← Canto XVI

Purgatorio, Canto XVII

Canto XVIII →

La lezione sull'amore

Guida al canto

Dove siamo

Dante esce dal fumo della terza cornice, dove la vista torna lentamente come quando la nebbia si dirada in montagna. I due pellegrini risalgono la scala fino al quarto girone, dove si fermano, e le stelle cominciano a mostrarsi mentre la notte si avvicina. Qui il passo si arresta: è il punto in cui Virgilio può finalmente parlare in un luogo aperto, lontano dal fumo.

Chi incontriamo

Sale in scena solo l'angelo del quarto girone, che con un soffio d'ali cancella una P sulla fronte di Dante e annuncia la beatitudine dei pacifici. Virgilio prende per la prima volta in questo canto il ruolo di maestro: spiega la struttura dell'amore, vero motore delle pene che li attendono. Marco Lombardo, incontrato nel canto precedente, non riappare.

Cosa aspettarsi

Da qui in avanti l'amore è il filo conduttore: Dante saprà distinguere l'amore retto da quello che corre al bene con misura sbagliata, per eccesso o per difetto. Nei prossimi canti incontrerà i penitenti che hanno amato troppo o troppo poco, e un nuovo volto dell'errore morale prenderà forma, non più rabbia ma desiderio fuori tempo.
Testo originalePurgatorio · Canto XVII
Parafrasi

Ricorditi, lettor, se mai ne l’alpe

1

ti colse nebbia per la qual vedessi

2

non altrimenti che per pelle talpe,

3

come, quando i vapori umidi e spessi

4

a diradar cominciansi, la spera

5

del sol debilemente entra per essi;

6

e fia la tua imagine leggera

7

in giugnere a veder com’ io rividi

8

lo sole in pria, che già nel corcar era.

9

Sì, pareggiando i miei co’ passi fidi

10

del mio maestro, usci’ fuor di tal nube

11

ai raggi morti già ne’ bassi lidi.

12

O imaginativa che ne rube

13

talvolta sì di fuor, ch’om non s’accorge

14

perché dintorno suonin mille tube,

15

chi move te, se ’l senso non ti porge?

16

Moveti lume che nel ciel s’informa,

17

per sé o per voler che giù lo scorge.

18

De l’empiezza di lei che mutò forma

19

ne l’uccel ch’a cantar più si diletta,

20

ne l’imagine mia apparve l’orma;

21

e qui fu la mia mente sì ristretta

22

dentro da sé, che di fuor non venìa

23

cosa che fosse allor da lei ricetta.

24

Poi piovve dentro a l’alta fantasia

25

un crucifisso, dispettoso e fero

26

ne la sua vista, e cotal si moria;

27

intorno ad esso era il grande Assüero,

28

Estèr sua sposa e ’l giusto Mardoceo,

29

che fu al dire e al far così intero.

30

E come questa imagine rompeo

31

sé per sé stessa, a guisa d’una bulla

32

cui manca l’acqua sotto qual si feo,

33

surse in mia visïone una fanciulla

34

piangendo forte, e dicea: «O regina,

35

perché per ira hai voluto esser nulla?

36

Ancisa t’hai per non perder Lavina;

37

or m’hai perduta! Io son essa che lutto,

38

madre, a la tua pria ch’a l’altrui ruina».

39

Come si frange il sonno ove di butto

40

nova luce percuote il viso chiuso,

41

che fratto guizza pria che muoia tutto;

42

così l’imaginar mio cadde giuso

43

tosto che lume il volto mi percosse,

44

maggior assai che quel ch’è in nostro uso.

45

I’ mi volgea per veder ov’ io fosse,

46

quando una voce disse «Qui si monta»,

47

che da ogne altro intento mi rimosse;

48

e fece la mia voglia tanto pronta

49

di riguardar chi era che parlava,

50

che mai non posa, se non si raffronta.

51

Ma come al sol che nostra vista grava

52

e per soverchio sua figura vela,

53

così la mia virtù quivi mancava.

54

«Questo è divino spirito, che ne la

55

via da ir sù ne drizza sanza prego,

56

e col suo lume sé medesmo cela.

