← Canto XVIII

Purgatorio, Canto XIX

Canto XX →

Il sogno della sirena e l'avaro pentito

Guida al canto

Dove siamo

È quasi l'alba sul Purgatorio e il sogno di Dante prelude a una nuova tappa. Una donna balba, guercia e deforme gli appare in visione, si trasforma in sirena ammaliatrice e solo una santa veloce la mette in fuga, svegliando il poeta con il suo fetore. Usciti dal sogno, i due risalgono al quinto girone, dove le anime giacciono proni a terra ripetendo un salmo penitente e il passaggio è segnato da un angelo che annuncia la beatitudine dei consolerà.

Chi incontriamo

Tre figure entrano in scena con un ruolo preciso. L'antica strega del sogno, spesso letta come immagine delle seduzioni mondane, si mostra e viene sconfitta. L'angelo del passaggio, con ali di cigno, annuncia la beatitudine dei consolerà. Infine Adriano V, papa per poco più di un mese e ora pentito della propria avarizia, racconta la sua conversione tardiva e ricorda la nipote Alagia come l'unica speranza rimasta della sua famiglia.

Cosa aspettarsi

Da questo incontro il lettore si aspetta una domanda aperta: potrà il papa pentito, con le mani e i piedi legati dalla giustizia, offrire davvero un esempio alla sua stirpe? Il racconto di una conversione giunta troppo tardi, unita a un legame con la famiglia ancora viva, accompagna Dante verso il sesto girone, dove il tema della ricchezza resterà centrale e si farà ancora più personale.
Testo originalePurgatorio · Canto XIX
Parafrasi

Ne l’ora che non può ’l calor dïurno

1

intepidar più ’l freddo de la luna,

2

vinto da terra, e talor da Saturno

3

—quando i geomanti lor Maggior Fortuna

4

veggiono in orïente, innanzi a l’alba,

5

surger per via che poco le sta bruna—,

6

mi venne in sogno una femmina balba,

7

ne li occhi guercia, e sovra i piè distorta,

8

con le man monche, e di colore scialba.

9

Io la mirava; e come ’l sol conforta

10

le fredde membra che la notte aggrava,

11

così lo sguardo mio le facea scorta

12

la lingua, e poscia tutta la drizzava

13

in poco d’ora, e lo smarrito volto,

14

com’ amor vuol, così le colorava.

15

Poi ch’ell’ avea ’l parlar così disciolto,

16

cominciava a cantar sì, che con pena

17

da lei avrei mio intento rivolto.

18

«Io son», cantava, «io son dolce serena,

19

che ’ marinari in mezzo mar dismago;

20

tanto son di piacere a sentir piena!

21

Io volsi Ulisse del suo cammin vago

22

al canto mio; e qual meco s’ausa,

23

rado sen parte; sì tutto l’appago!».

24

Ancor non era sua bocca richiusa,

25

quand’ una donna apparve santa e presta

26

lunghesso me per far colei confusa.

27

«O Virgilio, Virgilio, chi è questa?»,

28

fieramente dicea; ed el venìa

29

con li occhi fitti pur in quella onesta.

30

L’altra prendea, e dinanzi l’apria

31

fendendo i drappi, e mostravami ’l ventre;

32

quel mi svegliò col puzzo che n’uscia.

33

Io mossi li occhi, e ’l buon maestro: «Almen tre

34

voci t’ho messe!», dicea, «Surgi e vieni;

35

troviam l’aperta per la qual tu entre».

36

Sù mi levai, e tutti eran già pieni

37

de l’alto dì i giron del sacro monte,

38

e andavam col sol novo a le reni.

39

Seguendo lui, portava la mia fronte

40

come colui che l’ha di pensier carca,

41

che fa di sé un mezzo arco di ponte;

42

quand’ io udi’ «Venite; qui si varca»

43

parlare in modo soave e benigno,

44

qual non si sente in questa mortal marca.

45

Con l’ali aperte, che parean di cigno,

46

volseci in sù colui che sì parlonne

47

tra due pareti del duro macigno.

48

Mosse le penne poi e ventilonne,

49

‘Qui lugent’ affermando esser beati,

50

ch’avran di consolar l’anime donne.

51

«Che hai che pur inver’ la terra guati?»,

52

la guida mia incominciò a dirmi,

53

poco amendue da l’angel sormontati.

