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La maledizione dell'Arno e il pianto di Romagna

Guida al canto

Dove siamo

Dante e Virgilio proseguono sulla seconda cornice del Purgatorio, dove le ombre hanno gli occhi cuciti. Due spiriti, incuriositi dal suo corpo vivo, lo chiamano con gentilezza e gli chiedono chi sia. Il dialogo si apre riconoscendo un fiume toscano senza nominarlo, e da lì parte una lunga invettiva che lega il viaggio oltremondano alla geografia italiana.

Chi incontriamo

Guido del Duca, che si presenta come la voce che pronuncia la maledizione dell'Arno e la sequenza di nomi romagnoli, dal nipote cacciatore di lupi fino al lamento su Bretinoro e le casate estinte. Al suo fianco parla Rinier da Calboli, lodato come pregio della sua casa, che condivide la stessa indignazione per la valle corrotta.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro il cammino cambia natura: una voce improvvisa grida una frase di Caino e un'altra si presenta come Aglauro, trasformata in sasso per invidia. Virgilio stringe Dante a sé e spiega come la bellezza del cielo funzioni da esca per l'amo del nemico antico, preparando il passaggio al girone successivo.
Testo originalePurgatorio · Canto XIV
Parafrasi

«Chi è costui che ’l nostro monte cerchia

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prima che morte li abbia dato il volo,

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e apre li occhi a sua voglia e coverchia?».

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«Non so chi sia, ma so ch’e’ non è solo;

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domandal tu che più li t’avvicini,

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e dolcemente, sì che parli, acco’lo».

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Così due spirti, l’uno a l’altro chini,

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ragionavan di me ivi a man dritta;

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poi fer li visi, per dirmi, supini;

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e disse l’uno: «O anima che fitta

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nel corpo ancora inver’ lo ciel ten vai,

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per carità ne consola e ne ditta

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onde vieni e chi se’; ché tu ne fai

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tanto maravigliar de la tua grazia,

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quanto vuol cosa che non fu più mai».

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E io: «Per mezza Toscana si spazia

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un fiumicel che nasce in Falterona,

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e cento miglia di corso nol sazia.

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Di sovr’ esso rech’ io questa persona:

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dirvi ch’i’ sia, saria parlare indarno,

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ché ’l nome mio ancor molto non suona».

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«Se ben lo ’ntendimento tuo accarno

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con lo ’ntelletto», allora mi rispuose

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quei che diceva pria, «tu parli d’Arno».

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E l’altro disse lui: «Perché nascose

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questi il vocabol di quella riviera,

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pur com’ om fa de l’orribili cose?».

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E l’ombra che di ciò domandata era,

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si sdebitò così: «Non so; ma degno

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ben è che ’l nome di tal valle pèra;

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ché dal principio suo, ov’ è sì pregno

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l’alpestro monte ond’ è tronco Peloro,

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che ’n pochi luoghi passa oltra quel segno,

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infin là ’ve si rende per ristoro

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di quel che ’l ciel de la marina asciuga,

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ond’ hanno i fiumi ciò che va con loro,

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vertù così per nimica si fuga

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da tutti come biscia, o per sventura

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del luogo, o per mal uso che li fruga:

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ond’ hanno sì mutata lor natura

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li abitator de la misera valle,

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che par che Circe li avesse in pastura.

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Tra brutti porci, più degni di galle

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che d’altro cibo fatto in uman uso,

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dirizza prima il suo povero calle.

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Botoli trova poi, venendo giuso,

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ringhiosi più che non chiede lor possa,

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e da lor disdegnosa torce il muso.

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Vassi caggendo; e quant’ ella più ’ngrossa,

49

tanto più trova di can farsi lupi

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la maladetta e sventurata fossa.

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Discesa poi per più pelaghi cupi,

52

trova le volpi sì piene di froda,

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che non temono ingegno che le occùpi.

54

Né lascerò di dir perch’ altri m’oda;

55

e buon sarà costui, s’ancor s’ammenta

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di ciò che vero spirto mi disnoda.

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Io veggio tuo nepote che diventa

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cacciator di quei lupi in su la riva

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del fiero fiume, e tutti li sgomenta.

