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La Firenze antica di Cacciaguida

Guida al canto

Dove siamo

Restiamo nel cielo delle stelle fisse, davanti alla croce di Marte. Dante chiede al trisavolo notizie precise: quanti erano i cittadini, chi erano le famiglie degne dei primi seggi e quale aspetto aveva Firenze. Cacciaguida accetta di rispondere e accenna a un sorriso di Beatrice, che approva l'inizio del racconto.

Chi incontriamo

Cacciaguida è la voce guida del canto: indica i nomi delle casate antiche, gli Ughi, i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni, gli Alberichi, i Soldanieri, gli Ardinghi, i Bostichi, i Ravignani, i Calfucci, i Sizii, gli Arrigucci, i Caponsacco e altri ancora. Rievoca inoltre Buondelmonte, la cui morte per mano degli Amidei, segnata dalla pietra presso il ponte, è spesso letta come l'inizio delle lotte civili fiorentine. Beatrice compare solo con un sorriso, senza parlare.

Cosa aspettarsi

Dopo la rassegna delle famiglie seguirà l'avvertimento personale. Cacciaguida preparerà Dante alla verità sul suo futuro: la missione di poeta, l'esilio e le amicizie false. La Firenze perduta fa da sfondo a una verità scomoda, e il poeta capirà che la gloria futura passa attraverso la sofferenza.
Testo originaleParadiso · Canto XVI
Parafrasi

O poca nostra nobiltà di sangue,

1

se glorïar di te la gente fai

2

qua giù dove l’affetto nostro langue,

3

mirabil cosa non mi sarà mai:

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ché là dove appetito non si torce,

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dico nel cielo, io me ne gloriai.

6

Ben se’ tu manto che tosto raccorce:

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sì che, se non s’appon di dì in die,

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lo tempo va dintorno con le force.

9

Dal ‘voi’ che prima a Roma s’offerie,

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in che la sua famiglia men persevra,

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ricominciaron le parole mie;

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onde Beatrice, ch’era un poco scevra,

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ridendo, parve quella che tossio

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al primo fallo scritto di Ginevra.

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Io cominciai: «Voi siete il padre mio;

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voi mi date a parlar tutta baldezza;

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voi mi levate sì, ch’i’ son più ch’io.

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Per tanti rivi s’empie d’allegrezza

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la mente mia, che di sé fa letizia

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perché può sostener che non si spezza.

21

Ditemi dunque, cara mia primizia,

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quai fuor li vostri antichi e quai fuor li anni

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che si segnaro in vostra püerizia;

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ditemi de l’ovil di San Giovanni

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quanto era allora, e chi eran le genti

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tra esso degne di più alti scanni».

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Come s’avviva a lo spirar d’i venti

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carbone in fiamma, così vid’ io quella

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luce risplendere a’ miei blandimenti;

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e come a li occhi miei si fé più bella,

31

così con voce più dolce e soave,

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ma non con questa moderna favella,

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dissemi: «Da quel dì che fu detto ‘Ave’

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al parto in che mia madre, ch’è or santa,

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s’allevïò di me ond’ era grave,

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al suo Leon cinquecento cinquanta

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e trenta fiate venne questo foco

38

a rinfiammarsi sotto la sua pianta.

39

Li antichi miei e io nacqui nel loco

40

dove si truova pria l’ultimo sesto

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da quei che corre il vostro annüal gioco.

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Basti d’i miei maggiori udirne questo:

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chi ei si fosser e onde venner quivi,

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più è tacer che ragionare onesto.

45

Tutti color ch’a quel tempo eran ivi

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da poter arme tra Marte e ’l Batista,

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eran il quinto di quei ch’or son vivi.

48

Ma la cittadinanza, ch’è or mista

49

di Campi, di Certaldo e di Fegghine,

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pura vediesi ne l’ultimo artista.

51

Oh quanto fora meglio esser vicine

52

quelle genti ch’io dico, e al Galluzzo

53

e a Trespiano aver vostro confine,

54

che averle dentro e sostener lo puzzo

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del villan d’Aguglion, di quel da Signa,

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che già per barattare ha l’occhio aguzzo!

