← Canto IX

Purgatorio, Canto X

Canto XI →

La prima cornice e i superbi

Guida al canto

Dove siamo

Dante e Virgilio hanno appena varcato la porta del Purgatorio e salgono a fatica per una stretta fessura nella roccia, che si stringe e si allarga come un'onda. Usciti dal varco, si fermano su un ripiano solitario, il primo dei cornicioni che girano attorno al monte. La direzione non è subito chiara: il cammino va individuato, tra una parete che sale e un vuoto laterale.

Chi incontriamo

Virgilio guida il passo e lo sguardo di Dante nel nuovo spazio, invitandolo a spostarsi lungo la parete per leggere le figure scolpite. Sul marmo appaiono scene di umiltà: l'Annunciazione con Maria e l'angelo Gabriele, l'arca santa trainata dai buoi, Davide che danza e Micol che disprezza, e l'imperatore Traiano che ascolta la vedova in lacrime. Poi arrivano le anime della cornice: i superbi, piegati sotto enormi massi, che avanzano lentamente.

Cosa aspettarsi

Il canto apre la scansione delle cornici e presenta il primo dei peccati capitali purgati qui, la superbia, contrapposta alle storie di umiltà scolpite nel marmo. Dante dovrà imparare a tenere insieme lo sguardo sui rilievi e quello sulle anime che si avvicinano. Resta aperta la domanda: come si espia l'orgoglio e cosa significa, per un cristiano, chinarsi davvero.
Testo originalePurgatorio · Canto X
Parafrasi

Poi fummo dentro al soglio de la porta

1

che ’l mal amor de l’anime disusa,

2

perché fa parer dritta la via torta,

3

sonando la senti’ esser richiusa;

4

e s’io avesse li occhi vòlti ad essa,

5

qual fora stata al fallo degna scusa?

6

Noi salavam per una pietra fessa,

7

che si moveva e d’una e d’altra parte,

8

sì come l’onda che fugge e s’appressa.

9

«Qui si conviene usare un poco d’arte»,

10

cominciò ’l duca mio, «in accostarsi

11

or quinci, or quindi al lato che si parte».

12

E questo fece i nostri passi scarsi,

13

tanto che pria lo scemo de la luna

14

rigiunse al letto suo per ricorcarsi,

15

che noi fossimo fuor di quella cruna;

16

ma quando fummo liberi e aperti

17

sù dove il monte in dietro si rauna,

18

ïo stancato e amendue incerti

19

di nostra via, restammo in su un piano

20

solingo più che strade per diserti.

21

Da la sua sponda, ove confina il vano,

22

al piè de l’alta ripa che pur sale,

23

misurrebbe in tre volte un corpo umano;

24

e quanto l’occhio mio potea trar d’ale,

25

or dal sinistro e or dal destro fianco,

26

questa cornice mi parea cotale.

27

Là sù non eran mossi i piè nostri anco,

28

quand’ io conobbi quella ripa intorno

29

che dritto di salita aveva manco,

30

esser di marmo candido e addorno

31

d’intagli sì, che non pur Policleto,

32

ma la natura lì avrebbe scorno.

33

L’angel che venne in terra col decreto

34

de la molt’ anni lagrimata pace,

35

ch’aperse il ciel del suo lungo divieto,

36

dinanzi a noi pareva sì verace

37

quivi intagliato in un atto soave,

38

che non sembiava imagine che tace.

39

Giurato si saria ch’el dicesse ‘Ave!’;

40

perché iv’ era imaginata quella

41

ch’ad aprir l’alto amor volse la chiave;

42

e avea in atto impressa esta favella

43

‘Ecce ancilla Deï’, propriamente

44

come figura in cera si suggella.

45

«Non tener pur ad un loco la mente»,

46

disse ’l dolce maestro, che m’avea

47

da quella parte onde ’l cuore ha la gente.

48

Per ch’i’ mi mossi col viso, e vedea

49

di retro da Maria, da quella costa

50

onde m’era colui che mi movea,

51

un’altra storia ne la roccia imposta;

52

per ch’io varcai Virgilio, e fe’mi presso,

53

acciò che fosse a li occhi miei disposta.