57

Sì fa con noi, come l’uom si fa sego;

58

ché quale aspetta prego e l’uopo vede,

59

malignamente già si mette al nego.

60

Or accordiamo a tanto invito il piede;

61

procacciam di salir pria che s’abbui,

62

ché poi non si poria, se ’l dì non riede».

63

Così disse il mio duca, e io con lui

64

volgemmo i nostri passi ad una scala;

65

e tosto ch’io al primo grado fui,

66

senti’mi presso quasi un muover d’ala

67

e ventarmi nel viso e dir: ‘Beati

68

pacifici, che son sanz’ ira mala!’.

69

Già eran sovra noi tanto levati

70

li ultimi raggi che la notte segue,

71

che le stelle apparivan da più lati.

72

‘O virtù mia, perché sì ti dilegue?’,

73

fra me stesso dicea, ché mi sentiva

74

la possa de le gambe posta in triegue.

75

Noi eravam dove più non saliva

76

la scala sù, ed eravamo affissi,

77

pur come nave ch’a la piaggia arriva.

78

E io attesi un poco, s’io udissi

79

alcuna cosa nel novo girone;

80

poi mi volsi al maestro mio, e dissi:

81

«Dolce mio padre, dì, quale offensione

82

si purga qui nel giro dove semo?

83

Se i piè si stanno, non stea tuo sermone».

84

Ed elli a me: «L’amor del bene, scemo

85

del suo dover, quiritta si ristora;

86

qui si ribatte il mal tardato remo.

87

Ma perché più aperto intendi ancora,

88

volgi la mente a me, e prenderai

89

alcun buon frutto di nostra dimora».

90

«Né creator né creatura mai»,

91

cominciò el, «figliuol, fu sanza amore,

92

o naturale o d’animo; e tu ’l sai.

93

Lo naturale è sempre sanza errore,

94

ma l’altro puote errar per malo obietto

95

o per troppo o per poco di vigore.

96

Mentre ch’elli è nel primo ben diretto,

97

e ne’ secondi sé stesso misura,

98

esser non può cagion di mal diletto;

99

ma quando al mal si torce, o con più cura

100

o con men che non dee corre nel bene,

101

contra ’l fattore adovra sua fattura.

102

Quinci comprender puoi ch’esser convene

103

amor sementa in voi d’ogne virtute

104

e d’ogne operazion che merta pene.

105

Or, perché mai non può da la salute

106

amor del suo subietto volger viso,

107

da l’odio proprio son le cose tute;

108

e perché intender non si può diviso,

109

e per sé stante, alcuno esser dal primo,

110

da quello odiare ogne effetto è deciso.

111

Resta, se dividendo bene stimo,

112

che ’l mal che s’ama è del prossimo; ed esso

113

amor nasce in tre modi in vostro limo.

114

È chi, per esser suo vicin soppresso,

115

spera eccellenza, e sol per questo brama

116

ch’el sia di sua grandezza in basso messo;

117

è chi podere, grazia, onore e fama

118

teme di perder perch’ altri sormonti,

119

onde s’attrista sì che ’l contrario ama;

120

ed è chi per ingiuria par ch’aonti,

121

sì che si fa de la vendetta ghiotto,

122

e tal convien che ’l male altrui impronti.

123

Questo triforme amor qua giù di sotto

124

si piange: or vo’ che tu de l’altro intende,

125

che corre al ben con ordine corrotto.

126

Ciascun confusamente un bene apprende

127

nel qual si queti l’animo, e disira;

128

per che di giugner lui ciascun contende.

129

Se lento amore a lui veder vi tira

130

o a lui acquistar, questa cornice,

131

dopo giusto penter, ve ne martira.

132

Altro ben è che non fa l’uom felice;

133

non è felicità, non è la buona

134

essenza, d’ogne ben frutto e radice.

135

L’amor ch’ad esso troppo s’abbandona,

136

di sovr’ a noi si piange per tre cerchi;

137

ma come tripartito si ragiona,

138

tacciolo, acciò che tu per te ne cerchi».

139