← Canto X

Purgatorio, Canto XI

Canto XII →

La preghiera e la lezione dei superbi

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora sulla prima cornice del Purgatorio, dove le anime dei superbi procedono curve sotto enormi massi. Il tratto si apre tutto nell'ascolto: le anime recitano il Padre nostro adattato a chi soffre, poi Virgilio chiede loro di indicare la via più agevole per salire, perché il peso del corpo mortale rallenta il cammino del poeta. La salita, dunque, è insieme fatica fisica e passaggio da individuare tra le cornici.

Chi incontriamo

Si staccano dal gruppo tre penitenti. Omberto, figlio di Guiglielmo Aldobrandeschi, racconta la propria superbia di casta. Oderisi da Gubbio, miniatore, ammonisce sulla gloria mondana confrontando Cimabue e Giotto, i due Guidi e l'inevitabile successore. Provenzan Salvani, signore di Siena, è ricordato da Oderisi per un atto di umiliazione compiuto in vita, che gli ha evitato di aspettare il proprio turno sotto la montagna.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro Dante porta con sé una domanda nuova: che peso ha davvero la fama terrena, e fino a che punto basta un atto d'umiltà fatto in vita per accorciare l'attesa del giudizio. Il canto prepara inoltre la mossa successiva: lasciata la prima cornice, Virgilio dovrà guidare il poeta verso il prossimo balzo, dove lo attende un peccato diverso.
Testo originalePurgatorio · Canto XI
Parafrasi

«O Padre nostro, che ne’ cieli stai,

1

non circunscritto, ma per più amore

2

ch’ai primi effetti di là sù tu hai,

3

laudato sia ’l tuo nome e ’l tuo valore

4

da ogne creatura, com’ è degno

5

di render grazie al tuo dolce vapore.

6

Vegna ver’ noi la pace del tuo regno,

7

ché noi ad essa non potem da noi,

8

s’ella non vien, con tutto nostro ingegno.

9

Come del suo voler li angeli tuoi

10

fan sacrificio a te, cantando osanna,

11

così facciano li uomini de’ suoi.

12

Dà oggi a noi la cotidiana manna,

13

sanza la qual per questo aspro diserto

14

a retro va chi più di gir s’affanna.

15

E come noi lo mal ch’avem sofferto

16

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

17

benigno, e non guardar lo nostro merto.

18

Nostra virtù che di legger s’adona,

19

non spermentar con l’antico avversaro,

20

ma libera da lui che sì la sprona.

21

Quest’ ultima preghiera, segnor caro,

22

già non si fa per noi, ché non bisogna,

23

ma per color che dietro a noi restaro».

24

Così a sé e noi buona ramogna

25

quell’ ombre orando, andavan sotto ’l pondo,

26

simile a quel che talvolta si sogna,

27

disparmente angosciate tutte a tondo

28

e lasse su per la prima cornice,

29

purgando la caligine del mondo.

30

Se di là sempre ben per noi si dice,

31

di qua che dire e far per lor si puote

32

da quei c’hanno al voler buona radice?

33

Ben si de’ loro atar lavar le note

34

che portar quinci, sì che, mondi e lievi,

35

possano uscire a le stellate ruote.

36

«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi

37

tosto, sì che possiate muover l’ala,

38

che secondo il disio vostro vi lievi,

39

mostrate da qual mano inver’ la scala

40

si va più corto; e se c’è più d’un varco,

41

quel ne ’nsegnate che men erto cala;

42

ché questi che vien meco, per lo ’ncarco

43

de la carne d’Adamo onde si veste,

44

al montar sù, contra sua voglia, è parco».

45

Le lor parole, che rendero a queste

46

che dette avea colui cu’ io seguiva,

47

non fur da cui venisser manifeste;

48

ma fu detto: «A man destra per la riva

49

con noi venite, e troverete il passo

50

possibile a salir persona viva.

51

E s’io non fossi impedito dal sasso

52

che la cervice mia superba doma,

53

onde portar convienmi il viso basso,

54

cotesti, ch’ancor vive e non si noma,

55

guardere’ io, per veder s’i’ ’l conosco,

56

e per farlo pietoso a questa soma.

