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Manfredi e gli scomunicati ai piedi del monte

Guida al canto

Dove siamo

I due viaggiatori sono appena giunti ai piedi del Purgatorio, dopo la fuga degli angeli dall'anticamera infernale. La parete rocciosa è talmente ripida che nemmeno tra Lerice e la Turbia si troverebbe un passaggio altrettanto impervio. Il sole cala a occidente e proietta l'ombra di Dante sulla roccia, segno visibile e inatteso per le anime che stanno per incontrare.

Chi incontriamo

Un gruppo di anime avanza lentamente verso i pellegrini, poi si ferma intimorito. Una di loro si fa avanti: è Manfredi di Sicilia, nipote di Costanza imperatrice, sconfitto a Benevento, con un ciglio spaccato e una ferita al petto. Morto scomunicato ma pentito in punto di morte, chiede a Dante di riferire la verità a sua figlia Costanza, madre del re di Sicilia e d'Aragona.

Cosa aspettarsi

L'incontro chiarisce chi siano queste anime e la regola che le trattiene fuori dal Purgatorio: vi resteranno trenta volte il tempo della loro contumacia, salvo riduzioni per le preghiere dei vivi. Il dialogo con Manfredi apre la grande questione della speranza dopo la scomunica e della responsabilità dei pastori, temi che torneranno lungo la montagna.
Testo originalePurgatorio · Canto III
Parafrasi

Avvegna che la subitana fuga

1

dispergesse color per la campagna,

2

rivolti al monte ove ragion ne fruga,

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i’ mi ristrinsi a la fida compagna:

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e come sare’ io sanza lui corso?

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chi m’avria tratto su per la montagna?

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El mi parea da sé stesso rimorso:

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o dignitosa coscïenza e netta,

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come t’è picciol fallo amaro morso!

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Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

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che l’onestade ad ogn’ atto dismaga,

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la mente mia, che prima era ristretta,

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lo ’ntento rallargò, sì come vaga,

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e diedi ’l viso mio incontr’ al poggio

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che ’nverso ’l ciel più alto si dislaga.

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Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

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rotto m’era dinanzi a la figura,

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ch’avëa in me de’ suoi raggi l’appoggio.

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Io mi volsi dallato con paura

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d’essere abbandonato, quand’ io vidi

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solo dinanzi a me la terra oscura;

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e ’l mio conforto: «Perché pur diffidi?»,

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a dir mi cominciò tutto rivolto;

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«non credi tu me teco e ch’io ti guidi?

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Vespero è già colà dov’ è sepolto

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lo corpo dentro al quale io facea ombra;

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Napoli l’ha, e da Brandizio è tolto.

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Ora, se innanzi a me nulla s’aombra,

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non ti maravigliar più che d’i cieli

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che l’uno a l’altro raggio non ingombra.

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A sofferir tormenti, caldi e geli

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simili corpi la Virtù dispone

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che, come fa, non vuol ch’a noi si sveli.

33

Matto è chi spera che nostra ragione

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possa trascorrer la infinita via

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che tiene una sustanza in tre persone.

36

State contenti, umana gente, al quia;

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ché, se potuto aveste veder tutto,

38

mestier non era parturir Maria;

39

e disïar vedeste sanza frutto

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tai che sarebbe lor disio quetato,

41

ch’etternalmente è dato lor per lutto:

42

io dico d’Aristotile e di Plato

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e di molt’ altri»; e qui chinò la fronte,

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e più non disse, e rimase turbato.

45

Noi divenimmo intanto a piè del monte;

46

quivi trovammo la roccia sì erta,

47

che ’ndarno vi sarien le gambe pronte.

48

Tra Lerice e Turbìa la più diserta,

49

la più rotta ruina è una scala,

50

verso di quella, agevole e aperta.

51

«Or chi sa da qual man la costa cala»,

52

disse ’l maestro mio fermando ’l passo,

53

«sì che possa salir chi va sanz’ ala?».

