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Purgatorio, Canto XXXIII

La profezia di Beatrice e il secondo Lete

Guida al canto

Dove siamo

Siamo nella foresta del Paradiso terrestre, sulla cima del Purgatorio. Il corteo sacro si è fermato dopo la visione del carro trasformato, e le sette donne intonano un salmo. Beatrice si stacca dal gruppo, chiama a sé Dante con uno sguardo, e prende la parola per interpretare la visione e annunciare il futuro.

Chi incontriamo

Beatrice parla con autorità profetica, rimprovera Dante perché la sua scuola filosofica non basta a intendere le parole divine, e lo richiama al sonno e all'oblio di Lete. Matelda spiega la fontana da cui nascono Eunoè e Lete, e riceve l'incarico di portare Dante a Eunoè. Stazio viene invitato da Matelda ad accompagnarli, mentre le sette donne guidano il corteo fino a un'ombra.

Cosa aspettarsi

Dopo la profezia e il rimprovero, Dante beve da Eunoè, l'acqua che ristora la memoria del bene compiuto. Il pellegrino esce dalla cantica rinnovato, puro e pronto a salire alle stelle, ma senza una separazione esplicita da Virgilio nei versi di questo canto.
Testo originalePurgatorio · Canto XXXIII
Parafrasi

‘Deus, venerunt gentes’, alternando

1

or tre or quattro dolce salmodia,

2

le donne incominciaro, e lagrimando;

3

e Bëatrice, sospirosa e pia,

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quelle ascoltava sì fatta, che poco

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più a la croce si cambiò Maria.

6

Ma poi che l’altre vergini dier loco

7

a lei di dir, levata dritta in pè,

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rispuose, colorata come foco:

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‘Modicum, et non videbitis me;

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et iterum, sorelle mie dilette,

11

modicum, et vos videbitis me’.

12

Poi le si mise innanzi tutte e sette,

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e dopo sé, solo accennando, mosse

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me e la donna e ’l savio che ristette.

15

Così sen giva; e non credo che fosse

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lo decimo suo passo in terra posto,

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quando con li occhi li occhi mi percosse;

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e con tranquillo aspetto «Vien più tosto»,

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mi disse, «tanto che, s’io parlo teco,

20

ad ascoltarmi tu sie ben disposto».

21

Sì com’ io fui, com’ io dovëa, seco,

22

dissemi: «Frate, perché non t’attenti

23

a domandarmi omai venendo meco?».

24

Come a color che troppo reverenti

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dinanzi a suo maggior parlando sono,

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che non traggon la voce viva ai denti,

27

avvenne a me, che sanza intero suono

28

incominciai: «Madonna, mia bisogna

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voi conoscete, e ciò ch’ad essa è buono».

30

Ed ella a me: «Da tema e da vergogna

31

voglio che tu omai ti disviluppe,

32

sì che non parli più com’ om che sogna.

33

Sappi che ’l vaso che ’l serpente ruppe,

34

fu e non è; ma chi n’ha colpa, creda

35

che vendetta di Dio non teme suppe.

36

Non sarà tutto tempo sanza reda

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l’aguglia che lasciò le penne al carro,

38

per che divenne mostro e poscia preda;

39

ch’io veggio certamente, e però il narro,

40

a darne tempo già stelle propinque,

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secure d’ogn’ intoppo e d’ogne sbarro,

42

nel quale un cinquecento diece e cinque,

43

messo di Dio, anciderà la fuia

44

con quel gigante che con lei delinque.

45

E forse che la mia narrazion buia,

46

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

47

perch’ a lor modo lo ’ntelletto attuia;

48

ma tosto fier li fatti le Naiade,

49

che solveranno questo enigma forte

50

sanza danno di pecore o di biade.

51

Tu nota; e sì come da me son porte,

52

così queste parole segna a’ vivi

53

del viver ch’è un correre a la morte.

54

E aggi a mente, quando tu le scrivi,

55

di non celar qual hai vista la pianta

56

ch’è or due volte dirubata quivi.

