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Purgatorio, Canto XXX

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Beatrice torna, Dante piange

Guida al canto

Dove siamo

Siamo in cima al Purgatorio, presso il carro della Chiesa, dove si è appena conclusa la processione mistica del canto precedente. Dante si volta cercando Virgilio e non lo trova più. Al suo posto vede Beatrice, coperta da un velo bianco e da un manto verde, e il rimprovero di lei, insieme al canto degli angeli, scioglie il gelo che gli stringe il cuore.

Chi incontriamo

Beatrice riappare con forza dopo essere stata solo nominata nei canti precedenti, coperta da un velo candido, una corona d'ulivo, un manto verde e una veste di fiamma viva. Parla con autorevolezza, si dichiara lei stessa e accusa Dante di essersi allontanato da lei sulla soglia della seconda età. Gli angeli cantano il salmo In te, Domine speravi, fermandosi a pedes meos, e sembrano compatire il pianto del pellegrino.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro Beatrice racconta come intervenne perché Dante, caduto sempre più in basso, venisse salvato. Si apre così la confessione davanti alla Chiesa: Dante dovrà piangere per essere ammesso a bere del Lete. Resta da capire fino a che punto si riconoscerà colpevole prima di proseguire.
Testo originalePurgatorio · Canto XXX
Parafrasi

Quando il settentrïon del primo cielo,

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che né occaso mai seppe né orto

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né d’altra nebbia che di colpa velo,

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e che faceva lì ciascun accorto

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di suo dover, come ’l più basso face

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qual temon gira per venire a porto,

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fermo s’affisse: la gente verace,

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venuta prima tra ’l grifone ed esso,

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al carro volse sé come a sua pace;

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e un di loro, quasi da ciel messo,

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‘Veni, sponsa, de Libano’ cantando

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gridò tre volte, e tutti li altri appresso.

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Quali i beati al novissimo bando

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surgeran presti ognun di sua caverna,

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la revestita voce alleluiando,

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cotali in su la divina basterna

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si levar cento, ad vocem tanti senis,

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ministri e messaggier di vita etterna.

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Tutti dicean: ‘Benedictus qui venis!’,

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e fior gittando e di sopra e dintorno,

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‘Manibus, oh, date lilïa plenis!’.

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Io vidi già nel cominciar del giorno

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la parte orïental tutta rosata,

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e l’altro ciel di bel sereno addorno;

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e la faccia del sol nascere ombrata,

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sì che per temperanza di vapori

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l’occhio la sostenea lunga fïata:

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così dentro una nuvola di fiori

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che da le mani angeliche saliva

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e ricadeva in giù dentro e di fori,

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sovra candido vel cinta d’uliva

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donna m’apparve, sotto verde manto

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vestita di color di fiamma viva.

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E lo spirito mio, che già cotanto

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tempo era stato ch’a la sua presenza

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non era di stupor, tremando, affranto,

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sanza de li occhi aver più conoscenza,

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per occulta virtù che da lei mosse,

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d’antico amor sentì la gran potenza.

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Tosto che ne la vista mi percosse

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l’alta virtù che già m’avea trafitto

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prima ch’io fuor di püerizia fosse,

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volsimi a la sinistra col respitto

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col quale il fantolin corre a la mamma

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quando ha paura o quando elli è afflitto,

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per dicere a Virgilio: ‘Men che dramma

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di sangue m’è rimaso che non tremi:

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conosco i segni de l’antica fiamma’.

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Ma Virgilio n’avea lasciati scemi

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di sé, Virgilio dolcissimo patre,

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Virgilio a cui per mia salute die’mi;

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né quantunque perdeo l’antica matre,

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valse a le guance nette di rugiada,

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che, lagrimando, non tornasser atre.

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«Dante, perché Virgilio se ne vada,

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non pianger anco, non piangere ancora;

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ché pianger ti conven per altra spada».

