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La processione mistica nel Paradiso terrestre

Guida al canto

Dove siamo

Dante e Matelda camminano lungo la riva del fiumicello, che piega verso levante. Dopo pochi passi la donna si volta e invita a guardare e ascoltare. Una luce improvvisa, più duratura di un lampo, riempie la foresta, accompagnata da una melodia. Sotto i rami verdi il chiarore si fa simile a un fuoco e il suono si trasforma in un canto corale, lasciando Dante sospeso.

Chi incontriamo

Matelda è la sola a intervenire prima della processione. La guida di ragione osserva la scena in silenzio, colpita dallo stupore. Dante vede poi sette candelabri d'oro, ventiquattro seniori coronati di fiordaliso, quattro animali alati con sei ali piene d'occhi, un carro trionfale tirato da un grifone, tre donne a destra e quattro a sinistra, due vecchi, un gruppo di figure umili e un vegliardo solo che chiude il corteo.

Cosa aspettarsi

Lo sfilamento si arresta con un tuono quando il carro è di fronte a Dante. La visione apre uno scenario decisivo per la fine del viaggio nel Purgatorio: restano da capire l'arresto del corteo e cosa accadrà quando Beatrice entrerà davvero in scena.
Testo originalePurgatorio · Canto XXIX
Parafrasi

Cantando come donna innamorata,

1

continüò col fin di sue parole:

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‘Beati quorum tecta sunt peccata!’.

3

E come ninfe che si givan sole

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per le salvatiche ombre, disïando

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qual di veder, qual di fuggir lo sole,

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allor si mosse contra ’l fiume, andando

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su per la riva; e io pari di lei,

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picciol passo con picciol seguitando.

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Non eran cento tra ’ suoi passi e ’ miei,

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quando le ripe igualmente dier volta,

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per modo ch’a levante mi rendei.

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Né ancor fu così nostra via molta,

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quando la donna tutta a me si torse,

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dicendo: «Frate mio, guarda e ascolta».

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Ed ecco un lustro sùbito trascorse

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da tutte parti per la gran foresta,

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tal che di balenar mi mise in forse.

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Ma perché ’l balenar, come vien, resta,

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e quel, durando, più e più splendeva,

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nel mio pensier dicea: ‘Che cosa è questa?’.

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E una melodia dolce correva

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per l’aere luminoso; onde buon zelo

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mi fé riprender l’ardimento d’Eva,

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che là dove ubidia la terra e ’l cielo,

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femmina, sola e pur testé formata,

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non sofferse di star sotto alcun velo;

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sotto ’l qual se divota fosse stata,

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avrei quelle ineffabili delizie

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sentite prima e più lunga fïata.

30

Mentr’ io m’andava tra tante primizie

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de l’etterno piacer tutto sospeso,

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e disïoso ancora a più letizie,

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dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,

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ci si fé l’aere sotto i verdi rami;

35

e ’l dolce suon per canti era già inteso.

36

O sacrosante Vergini, se fami,

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freddi o vigilie mai per voi soffersi,

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cagion mi sprona ch’io mercé vi chiami.

39

Or convien che Elicona per me versi,

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e Uranìe m’aiuti col suo coro

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forti cose a pensar mettere in versi.

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Poco più oltre, sette alberi d’oro

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falsava nel parere il lungo tratto

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del mezzo ch’era ancor tra noi e loro;

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ma quand’ i’ fui sì presso di lor fatto,

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che l’obietto comun, che ’l senso inganna,

47

non perdea per distanza alcun suo atto,

48

la virtù ch’a ragion discorso ammanna,

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sì com’ elli eran candelabri apprese,

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e ne le voci del cantare ‘Osanna’.

51

Di sopra fiammeggiava il bello arnese

52

più chiaro assai che luna per sereno

53

di mezza notte nel suo mezzo mese.

54

Io mi rivolsi d’ammirazion pieno

55

al buon Virgilio, ed esso mi rispuose

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con vista carca di stupor non meno.

57

Indi rendei l’aspetto a l’alte cose

58

che si movieno incontr’ a noi sì tardi,

59

che foran vinte da novelle spose.

60

La donna mi sgridò: «Perché pur ardi

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sì ne l’affetto de le vive luci,

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e ciò che vien di retro a lor non guardi?».