54

E mentre ch’e’ tenendo ’l viso basso

55

essaminava del cammin la mente,

56

e io mirava suso intorno al sasso,

57

da man sinistra m’apparì una gente

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d’anime, che movieno i piè ver’ noi,

59

e non pareva, sì venïan lente.

60

«Leva», diss’ io, «maestro, li occhi tuoi:

61

ecco di qua chi ne darà consiglio,

62

se tu da te medesmo aver nol puoi».

63

Guardò allora, e con libero piglio

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rispuose: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano;

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e tu ferma la spene, dolce figlio».

66

Ancora era quel popol di lontano,

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i’ dico dopo i nostri mille passi,

68

quanto un buon gittator trarria con mano,

69

quando si strinser tutti ai duri massi

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de l’alta ripa, e stetter fermi e stretti

71

com’ a guardar, chi va dubbiando, stassi.

72

«O ben finiti, o già spiriti eletti»,

73

Virgilio incominciò, «per quella pace

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ch’i’ credo che per voi tutti s’aspetti,

75

ditene dove la montagna giace,

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sì che possibil sia l’andare in suso;

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ché perder tempo a chi più sa più spiace».

78

Come le pecorelle escon del chiuso

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a una, a due, a tre, e l’altre stanno

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timidette atterrando l’occhio e ’l muso;

81

e ciò che fa la prima, e l’altre fanno,

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addossandosi a lei, s’ella s’arresta,

83

semplici e quete, e lo ’mperché non sanno;

84

sì vid’ io muovere a venir la testa

85

di quella mandra fortunata allotta,

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pudica in faccia e ne l’andare onesta.

87

Come color dinanzi vider rotta

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la luce in terra dal mio destro canto,

89

sì che l’ombra era da me a la grotta,

90

restaro, e trasser sé in dietro alquanto,

91

e tutti li altri che venieno appresso,

92

non sappiendo ’l perché, fenno altrettanto.

93

«Sanza vostra domanda io vi confesso

94

che questo è corpo uman che voi vedete;

95

per che ’l lume del sole in terra è fesso.

96

Non vi maravigliate, ma credete

97

che non sanza virtù che da ciel vegna

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cerchi di soverchiar questa parete».

99

Così ’l maestro; e quella gente degna

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«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,

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coi dossi de le man faccendo insegna.

102

E un di loro incominciò: «Chiunque

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tu se’, così andando, volgi ’l viso:

104

pon mente se di là mi vedesti unque».

105

Io mi volsi ver’ lui e guardail fiso:

106

biondo era e bello e di gentile aspetto,

107

ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

108

Quand’ io mi fui umilmente disdetto

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d’averlo visto mai, el disse: «Or vedi»;

110

e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

111

Poi sorridendo disse: «Io son Manfredi,

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nepote di Costanza imperadrice;

113

ond’ io ti priego che, quando tu riedi,

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vadi a mia bella figlia, genitrice

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de l’onor di Cicilia e d’Aragona,

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e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

117

Poscia ch’io ebbi rotta la persona

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di due punte mortali, io mi rendei,

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piangendo, a quei che volontier perdona.

120

Orribil furon li peccati miei;

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ma la bontà infinita ha sì gran braccia,

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che prende ciò che si rivolge a lei.

123

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia

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di me fu messo per Clemente allora,

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avesse in Dio ben letta questa faccia,

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l’ossa del corpo mio sarieno ancora

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in co del ponte presso a Benevento,

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sotto la guardia de la grave mora.

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Or le bagna la pioggia e move il vento

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di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,

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dov’ e’ le trasmutò a lume spento.

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Per lor maladizion sì non si perde,

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che non possa tornar, l’etterno amore,

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mentre che la speranza ha fior del verde.

135

Vero è che quale in contumacia more

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di Santa Chiesa, ancor ch’al fin si penta,

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star li convien da questa ripa in fore,

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per ognun tempo ch’elli è stato, trenta,

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in sua presunzïon, se tal decreto

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più corto per buon prieghi non diventa.

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Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

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revelando a la mia buona Costanza

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come m’hai visto, e anco esto divieto;

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ché qui per quei di là molto s’avanza».

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