57

Qualunque ruba quella o quella schianta,

58

con bestemmia di fatto offende a Dio,

59

che solo a l’uso suo la creò santa.

60

Per morder quella, in pena e in disio

61

cinquemilia anni e più l’anima prima

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bramò colui che ’l morso in sé punio.

63

Dorme lo ’ngegno tuo, se non estima

64

per singular cagione esser eccelsa

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lei tanto e sì travolta ne la cima.

66

E se stati non fossero acqua d’Elsa

67

li pensier vani intorno a la tua mente,

68

e ’l piacer loro un Piramo a la gelsa,

69

per tante circostanze solamente

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la giustizia di Dio, ne l’interdetto,

71

conosceresti a l’arbor moralmente.

72

Ma perch’ io veggio te ne lo ’ntelletto

73

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

74

sì che t’abbaglia il lume del mio detto,

75

voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

76

che ’l te ne porti dentro a te per quello

77

che si reca il bordon di palma cinto».

78

E io: «Sì come cera da suggello,

79

che la figura impressa non trasmuta,

80

segnato è or da voi lo mio cervello.

81

Ma perché tanto sovra mia veduta

82

vostra parola disïata vola,

83

che più la perde quanto più s’aiuta?».

84

«Perché conoschi», disse, «quella scuola

85

c’hai seguitata, e veggi sua dottrina

86

come può seguitar la mia parola;

87

e veggi vostra via da la divina

88

distar cotanto, quanto si discorda

89

da terra il ciel che più alto festina».

90

Ond’ io rispuosi lei: «Non mi ricorda

91

ch’i’ stranïasse me già mai da voi,

92

né honne coscïenza che rimorda».

93

«E se tu ricordar non te ne puoi»,

94

sorridendo rispuose, «or ti rammenta

95

come bevesti di Letè ancoi;

96

e se dal fummo foco s’argomenta,

97

cotesta oblivïon chiaro conchiude

98

colpa ne la tua voglia altrove attenta.

99

Veramente oramai saranno nude

100

le mie parole, quanto converrassi

101

quelle scovrire a la tua vista rude».

102

E più corusco e con più lenti passi

103

teneva il sole il cerchio di merigge,

104

che qua e là, come li aspetti, fassi,

105

quando s’affisser, sì come s’affigge

106

chi va dinanzi a gente per iscorta

107

se trova novitate o sue vestigge,

108

le sette donne al fin d’un’ombra smorta,

109

qual sotto foglie verdi e rami nigri

110

sovra suoi freddi rivi l’alpe porta.

111

Dinanzi ad esse Ëufratès e Tigri

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veder mi parve uscir d’una fontana,

113

e, quasi amici, dipartirsi pigri.

114

«O luce, o gloria de la gente umana,

115

che acqua è questa che qui si dispiega

116

da un principio e sé da sé lontana?».

117

Per cotal priego detto mi fu: «Priega

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Matelda che ’l ti dica». E qui rispuose,

119

come fa chi da colpa si dislega,

120

la bella donna: «Questo e altre cose

121

dette li son per me; e son sicura

122

che l’acqua di Letè non gliel nascose».

123

E Bëatrice: «Forse maggior cura,

124

che spesse volte la memoria priva,

125

fatt’ ha la mente sua ne li occhi oscura.

126

Ma vedi Eünoè che là diriva:

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menalo ad esso, e come tu se’ usa,

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la tramortita sua virtù ravviva».

129

Come anima gentil, che non fa scusa,

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ma fa sua voglia de la voglia altrui

131

tosto che è per segno fuor dischiusa;

132

così, poi che da essa preso fui,

133

la bella donna mossesi, e a Stazio

134

donnescamente disse: «Vien con lui».

135

S’io avessi, lettor, più lungo spazio

136

da scrivere, i’ pur cantere’ in parte

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lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

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ma perché piene son tutte le carte

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ordite a questa cantica seconda,

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non mi lascia più ir lo fren de l’arte.

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Io ritornai da la santissima onda

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rifatto sì come piante novelle

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rinovellate di novella fronda,

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puro e disposto a salire a le stelle.

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