57

Se la gente ch’al mondo più traligna

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non fosse stata a Cesare noverca,

59

ma come madre a suo figlio benigna,

60

tal fatto è fiorentino e cambia e merca,

61

che si sarebbe vòlto a Simifonti,

62

là dove andava l’avolo a la cerca;

63

sariesi Montemurlo ancor de’ Conti;

64

sarieno i Cerchi nel piovier d’Acone,

65

e forse in Valdigrieve i Buondelmonti.

66

Sempre la confusion de le persone

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principio fu del mal de la cittade,

68

come del vostro il cibo che s’appone;

69

e cieco toro più avaccio cade

70

che cieco agnello; e molte volte taglia

71

più e meglio una che le cinque spade.

72

Se tu riguardi Luni e Orbisaglia

73

come sono ite, e come se ne vanno

74

di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,

75

udir come le schiatte si disfanno

76

non ti parrà nova cosa né forte,

77

poscia che le cittadi termine hanno.

78

Le vostre cose tutte hanno lor morte,

79

sì come voi; ma celasi in alcuna

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che dura molto, e le vite son corte.

81

E come ’l volger del ciel de la luna

82

cuopre e discuopre i liti sanza posa,

83

così fa di Fiorenza la Fortuna:

84

per che non dee parer mirabil cosa

85

ciò ch’io dirò de li alti Fiorentini

86

onde è la fama nel tempo nascosa.

87

Io vidi li Ughi e vidi i Catellini,

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Filippi, Greci, Ormanni e Alberichi,

89

già nel calare, illustri cittadini;

90

e vidi così grandi come antichi,

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con quel de la Sannella, quel de l’Arca,

92

e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi.

93

Sovra la porta ch’al presente è carca

94

di nova fellonia di tanto peso

95

che tosto fia iattura de la barca,

96

erano i Ravignani, ond’ è disceso

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il conte Guido e qualunque del nome

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de l’alto Bellincione ha poscia preso.

99

Quel de la Pressa sapeva già come

100

regger si vuole, e avea Galigaio

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dorata in casa sua già l’elsa e ’l pome.

102

Grand’ era già la colonna del Vaio,

103

Sacchetti, Giuochi, Fifanti e Barucci

104

e Galli e quei ch’arrossan per lo staio.

105

Lo ceppo di che nacquero i Calfucci

106

era già grande, e già eran tratti

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a le curule Sizii e Arrigucci.

108

Oh quali io vidi quei che son disfatti

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per lor superbia! e le palle de l’oro

110

fiorian Fiorenza in tutt’ i suoi gran fatti.

111

Così facieno i padri di coloro

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che, sempre che la vostra chiesa vaca,

113

si fanno grassi stando a consistoro.

114

L’oltracotata schiatta che s’indraca

115

dietro a chi fugge, e a chi mostra ’l dente

116

o ver la borsa, com’ agnel si placa,

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già venìa sù, ma di picciola gente;

118

sì che non piacque ad Ubertin Donato

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che poï il suocero il fé lor parente.

120

Già era ’l Caponsacco nel mercato

121

disceso giù da Fiesole, e già era

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buon cittadino Giuda e Infangato.

123

Io dirò cosa incredibile e vera:

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nel picciol cerchio s’entrava per porta

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che si nomava da quei de la Pera.

126

Ciascun che de la bella insegna porta

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del gran barone il cui nome e ’l cui pregio

128

la festa di Tommaso riconforta,

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da esso ebbe milizia e privilegio;

130

avvegna che con popol si rauni

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oggi colui che la fascia col fregio.

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Già eran Gualterotti e Importuni;

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e ancor saria Borgo più quïeto,

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se di novi vicin fosser digiuni.

135

La casa di che nacque il vostro fleto,

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per lo giusto disdegno che v’ha morti

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e puose fine al vostro viver lieto,

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era onorata, essa e suoi consorti:

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o Buondelmonte, quanto mal fuggisti

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le nozze süe per li altrui conforti!

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Molti sarebber lieti, che son tristi,

142

se Dio t’avesse conceduto ad Ema

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la prima volta ch’a città venisti.

144

Ma conveniesi a quella pietra scema

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che guarda ’l ponte, che Fiorenza fesse

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vittima ne la sua pace postrema.

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Con queste genti, e con altre con esse,

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vid’ io Fiorenza in sì fatto riposo,

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che non avea cagione onde piangesse.

150

Con queste genti vid’io glorïoso

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e giusto il popol suo, tanto che ’l giglio

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non era ad asta mai posto a ritroso,

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né per divisïon fatto vermiglio».

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