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Ugo Capeto e il tremito del monte

Guida al canto

Dove siamo

Procediamo lungo il quinto girone, dove gli avari giacciono proni a terra e recitano esempi di povertà e di ricchezza punita. Dante si avvicina per capire chi parla e il dialogo si apre sul ricordo della lupa, immagine della cupidigia, con l'attesa di un liberatore che la scacci. La scena resterà immobile fino a un tremito inatteso della montagna, che annuncia un cambiamento.

Chi incontriamo

Ugo Capeto, capostirpe dei Capetingi, racconta la propria ascesa e le colpe dei suoi discendenti, tra cui il re che umilia Carlo d'Angiò e la profezia di un futuro Carlo senza armi destinato a colpire Firenze. Con lui parlano e ricordano anche le altre anime del girone, che di notte rovesciano in esempi opposti le lodi del giorno: Pigmalione, Mida, Acan, Saffira, Eliòdoro, Polinestore e Crasso.

Cosa aspettarsi

Il lettore si aspetta ora una svolta: il tremito del monte e il canto Gloria in excelsis segnano il passaggio al sesto girone, quello dei golosi. Resta sospesa la domanda sul significato di quel sommovimento e sui nuovi esempi morali che accompagneranno Dante tra le anime distese a terra.
Testo originalePurgatorio · Canto XX
Parafrasi

Contra miglior voler voler mal pugna;

1

onde contra ’l piacer mio, per piacerli,

2

trassi de l’acqua non sazia la spugna.

3

Mossimi; e ’l duca mio si mosse per li

4

luoghi spediti pur lungo la roccia,

5

come si va per muro stretto a’ merli;

6

ché la gente che fonde a goccia a goccia

7

per li occhi il mal che tutto ’l mondo occupa,

8

da l’altra parte in fuor troppo s’approccia.

9

Maladetta sie tu, antica lupa,

10

che più che tutte l’altre bestie hai preda

11

per la tua fame sanza fine cupa!

12

O ciel, nel cui girar par che si creda

13

le condizion di qua giù trasmutarsi,

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quando verrà per cui questa disceda?

15

Noi andavam con passi lenti e scarsi,

16

e io attento a l’ombre, ch’i’ sentia

17

pietosamente piangere e lagnarsi;

18

e per ventura udi’ «Dolce Maria!»

19

dinanzi a noi chiamar così nel pianto

20

come fa donna che in parturir sia;

21

e seguitar: «Povera fosti tanto,

22

quanto veder si può per quello ospizio

23

dove sponesti il tuo portato santo».

24

Seguentemente intesi: «O buon Fabrizio,

25

con povertà volesti anzi virtute

26

che gran ricchezza posseder con vizio».

27

Queste parole m’eran sì piaciute,

28

ch’io mi trassi oltre per aver contezza

29

di quello spirto onde parean venute.

30

Esso parlava ancor de la larghezza

31

che fece Niccolò a le pulcelle,

32

per condurre ad onor lor giovinezza.

33

«O anima che tanto ben favelle,

34

dimmi chi fosti», dissi, «e perché sola

35

tu queste degne lode rinovelle.

36

Non fia sanza mercé la tua parola,

37

s’io ritorno a compiér lo cammin corto

38

di quella vita ch’al termine vola».

39

Ed elli: «Io ti dirò, non per conforto

40

ch’io attenda di là, ma perché tanta

41

grazia in te luce prima che sie morto.

42

Io fui radice de la mala pianta

43

che la terra cristiana tutta aduggia,

44

sì che buon frutto rado se ne schianta.

45

Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

46

potesser, tosto ne saria vendetta;

47

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.

48

Chiamato fui di là Ugo Ciappetta;

49

di me son nati i Filippi e i Luigi

50

per cui novellamente è Francia retta.

51

Figliuol fu’ io d’un beccaio di Parigi:

52

quando li regi antichi venner meno

53

tutti, fuor ch’un renduto in panni bigi,

54

trova’mi stretto ne le mani il freno

55

del governo del regno, e tanta possa

56

di nuovo acquisto, e sì d’amici pieno,

57

ch’a la corona vedova promossa

58

la testa di mio figlio fu, dal quale

59

cominciar di costor le sacrate ossa.

60

Mentre che la gran dota provenzale

61

al sangue mio non tolse la vergogna,

62

poco valea, ma pur non facea male.

