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L'angelo, il dubbio d'amore e tre visioni

Guida al canto

Dove siamo

Siamo ancora sulla seconda cornice, quella degli invidiosi, verso il suo termine: il sole è ormai basso e la salita procede verso occidente. Il passaggio al gradino superiore avviene con un nuovo angelo, il primo la cui luce colpisce Dante direttamente sul viso. Virgilio gli spiega che quello splendore è solo un invito a salire, non una minaccia.

Chi incontriamo

Non appaiono anime nuove: Virgilio è la sola voce attiva. Il suo rapporto con Dante cambia, perché ora risponde a un dubbio teologico nato da una parola detta nel canto precedente, quella di 'consorte'. Spiega perché la carità celeste cresce con il numero di chi la condivide, rimandando a Beatrice la soluzione completa.

Cosa aspettarsi

Entrati nella terza cornice, Dante è preso da tre visioni rapide: la Madonna che cerca il figlio, la mitezza di Pisistrato, il martirio di santo Stefano. Sono immagini spesso lette come esempi di mansuetude e di ira punita. Il cammino prosegue poi avvolto in un fumo denso, segnale del peccato che sta per incontrare.
Testo originalePurgatorio · Canto XV
Parafrasi

Quanto tra l’ultimar de l’ora terza

1

e ’l principio del dì par de la spera

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che sempre a guisa di fanciullo scherza,

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tanto pareva già inver’ la sera

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essere al sol del suo corso rimaso;

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vespero là, e qui mezza notte era.

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E i raggi ne ferien per mezzo ’l naso,

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perché per noi girato era sì ’l monte,

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che già dritti andavamo inver’ l’occaso,

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quand’ io senti’ a me gravar la fronte

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a lo splendore assai più che di prima,

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e stupor m’eran le cose non conte;

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ond’ io levai le mani inver’ la cima

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de le mie ciglia, e fecimi ’l solecchio,

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che del soverchio visibile lima.

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Come quando da l’acqua o da lo specchio

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salta lo raggio a l’opposita parte,

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salendo su per lo modo parecchio

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a quel che scende, e tanto si diparte

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dal cader de la pietra in igual tratta,

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sì come mostra esperïenza e arte;

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così mi parve da luce rifratta

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quivi dinanzi a me esser percosso;

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per che a fuggir la mia vista fu ratta.

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«Che è quel, dolce padre, a che non posso

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schermar lo viso tanto che mi vaglia»,

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diss’ io, «e pare inver’ noi esser mosso?».

27

«Non ti maravigliar s’ancor t’abbaglia

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la famiglia del cielo», a me rispuose:

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«messo è che viene ad invitar ch’om saglia.

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Tosto sarà ch’a veder queste cose

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non ti fia grave, ma fieti diletto

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quanto natura a sentir ti dispuose».

33

Poi giunti fummo a l’angel benedetto,

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con lieta voce disse: «Intrate quinci

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ad un scaleo vie men che li altri eretto».

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Noi montavam, già partiti di linci,

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e ‘Beati misericordes!’ fue

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cantato retro, e ‘Godi tu che vinci!’.

39

Lo mio maestro e io soli amendue

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suso andavamo; e io pensai, andando,

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prode acquistar ne le parole sue;

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e dirizza’mi a lui sì dimandando:

43

«Che volse dir lo spirto di Romagna,

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e ‘divieto’ e ‘consorte’ menzionando?».

45

Per ch’elli a me: «Di sua maggior magagna

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conosce il danno; e però non s’ammiri

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se ne riprende perché men si piagna.

48

Perché s’appuntano i vostri disiri

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dove per compagnia parte si scema,

50

invidia move il mantaco a’ sospiri.

51

Ma se l’amor de la spera supprema

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torcesse in suso il disiderio vostro,

53

non vi sarebbe al petto quella tema;

54

ché, per quanti si dice più lì ‘nostro’,

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tanto possiede più di ben ciascuno,

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e più di caritate arde in quel chiostro».

57

«Io son d’esser contento più digiuno»,

58

diss’ io, «che se mi fosse pria taciuto,

59

e più di dubbio ne la mente aduno.

