

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o altra novità con sì breve uso.

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Novo augelletto due o tre aspetta;

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ma dinanzi da li occhi d’i pennuti

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rete si spiega indarno o si saetta».

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Quali fanciulli, vergognando, muti

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con li occhi a terra stannosi, ascoltando

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e sé riconoscendo e ripentuti,

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tal mi stav’ io; ed ella disse: «Quando

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per udir se’ dolente, alza la barba,

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e prenderai più doglia riguardando».

69

Con men di resistenza si dibarba

70

robusto cerro, o vero al nostral vento

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o vero a quel de la terra di Iarba,

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ch’io non levai al suo comando il mento;

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e quando per la barba il viso chiese,

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ben conobbi il velen de l’argomento.

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E come la mia faccia si distese,

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posarsi quelle prime creature

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da loro aspersïon l’occhio comprese;

78

e le mie luci, ancor poco sicure,

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vider Beatrice volta in su la fiera

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ch’è sola una persona in due nature.

81

Sotto ’l suo velo e oltre la rivera

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vincer pariemi più sé stessa antica,

83

vincer che l’altre qui, quand’ ella c’era.

84

Di penter sì mi punse ivi l’ortica,

85

che di tutte altre cose qual mi torse

86

più nel suo amor, più mi si fé nemica.

87

Tanta riconoscenza il cor mi morse,

88

ch’io caddi vinto; e quale allora femmi,

89

salsi colei che la cagion mi porse.

90

Poi, quando il cor virtù di fuor rendemmi,

91

la donna ch’io avea trovata sola

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sopra me vidi, e dicea: «Tiemmi, tiemmi!».

93

Tratto m’avea nel fiume infin la gola,

94

e tirandosi me dietro sen giva

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sovresso l’acqua lieve come scola.

96

Quando fui presso a la beata riva,

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‘Asperges me’ sì dolcemente udissi,

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che nol so rimembrar, non ch’io lo scriva.

99

La bella donna ne le braccia aprissi;

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abbracciommi la testa e mi sommerse

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ove convenne ch’io l’acqua inghiottissi.

102

Indi mi tolse, e bagnato m’offerse

103

dentro a la danza de le quattro belle;

104

e ciascuna del braccio mi coperse.

105

«Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle;

106

pria che Beatrice discendesse al mondo,

107

fummo ordinate a lei per sue ancelle.

108

Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

109

lume ch’è dentro aguzzeranno i tuoi

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le tre di là, che miran più profondo».

111

Così cantando cominciaro; e poi

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al petto del grifon seco menarmi,

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ove Beatrice stava volta a noi.

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Disser: «Fa che le viste non risparmi;

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posto t’avem dinanzi a li smeraldi

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ond’ Amor già ti trasse le sue armi».

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Mille disiri più che fiamma caldi

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strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,

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che pur sopra ’l grifone stavan saldi.

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Come in lo specchio il sol, non altrimenti

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la doppia fiera dentro vi raggiava,

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or con altri, or con altri reggimenti.

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Pensa, lettor, s’io mi maravigliava,

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quando vedea la cosa in sé star queta,

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e ne l’idolo suo si trasmutava.

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Mentre che piena di stupore e lieta

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l’anima mia gustava di quel cibo

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che, saziando di sé, di sé asseta,

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sé dimostrando di più alto tribo

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ne li atti, l’altre tre si fero avanti,

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danzando al loro angelico caribo.

132

«Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi»,

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era la sua canzone, «al tuo fedele

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che, per vederti, ha mossi passi tanti!

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Per grazia fa noi grazia che disvele

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a lui la bocca tua, sì che discerna

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la seconda bellezza che tu cele».

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O isplendor di viva luce etterna,

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chi palido si fece sotto l’ombra

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sì di Parnaso, o bevve in sua cisterna,

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che non paresse aver la mente ingombra,

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tentando a render te qual tu paresti

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là dove armonizzando il ciel t’adombra,

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quando ne l’aere aperto ti solvesti?

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