63

Genti vid’ io allor, come a lor duci,

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venire appresso, vestite di bianco;

65

e tal candor di qua già mai non fuci.

66

L’acqua imprendëa dal sinistro fianco,

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e rendea me la mia sinistra costa,

68

s’io riguardava in lei, come specchio anco.

69

Quand’ io da la mia riva ebbi tal posta,

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che solo il fiume mi facea distante,

71

per veder meglio ai passi diedi sosta,

72

e vidi le fiammelle andar davante,

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lasciando dietro a sé l’aere dipinto,

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e di tratti pennelli avean sembiante;

75

sì che lì sopra rimanea distinto

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di sette liste, tutte in quei colori

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onde fa l’arco il Sole e Delia il cinto.

78

Questi ostendali in dietro eran maggiori

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che la mia vista; e, quanto a mio avviso,

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diece passi distavan quei di fori.

81

Sotto così bel ciel com’ io diviso,

82

ventiquattro seniori, a due a due,

83

coronati venien di fiordaliso.

84

Tutti cantavan: «Benedicta tue

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ne le figlie d’Adamo, e benedette

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sieno in etterno le bellezze tue!».

87

Poscia che i fiori e l’altre fresche erbette

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a rimpetto di me da l’altra sponda

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libere fuor da quelle genti elette,

90

sì come luce luce in ciel seconda,

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vennero appresso lor quattro animali,

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coronati ciascun di verde fronda.

93

Ognuno era pennuto di sei ali;

94

le penne piene d’occhi; e li occhi d’Argo,

95

se fosser vivi, sarebber cotali.

96

A descriver lor forme più non spargo

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rime, lettor; ch’altra spesa mi strigne,

98

tanto ch’a questa non posso esser largo;

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ma leggi Ezechïel, che li dipigne

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come li vide da la fredda parte

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venir con vento e con nube e con igne;

102

e quali i troverai ne le sue carte,

103

tali eran quivi, salvo ch’a le penne

104

Giovanni è meco e da lui si diparte.

105

Lo spazio dentro a lor quattro contenne

106

un carro, in su due rote, trïunfale,

107

ch’al collo d’un grifon tirato venne.

108

Esso tendeva in sù l’una e l’altra ale

109

tra la mezzana e le tre e tre liste,

110

sì ch’a nulla, fendendo, facea male.

111

Tanto salivan che non eran viste;

112

le membra d’oro avea quant’ era uccello,

113

e bianche l’altre, di vermiglio miste.

114

Non che Roma di carro così bello

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rallegrasse Affricano, o vero Augusto,

116

ma quel del Sol saria pover con ello;

117

quel del Sol che, svïando, fu combusto

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per l’orazion de la Terra devota,

119

quando fu Giove arcanamente giusto.

120

Tre donne in giro da la destra rota

121

venian danzando; l’una tanto rossa

122

ch’a pena fora dentro al foco nota;

123

l’altr’ era come se le carni e l’ossa

124

fossero state di smeraldo fatte;

125

la terza parea neve testé mossa;

126

e or parëan da la bianca tratte,

127

or da la rossa; e dal canto di questa

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l’altre toglien l’andare e tarde e ratte.

129

Da la sinistra quattro facean festa,

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in porpore vestite, dietro al modo

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d’una di lor ch’avea tre occhi in testa.

132

Appresso tutto il pertrattato nodo

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vidi due vecchi in abito dispari,

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ma pari in atto e onesto e sodo.

135

L’un si mostrava alcun de’ famigliari

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di quel sommo Ipocràte che natura

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a li animali fé ch’ell’ ha più cari;

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mostrava l’altro la contraria cura

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con una spada lucida e aguta,

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tal che di qua dal rio mi fé paura.

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Poi vidi quattro in umile paruta;

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e di retro da tutti un vecchio solo

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venir, dormendo, con la faccia arguta.

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E questi sette col primaio stuolo

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erano abitüati, ma di gigli

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dintorno al capo non facëan brolo,

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anzi di rose e d’altri fior vermigli;

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giurato avria poco lontano aspetto

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che tutti ardesser di sopra da’ cigli.

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E quando il carro a me fu a rimpetto,

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un tuon s’udì, e quelle genti degne

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parvero aver l’andar più interdetto,

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fermandosi ivi con le prime insegne.

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