54

E io: «Con tanta sospeccion fa irmi

55

novella visïon ch’a sé mi piega,

56

sì ch’io non posso dal pensar partirmi».

57

«Vedesti», disse, «quell’antica strega

58

che sola sovr’ a noi omai si piagne;

59

vedesti come l’uom da lei si slega.

60

Bastiti, e batti a terra le calcagne;

61

li occhi rivolgi al logoro che gira

62

lo rege etterno con le rote magne».

63

Quale ’l falcon, che prima a’ pié si mira,

64

indi si volge al grido e si protende

65

per lo disio del pasto che là il tira,

66

tal mi fec’ io; e tal, quanto si fende

67

la roccia per dar via a chi va suso,

68

n’andai infin dove ’l cerchiar si prende.

69

Com’ io nel quinto giro fui dischiuso,

70

vidi gente per esso che piangea,

71

giacendo a terra tutta volta in giuso.

72

‘Adhaesit pavimento anima mea’

73

sentia dir lor con sì alti sospiri,

74

che la parola a pena s’intendea.

75

«O eletti di Dio, li cui soffriri

76

e giustizia e speranza fa men duri,

77

drizzate noi verso li alti saliri».

78

«Se voi venite dal giacer sicuri,

79

e volete trovar la via più tosto,

80

le vostre destre sien sempre di fori».

81

Così pregò ’l poeta, e sì risposto

82

poco dinanzi a noi ne fu; per ch’io

83

nel parlare avvisai l’altro nascosto,

84

e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

85

ond’ elli m’assentì con lieto cenno

86

ciò che chiedea la vista del disio.

87

Poi ch’io potei di me fare a mio senno,

88

trassimi sovra quella creatura

89

le cui parole pria notar mi fenno,

90

dicendo: «Spirto in cui pianger matura

91

quel sanza ’l quale a Dio tornar non pòssi,

92

sosta un poco per me tua maggior cura.

93

Chi fosti e perché vòlti avete i dossi

94

al sù, mi dì, e se vuo’ ch’io t’impetri

95

cosa di là ond’ io vivendo mossi».

96

Ed elli a me: «Perché i nostri diretri

97

rivolga il cielo a sé, saprai; ma prima

98

scias quod ego fui successor Petri.

99

Intra Sïestri e Chiaveri s’adima

100

una fiumana bella, e del suo nome

101

lo titol del mio sangue fa sua cima.

102

Un mese e poco più prova’ io come

103

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

104

che piuma sembran tutte l’altre some.

105

La mia conversïone, omè!, fu tarda;

106

ma, come fatto fui roman pastore,

107

così scopersi la vita bugiarda.

108

Vidi che lì non s’acquetava il core,

109

né più salir potiesi in quella vita;

110

per che di questa in me s’accese amore.

111

Fino a quel punto misera e partita

112

da Dio anima fui, del tutto avara;

113

or, come vedi, qui ne son punita.

114

Quel ch’avarizia fa, qui si dichiara

115

in purgazion de l’anime converse;

116

e nulla pena il monte ha più amara.

117

Sì come l’occhio nostro non s’aderse

118

in alto, fisso a le cose terrene,

119

così giustizia qui a terra il merse.

120

Come avarizia spense a ciascun bene

121

lo nostro amore, onde operar perdési,

122

così giustizia qui stretti ne tene,

123

ne’ piedi e ne le man legati e presi;

124

e quanto fia piacer del giusto Sire,

125

tanto staremo immobili e distesi».

126

Io m’era inginocchiato e volea dire;

127

ma com’ io cominciai ed el s’accorse,

128

solo ascoltando, del mio reverire,

129

«Qual cagion», disse, «in giù così ti torse?».

130

E io a lui: «Per vostra dignitate

131

mia coscïenza dritto mi rimorse».

132

«Drizza le gambe, lèvati sù, frate!»,

133

rispuose; «non errar: conservo sono

134

teco e con li altri ad una podestate.

135

Se mai quel santo evangelico suono

136

che dice ‘Neque nubent’ intendesti,

137

ben puoi veder perch’ io così ragiono.

138

Vattene omai: non vo’ che più t’arresti;

139

ché la tua stanza mio pianger disagia,

140

col qual maturo ciò che tu dicesti.

141

Nepote ho io di là c’ha nome Alagia,

142

buona da sé, pur che la nostra casa

143

non faccia lei per essempro malvagia;

144

e questa sola di là m’è rimasa».

145