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Vende la carne loro essendo viva;

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poscia li ancide come antica belva;

62

molti di vita e sé di pregio priva.

63

Sanguinoso esce de la trista selva;

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lasciala tal, che di qui a mille anni

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ne lo stato primaio non si rinselva».

66

Com’ a l’annunzio di dogliosi danni

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si turba il viso di colui ch’ascolta,

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da qual che parte il periglio l’assanni,

69

così vid’ io l’altr’ anima, che volta

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stava a udir, turbarsi e farsi trista,

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poi ch’ebbe la parola a sé raccolta.

72

Lo dir de l’una e de l’altra la vista

73

mi fer voglioso di saper lor nomi,

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e dimanda ne fei con prieghi mista;

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per che lo spirto che di pria parlòmi

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ricominciò: «Tu vuo’ ch’io mi deduca

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nel fare a te ciò che tu far non vuo’mi.

78

Ma da che Dio in te vuol che traluca

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tanto sua grazia, non ti sarò scarso;

80

però sappi ch’io fui Guido del Duca.

81

Fu il sangue mio d’invidia sì rïarso,

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che se veduto avesse uom farsi lieto,

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visto m’avresti di livore sparso.

84

Di mia semente cotal paglia mieto;

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o gente umana, perché poni ’l core

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là ’v’ è mestier di consorte divieto?

87

Questi è Rinier; questi è ’l pregio e l’onore

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de la casa da Calboli, ove nullo

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fatto s’è reda poi del suo valore.

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E non pur lo suo sangue è fatto brullo,

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tra ’l Po e ’l monte e la marina e ’l Reno,

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del ben richesto al vero e al trastullo;

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ché dentro a questi termini è ripieno

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di venenosi sterpi, sì che tardi

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per coltivare omai verrebber meno.

96

Ov’ è ’l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

97

Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

98

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!

99

Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?

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quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

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verga gentil di picciola gramigna?

102

Non ti maravigliar s’io piango, Tosco,

103

quando rimembro, con Guido da Prata,

104

Ugolin d’Azzo che vivette nosco,

105

Federigo Tignoso e sua brigata,

106

la casa Traversara e li Anastagi

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(e l’una gente e l’altra è diretata),

108

le donne e ’ cavalier, li affanni e li agi

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che ne ’nvogliava amore e cortesia

110

là dove i cuor son fatti sì malvagi.

111

O Bretinoro, ché non fuggi via,

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poi che gita se n’è la tua famiglia

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e molta gente per non esser ria?

114

Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

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e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

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che di figliar tai conti più s’impiglia.

117

Ben faranno i Pagan, da che ’l demonio

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lor sen girà; ma non però che puro

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già mai rimagna d’essi testimonio.

120

O Ugolin de’ Fantolin, sicuro

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è ’l nome tuo, da che più non s’aspetta

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chi far lo possa, tralignando, scuro.

123

Ma va via, Tosco, omai; ch’or mi diletta

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troppo di pianger più che di parlare,

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sì m’ha nostra ragion la mente stretta».

126

Noi sapavam che quell’ anime care

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ci sentivano andar; però, tacendo,

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facëan noi del cammin confidare.

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Poi fummo fatti soli procedendo,

130

folgore parve quando l’aere fende,

131

voce che giunse di contra dicendo:

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‘Anciderammi qualunque m’apprende’;

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e fuggì come tuon che si dilegua,

134

se sùbito la nuvola scoscende.

135

Come da lei l’udir nostro ebbe triegua,

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ed ecco l’altra con sì gran fracasso,

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che somigliò tonar che tosto segua:

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«Io sono Aglauro che divenni sasso»;

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e allor, per ristrignermi al poeta,

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in destro feci, e non innanzi, il passo.

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Già era l’aura d’ogne parte queta;

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ed el mi disse: «Quel fu ’l duro camo

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che dovria l’uom tener dentro a sua meta.

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Ma voi prendete l’esca, sì che l’amo

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de l’antico avversaro a sé vi tira;

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e però poco val freno o richiamo.

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Chiamavi ’l cielo e ’ntorno vi si gira,

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mostrandovi le sue bellezze etterne,

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e l’occhio vostro pur a terra mira;

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onde vi batte chi tutto discerne».

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