57

Io fui latino e nato d’un gran Tosco:

58

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

59

non so se ’l nome suo già mai fu vosco.

60

L’antico sangue e l’opere leggiadre

61

d’i miei maggior mi fer sì arrogante,

62

che, non pensando a la comune madre,

63

ogn’ uomo ebbi in despetto tanto avante,

64

ch’io ne mori’, come i Sanesi sanno,

65

e sallo in Campagnatico ogne fante.

66

Io sono Omberto; e non pur a me danno

67

superbia fa, ché tutti miei consorti

68

ha ella tratti seco nel malanno.

69

E qui convien ch’io questo peso porti

70

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

71

poi ch’io nol fe’ tra ’ vivi, qui tra ’ morti».

72

Ascoltando chinai in giù la faccia;

73

e un di lor, non questi che parlava,

74

si torse sotto il peso che li ’mpaccia,

75

e videmi e conobbemi e chiamava,

76

tenendo li occhi con fatica fisi

77

a me che tutto chin con loro andava.

78

«Oh!», diss’ io lui, «non se’ tu Oderisi,

79

l’onor d’Agobbio e l’onor di quell’ arte

80

ch’alluminar chiamata è in Parisi?».

81

«Frate», diss’ elli, «più ridon le carte

82

che pennelleggia Franco Bolognese;

83

l’onore è tutto or suo, e mio in parte.

84

Ben non sare’ io stato sì cortese

85

mentre ch’io vissi, per lo gran disio

86

de l’eccellenza ove mio core intese.

87

Di tal superbia qui si paga il fio;

88

e ancor non sarei qui, se non fosse

89

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.

90

Oh vana gloria de l’umane posse!

91

com’ poco verde in su la cima dura,

92

se non è giunta da l’etati grosse!

93

Credette Cimabue ne la pittura

94

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

95

sì che la fama di colui è scura.

96

Così ha tolto l’uno a l’altro Guido

97

la gloria de la lingua; e forse è nato

98

chi l’uno e l’altro caccerà del nido.

99

Non è il mondan romore altro ch’un fiato

100

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

101

e muta nome perché muta lato.

102

Che voce avrai tu più, se vecchia scindi

103

da te la carne, che se fossi morto

104

anzi che tu lasciassi il ‘pappo’ e ’l ‘dindi’,

105

pria che passin mill’ anni? ch’è più corto

106

spazio a l’etterno, ch’un muover di ciglia

107

al cerchio che più tardi in cielo è torto.

108

Colui che del cammin sì poco piglia

109

dinanzi a me, Toscana sonò tutta;

110

e ora a pena in Siena sen pispiglia,

111

ond’ era sire quando fu distrutta

112

la rabbia fiorentina, che superba

113

fu a quel tempo sì com’ ora è putta.

114

La vostra nominanza è color d’erba,

115

che viene e va, e quei la discolora

116

per cui ella esce de la terra acerba».

117

E io a lui: «Tuo vero dir m’incora

118

bona umiltà, e gran tumor m’appiani;

119

ma chi è quei di cui tu parlavi ora?».

120

«Quelli è», rispuose, «Provenzan Salvani;

121

ed è qui perché fu presuntüoso

122

a recar Siena tutta a le sue mani.

123

Ito è così e va, sanza riposo,

124

poi che morì; cotal moneta rende

125

a sodisfar chi è di là troppo oso».

126

E io: «Se quello spirito ch’attende,

127

pria che si penta, l’orlo de la vita,

128

qua giù dimora e qua sù non ascende,

129

se buona orazïon lui non aita,

130

prima che passi tempo quanto visse,

131

come fu la venuta lui largita?».

132

«Quando vivea più glorïoso», disse,

133

«liberamente nel Campo di Siena,

134

ogne vergogna diposta, s’affisse;

135

e lì, per trar l’amico suo di pena,

136

ch’e’ sostenea ne la prigion di Carlo,

137

si condusse a tremar per ogne vena.

138

Più non dirò, e scuro so che parlo;

139

ma poco tempo andrà, che ’ tuoi vicini

140

faranno sì che tu potrai chiosarlo.

141

Quest’ opera li tolse quei confini».

142