54

Era intagliato lì nel marmo stesso

55

lo carro e ’ buoi, traendo l’arca santa,

56

per che si teme officio non commesso.

57

Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

58

partita in sette cori, a’ due mie’ sensi

59

faceva dir l’un ‘No’, l’altro ‘Sì, canta’.

60

Similemente al fummo de li ’ncensi

61

che v’era imaginato, li occhi e ’l naso

62

e al sì e al no discordi fensi.

63

Lì precedeva al benedetto vaso,

64

trescando alzato, l’umile salmista,

65

e più e men che re era in quel caso.

66

Di contra, effigïata ad una vista

67

d’un gran palazzo, Micòl ammirava

68

sì come donna dispettosa e trista.

69

I’ mossi i piè del loco dov’ io stava,

70

per avvisar da presso un’altra istoria,

71

che di dietro a Micòl mi biancheggiava.

72

Quiv’ era storïata l’alta gloria

73

del roman principato, il cui valore

74

mosse Gregorio a la sua gran vittoria;

75

i’ dico di Traiano imperadore;

76

e una vedovella li era al freno,

77

di lagrime atteggiata e di dolore.

78

Intorno a lui parea calcato e pieno

79

di cavalieri, e l’aguglie ne l’oro

80

sovr’ essi in vista al vento si movieno.

81

La miserella intra tutti costoro

82

pareva dir: «Segnor, fammi vendetta

83

di mio figliuol ch’è morto, ond’ io m’accoro»;

84

ed elli a lei rispondere: «Or aspetta

85

tanto ch’i’ torni»; e quella: «Segnor mio»,

86

come persona in cui dolor s’affretta,

87

«se tu non torni?»; ed ei: «Chi fia dov’ io,

88

la ti farà»; ed ella: «L’altrui bene

89

a te che fia, se ’l tuo metti in oblio?»;

90

ond’ elli: «Or ti conforta; ch’ei convene

91

ch’i’ solva il mio dovere anzi ch’i’ mova:

92

giustizia vuole e pietà mi ritene».

93

Colui che mai non vide cosa nova

94

produsse esto visibile parlare,

95

novello a noi perché qui non si trova.

96

Mentr’ io mi dilettava di guardare

97

l’imagini di tante umilitadi,

98

e per lo fabbro loro a veder care,

99

«Ecco di qua, ma fanno i passi radi»,

100

mormorava il poeta, «molte genti:

101

questi ne ’nvïeranno a li alti gradi».

102

Li occhi miei, ch’a mirare eran contenti

103

per veder novitadi ond’ e’ son vaghi,

104

volgendosi ver’ lui non furon lenti.

105

Non vo’ però, lettor, che tu ti smaghi

106

di buon proponimento per udire

107

come Dio vuol che ’l debito si paghi.

108

Non attender la forma del martìre:

109

pensa la succession; pensa ch’al peggio

110

oltre la gran sentenza non può ire.

111

Io cominciai: «Maestro, quel ch’io veggio

112

muovere a noi, non mi sembian persone,

113

e non so che, sì nel veder vaneggio».

114

Ed elli a me: «La grave condizione

115

di lor tormento a terra li rannicchia,

116

sì che ’ miei occhi pria n’ebber tencione.

117

Ma guarda fiso là, e disviticchia

118

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

119

già scorger puoi come ciascun si picchia».

120

O superbi cristian, miseri lassi,

121

che, de la vista de la mente infermi,

122

fidanza avete ne’ retrosi passi,

123

non v’accorgete voi che noi siam vermi

124

nati a formar l’angelica farfalla,

125

che vola a la giustizia sanza schermi?

126

Di che l’animo vostro in alto galla,

127

poi siete quasi antomata in difetto,

128

sì come vermo in cui formazion falla?

129

Come per sostentar solaio o tetto,

130

per mensola talvolta una figura

131

si vede giugner le ginocchia al petto,

132

la qual fa del non ver vera rancura

133

nascere ’n chi la vede; così fatti

134

vid’ io color, quando puosi ben cura.

135

Vero è che più e meno eran contratti

136

secondo ch’avien più e meno a dosso;

137

e qual più pazïenza avea ne li atti,

138

piangendo parea dicer: ‘Più non posso’.

139