← Canto XV

Purgatorio, Canto XVI

Canto XVII →

Marco Lombardo tra fumo e libero arbitrio

Guida al canto

Dove siamo

Siamo nella terza cornice del Purgatorio, quella degli iracondi. Un fumo nero e denso avvolge i due viaggiatori e impedisce di vedere: Dante cammina a tentoni, tenendosi alla spalla di Virgilio come un cieco dietro alla sua guida. Il calare della sera acuisisce la sensazione di cecità. Già si sente, in lontananza, il chiarore dell'angelo che annuncia il passaggio al gradino superiore.

Chi incontriamo

Entra in scena Marco Lombardo, la prima anima che parla a Dante in questa cornice. Gli si rivolge subito, incuriosito da un vivo che fende il fumo. Marco è la voce politica del canto: per mestiere conobbe il mondo e ora è lui a spiegare perché il male dilaga, come se la giustizia umana fosse svanita. Virgilio, in ombra, tace e lascia che sia l'anima a rispondere.

Cosa aspettarsi

Dal dialogo con Marco nasce il nodo del canto: se tutto dipende dal cielo, perché il mondo è corrotto? La risposta è netta: il libero arbitrio esiste, ma serve un freno, e quel freno oggi vacilla. Dante esce dal fumo pronto a salire, con una domanda in più sul rapporto tra cielo, leggi e responsabilità umana.
Testo originalePurgatorio · Canto XVI
Parafrasi

Buio d’inferno e di notte privata

1

d’ogne pianeto, sotto pover cielo,

2

quant’ esser può di nuvol tenebrata,

3

non fece al viso mio sì grosso velo

4

come quel fummo ch’ivi ci coperse,

5

né a sentir di così aspro pelo,

6

che l’occhio stare aperto non sofferse;

7

onde la scorta mia saputa e fida

8

mi s’accostò e l’omero m’offerse.

9

Sì come cieco va dietro a sua guida

10

per non smarrirsi e per non dar di cozzo

11

in cosa che ’l molesti, o forse ancida,

12

m’andava io per l’aere amaro e sozzo,

13

ascoltando il mio duca che diceva

14

pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

15

Io sentia voci, e ciascuna pareva

16

pregar per pace e per misericordia

17

l’Agnel di Dio che le peccata leva.

18

Pur ‘Agnus Dei’ eran le loro essordia;

19

una parola in tutte era e un modo,

20

sì che parea tra esse ogne concordia.

21

«Quei sono spirti, maestro, ch’i’ odo?»,

22

diss’ io. Ed elli a me: «Tu vero apprendi,

23

e d’iracundia van solvendo il nodo».

24

«Or tu chi se’ che ’l nostro fummo fendi,

25

e di noi parli pur come se tue

26

partissi ancor lo tempo per calendi?».

27

Così per una voce detto fue;

28

onde ’l maestro mio disse: «Rispondi,

29

e domanda se quinci si va sùe».

30

E io: «O creatura che ti mondi

31

per tornar bella a colui che ti fece,

32

maraviglia udirai, se mi secondi».

33

«Io ti seguiterò quanto mi lece»,

34

rispuose; «e se veder fummo non lascia,

35

l’udir ci terrà giunti in quella vece».

36

Allora incominciai: «Con quella fascia

37

che la morte dissolve men vo suso,

38

e venni qui per l’infernale ambascia.

39

E se Dio m’ha in sua grazia rinchiuso,

40

tanto che vuol ch’i’ veggia la sua corte

41

per modo tutto fuor del moderno uso,

42

non mi celar chi fosti anzi la morte,

43

ma dilmi, e dimmi s’i’ vo bene al varco;

44

e tue parole fier le nostre scorte».

45

«Lombardo fui, e fu’ chiamato Marco;

46

del mondo seppi, e quel valore amai

47

al quale ha or ciascun disteso l’arco.

48

Per montar sù dirittamente vai».

49

Così rispuose, e soggiunse: «I’ ti prego

50

che per me prieghi quando sù sarai».

51

E io a lui: «Per fede mi ti lego

52

di far ciò che mi chiedi; ma io scoppio

53

dentro ad un dubbio, s’io non me ne spiego.

54

Prima era scempio, e ora è fatto doppio

55

ne la sentenza tua, che mi fa certo

56

qui, e altrove, quello ov’ io l’accoppio.