63

Lì cominciò con forza e con menzogna

64

la sua rapina; e poscia, per ammenda,

65

Pontì e Normandia prese e Guascogna.

66

Carlo venne in Italia e, per ammenda,

67

vittima fé di Curradino; e poi

68

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.

69

Tempo vegg’ io, non molto dopo ancoi,

70

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

71

per far conoscer meglio e sé e ’ suoi.

72

Sanz’ arme n’esce e solo con la lancia

73

con la qual giostrò Giuda, e quella ponta

74

sì, ch’a Fiorenza fa scoppiar la pancia.

75

Quindi non terra, ma peccato e onta

76

guadagnerà, per sé tanto più grave,

77

quanto più lieve simil danno conta.

78

L’altro, che già uscì preso di nave,

79

veggio vender sua figlia e patteggiarne

80

come fanno i corsar de l’altre schiave.

81

O avarizia, che puoi tu più farne,

82

poscia c’ha’ il mio sangue a te sì tratto,

83

che non si cura de la propria carne?

84

Perché men paia il mal futuro e ’l fatto,

85

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

86

e nel vicario suo Cristo esser catto.

87

Veggiolo un’altra volta esser deriso;

88

veggio rinovellar l’aceto e ’l fiele,

89

e tra vivi ladroni esser anciso.

90

Veggio il novo Pilato sì crudele,

91

che ciò nol sazia, ma sanza decreto

92

portar nel Tempio le cupide vele.

93

O Segnor mio, quando sarò io lieto

94

a veder la vendetta che, nascosa,

95

fa dolce l’ira tua nel tuo secreto?

96

Ciò ch’io dicea di quell’ unica sposa

97

de lo Spirito Santo e che ti fece

98

verso me volger per alcuna chiosa,

99

tanto è risposto a tutte nostre prece

100

quanto ’l dì dura; ma com’ el s’annotta,

101

contrario suon prendemo in quella vece.

102

Noi repetiam Pigmalïon allotta,

103

cui traditore e ladro e paricida

104

fece la voglia sua de l’oro ghiotta;

105

e la miseria de l’avaro Mida,

106

che seguì a la sua dimanda gorda,

107

per la qual sempre convien che si rida.

108

Del folle Acàn ciascun poi si ricorda,

109

come furò le spoglie, sì che l’ira

110

di Iosüè qui par ch’ancor lo morda.

111

Indi accusiam col marito Saffira;

112

lodiam i calci ch’ebbe Elïodoro;

113

e in infamia tutto ’l monte gira

114

Polinestòr ch’ancise Polidoro;

115

ultimamente ci si grida: “Crasso,

116

dilci, che ’l sai: di che sapore è l’oro?”.

117

Talor parla l’uno alto e l’altro basso,

118

secondo l’affezion ch’ad ir ci sprona

119

ora a maggiore e ora a minor passo:

120

però al ben che ’l dì ci si ragiona,

121

dianzi non era io sol; ma qui da presso

122

non alzava la voce altra persona».

123

Noi eravam partiti già da esso,

124

e brigavam di soverchiar la strada

125

tanto quanto al poder n’era permesso,

126

quand’ io senti’, come cosa che cada,

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tremar lo monte; onde mi prese un gelo

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qual prender suol colui ch’a morte vada.

129

Certo non si scoteo sì forte Delo,

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pria che Latona in lei facesse ’l nido

131

a parturir li due occhi del cielo.

132

Poi cominciò da tutte parti un grido

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tal, che ’l maestro inverso me si feo,

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dicendo: «Non dubbiar, mentr’ io ti guido».

135

‘Glorïa in excelsis’ tutti ‘Deo’

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dicean, per quel ch’io da’ vicin compresi,

137

onde intender lo grido si poteo.

138

No’ istavamo immobili e sospesi

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come i pastor che prima udir quel canto,

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fin che ’l tremar cessò ed el compiési.

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Poi ripigliammo nostro cammin santo,

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guardando l’ombre che giacean per terra,

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tornate già in su l’usato pianto.

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Nulla ignoranza mai con tanta guerra

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mi fé desideroso di sapere,

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se la memoria mia in ciò non erra,

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quanta pareami allor, pensando, avere;

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né per la fretta dimandare er’ oso,

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né per me lì potea cosa vedere:

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così m’andava timido e pensoso.

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