60

Com’ esser puote ch’un ben, distributo

61

in più posseditor, faccia più ricchi

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di sé che se da pochi è posseduto?».

63

Ed elli a me: «Però che tu rificchi

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la mente pur a le cose terrene,

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di vera luce tenebre dispicchi.

66

Quello infinito e ineffabil bene

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che là sù è, così corre ad amore

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com’ a lucido corpo raggio vene.

69

Tanto si dà quanto trova d’ardore;

70

sì che, quantunque carità si stende,

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cresce sovr’ essa l’etterno valore.

72

E quanta gente più là sù s’intende,

73

più v’è da bene amare, e più vi s’ama,

74

e come specchio l’uno a l’altro rende.

75

E se la mia ragion non ti disfama,

76

vedrai Beatrice, ed ella pienamente

77

ti torrà questa e ciascun’ altra brama.

78

Procaccia pur che tosto sieno spente,

79

come son già le due, le cinque piaghe,

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che si richiudon per esser dolente».

81

Com’ io voleva dicer ‘Tu m’appaghe’,

82

vidimi giunto in su l’altro girone,

83

sì che tacer mi fer le luci vaghe.

84

Ivi mi parve in una visïone

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estatica di sùbito esser tratto,

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e vedere in un tempio più persone;

87

e una donna, in su l’entrar, con atto

88

dolce di madre dicer: «Figliuol mio,

89

perché hai tu così verso noi fatto?

90

Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

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ti cercavamo». E come qui si tacque,

92

ciò che pareva prima, dispario.

93

Indi m’apparve un’altra con quell’ acque

94

giù per le gote che ’l dolor distilla

95

quando di gran dispetto in altrui nacque,

96

e dir: «Se tu se’ sire de la villa

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del cui nome ne’ dèi fu tanta lite,

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e onde ogne scïenza disfavilla,

99

vendica te di quelle braccia ardite

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ch’abbracciar nostra figlia, o Pisistràto».

101

E ’l segnor mi parea, benigno e mite,

102

risponder lei con viso temperato:

103

«Che farem noi a chi mal ne disira,

104

se quei che ci ama è per noi condannato?»,

105

Poi vidi genti accese in foco d’ira

106

con pietre un giovinetto ancider, forte

107

gridando a sé pur: «Martira, martira!».

108

E lui vedea chinarsi, per la morte

109

che l’aggravava già, inver’ la terra,

110

ma de li occhi facea sempre al ciel porte,

111

orando a l’alto Sire, in tanta guerra,

112

che perdonasse a’ suoi persecutori,

113

con quello aspetto che pietà diserra.

114

Quando l’anima mia tornò di fori

115

a le cose che son fuor di lei vere,

116

io riconobbi i miei non falsi errori.

117

Lo duca mio, che mi potea vedere

118

far sì com’ om che dal sonno si slega,

119

disse: «Che hai che non ti puoi tenere,

120

ma se’ venuto più che mezza lega

121

velando li occhi e con le gambe avvolte,

122

a guisa di cui vino o sonno piega?».

123

«O dolce padre mio, se tu m’ascolte,

124

io ti dirò», diss’ io, «ciò che m’apparve

125

quando le gambe mi furon sì tolte».

126

Ed ei: «Se tu avessi cento larve

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sovra la faccia, non mi sarian chiuse

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le tue cogitazion, quantunque parve.

129

Ciò che vedesti fu perché non scuse

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d’aprir lo core a l’acque de la pace

131

che da l’etterno fonte son diffuse.

132

Non dimandai “Che hai?” per quel che face

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chi guarda pur con l’occhio che non vede,

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quando disanimato il corpo giace;

135

ma dimandai per darti forza al piede:

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così frugar conviensi i pigri, lenti

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ad usar lor vigilia quando riede».

138

Noi andavam per lo vespero, attenti

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oltre quanto potean li occhi allungarsi

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contra i raggi serotini e lucenti.

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Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

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verso di noi come la notte oscuro;

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né da quello era loco da cansarsi.

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Questo ne tolse li occhi e l’aere puro.

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