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Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

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viene a veder la gente che ministra

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per li altri legni, e a ben far l’incora;

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in su la sponda del carro sinistra,

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quando mi volsi al suon del nome mio,

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che di necessità qui si registra,

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vidi la donna che pria m’appario

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velata sotto l’angelica festa,

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drizzar li occhi ver’ me di qua dal rio.

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Tutto che ’l vel che le scendea di testa,

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cerchiato de le fronde di Minerva,

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non la lasciasse parer manifesta,

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regalmente ne l’atto ancor proterva

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continüò come colui che dice

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e ’l più caldo parlar dietro reserva:

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«Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

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Come degnasti d’accedere al monte?

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non sapei tu che qui è l’uom felice?».

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Li occhi mi cadder giù nel chiaro fonte;

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ma veggendomi in esso, i trassi a l’erba,

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tanta vergogna mi gravò la fronte.

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Così la madre al figlio par superba,

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com’ ella parve a me; perché d’amaro

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sente il sapor de la pietade acerba.

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Ella si tacque; e li angeli cantaro

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di sùbito ‘In te, Domine, speravi’;

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ma oltre ‘pedes meos’ non passaro.

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Sì come neve tra le vive travi

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per lo dosso d’Italia si congela,

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soffiata e stretta da li venti schiavi,

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poi, liquefatta, in sé stessa trapela,

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pur che la terra che perde ombra spiri,

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sì che par foco fonder la candela;

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così fui sanza lagrime e sospiri

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anzi ’l cantar di quei che notan sempre

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dietro a le note de li etterni giri;

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ma poi che ’ntesi ne le dolci tempre

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lor compatire a me, par che se detto

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avesser: ‘Donna, perché sì lo stempre?’,

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lo gel che m’era intorno al cor ristretto,

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spirito e acqua fessi, e con angoscia

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de la bocca e de li occhi uscì del petto.

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Ella, pur ferma in su la detta coscia

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del carro stando, a le sustanze pie

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volse le sue parole così poscia:

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«Voi vigilate ne l’etterno die,

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sì che notte né sonno a voi non fura

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passo che faccia il secol per sue vie;

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onde la mia risposta è con più cura

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che m’intenda colui che di là piagne,

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perché sia colpa e duol d’una misura.

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Non pur per ovra de le rote magne,

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che drizzan ciascun seme ad alcun fine

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secondo che le stelle son compagne,

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ma per larghezza di grazie divine,

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che sì alti vapori hanno a lor piova,

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che nostre viste là non van vicine,

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questi fu tal ne la sua vita nova

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virtüalmente, ch’ogne abito destro

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fatto averebbe in lui mirabil prova.

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Ma tanto più maligno e più silvestro

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si fa ’l terren col mal seme e non cólto,

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quant’ elli ha più di buon vigor terrestro.

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Alcun tempo il sostenni col mio volto:

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mostrando li occhi giovanetti a lui,

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meco il menava in dritta parte vòlto.

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Sì tosto come in su la soglia fui

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di mia seconda etade e mutai vita,

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questi si tolse a me, e diessi altrui.

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Quando di carne a spirto era salita,

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e bellezza e virtù cresciuta m’era,

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fu’ io a lui men cara e men gradita;

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e volse i passi suoi per via non vera,

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imagini di ben seguendo false,

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che nulla promession rendono intera.

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Né l’impetrare ispirazion mi valse,

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con le quali e in sogno e altrimenti

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lo rivocai: sì poco a lui ne calse!

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Tanto giù cadde, che tutti argomenti

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a la salute sua eran già corti,

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fuor che mostrarli le perdute genti.

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Per questo visitai l’uscio d’i morti,

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e a colui che l’ha qua sù condotto,

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li prieghi miei, piangendo, furon porti.

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Alto fato di Dio sarebbe rotto,

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se Letè si passasse e tal vivanda

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fosse gustata sanza alcuno scotto

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di pentimento che lagrime spanda».

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