57

Lo mondo è ben così tutto diserto

58

d’ogne virtute, come tu mi sone,

59

e di malizia gravido e coverto;

60

ma priego che m’addite la cagione,

61

sì ch’i’ la veggia e ch’i’ la mostri altrui;

62

ché nel cielo uno, e un qua giù la pone».

63

Alto sospir, che duolo strinse in «uhi!»,

64

mise fuor prima; e poi cominciò: «Frate,

65

lo mondo è cieco, e tu vien ben da lui.

66

Voi che vivete ogne cagion recate

67

pur suso al cielo, pur come se tutto

68

movesse seco di necessitate.

69

Se così fosse, in voi fora distrutto

70

libero arbitrio, e non fora giustizia

71

per ben letizia, e per male aver lutto.

72

Lo cielo i vostri movimenti inizia;

73

non dico tutti, ma, posto ch’i’ ’l dica,

74

lume v’è dato a bene e a malizia,

75

e libero voler; che, se fatica

76

ne le prime battaglie col ciel dura,

77

poi vince tutto, se ben si notrica.

78

A maggior forza e a miglior natura

79

liberi soggiacete; e quella cria

80

la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura.

81

Però, se ’l mondo presente disvia,

82

in voi è la cagione, in voi si cheggia;

83

e io te ne sarò or vera spia.

84

Esce di mano a lui che la vagheggia

85

prima che sia, a guisa di fanciulla

86

che piangendo e ridendo pargoleggia,

87

l’anima semplicetta che sa nulla,

88

salvo che, mossa da lieto fattore,

89

volontier torna a ciò che la trastulla.

90

Di picciol bene in pria sente sapore;

91

quivi s’inganna, e dietro ad esso corre,

92

se guida o fren non torce suo amore.

93

Onde convenne legge per fren porre;

94

convenne rege aver, che discernesse

95

de la vera cittade almen la torre.

96

Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

97

Nullo, però che ’l pastor che procede,

98

rugumar può, ma non ha l’unghie fesse;

99

per che la gente, che sua guida vede

100

pur a quel ben fedire ond’ ella è ghiotta,

101

di quel si pasce, e più oltre non chiede.

102

Ben puoi veder che la mala condotta

103

è la cagion che ’l mondo ha fatto reo,

104

e non natura che ’n voi sia corrotta.

105

Soleva Roma, che ’l buon mondo feo,

106

due soli aver, che l’una e l’altra strada

107

facean vedere, e del mondo e di Deo.

108

L’un l’altro ha spento; ed è giunta la spada

109

col pasturale, e l’un con l’altro insieme

110

per viva forza mal convien che vada;

111

però che, giunti, l’un l’altro non teme:

112

se non mi credi, pon mente a la spiga,

113

ch’ogn’ erba si conosce per lo seme.

114

In sul paese ch’Adice e Po riga,

115

solea valore e cortesia trovarsi,

116

prima che Federigo avesse briga;

117

or può sicuramente indi passarsi

118

per qualunque lasciasse, per vergogna

119

di ragionar coi buoni o d’appressarsi.

120

Ben v’èn tre vecchi ancora in cui rampogna

121

l’antica età la nova, e par lor tardo

122

che Dio a miglior vita li ripogna:

123

Currado da Palazzo e ’l buon Gherardo

124

e Guido da Castel, che mei si noma,

125

francescamente, il semplice Lombardo.

126

Dì oggimai che la Chiesa di Roma,

127

per confondere in sé due reggimenti,

128

cade nel fango, e sé brutta e la soma».

129

«O Marco mio», diss’ io, «bene argomenti;

130

e or discerno perché dal retaggio

131

li figli di Levì furono essenti.

132

Ma qual Gherardo è quel che tu per saggio

133

di’ ch’è rimaso de la gente spenta,

134

in rimprovèro del secol selvaggio?».

135

«O tuo parlar m’inganna, o el mi tenta»,

136

rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,

137

par che del buon Gherardo nulla senta.

138

Per altro sopranome io nol conosco,

139

s’io nol togliessi da sua figlia Gaia.

140

Dio sia con voi, ché più non vegno vosco.

141

Vedi l’albor che per lo fummo raia

142

già biancheggiare, e me convien partirmi

143

(l’angelo è ivi) prima ch’io li paia».

144

Così tornò, e più non volle udirmi.

145