Cacciaguida e la Firenze antica

Guida al canto

Dove siamo

Dante è nel cielo delle stelle fisse, davanti alla croce di Marte dove i beati guerrieri formano due cori luminosi. Il canto si apre con una lode alla volontà divina, poi una stella corre lungo il braccio destro della croce e si ferma accanto a lui: tutta l'attenzione si sposta su questa nuova luce.

Chi incontriamo

La luce che scende si rivela essere Cacciaguida, trisavolo di Dante, cavaliere al servizio dell'imperatore Corrado e morto in Terrasanta nella crociata contro la legge «il cui popolo usurpa la vostra giustizia». È lui che parla in prima persona, racconta le proprie origini e la Firenze antica. Beatrice non aggiunge parole, ma il suo cenno d'incoraggiamento è decisivo: spinge Dante a chiedere il nome del beato.

Cosa aspettarsi

Dopo l'incontro familiare, Cacciaguida inizierà a svelare il destino di Dante: la missione di poeta, le profezie dolorose che lo attendono, tra esilio e privazioni. Alla dolcezza della visione della Firenze perduta seguirà una verità scomoda, e il poeta capirà che la sua gloria futura passa attraverso la sofferenza e la perdita della sua città.
Testo originaleParadiso · Canto XV
Parafrasi

Benigna volontade in che si liqua

1

sempre l’amor che drittamente spira,

2

come cupidità fa ne la iniqua,

3

silenzio puose a quella dolce lira,

4

e fece quïetar le sante corde

5

che la destra del cielo allenta e tira.

6

Come saranno a’ giusti preghi sorde

7

quelle sustanze che, per darmi voglia

8

ch’io le pregassi, a tacer fur concorde?

9

Bene è che sanza termine si doglia

10

chi, per amor di cosa che non duri

11

etternalmente, quello amor si spoglia.

12

Quale per li seren tranquilli e puri

13

discorre ad ora ad or sùbito foco,

14

movendo li occhi che stavan sicuri,

15

e pare stella che tramuti loco,

16

se non che da la parte ond’ e’ s’accende

17

nulla sen perde, ed esso dura poco:

18

tale dal corno che ’n destro si stende

19

a piè di quella croce corse un astro

20

de la costellazion che lì resplende;

21

né si partì la gemma dal suo nastro,

22

ma per la lista radïal trascorse,

23

che parve foco dietro ad alabastro.

24

Sì pïa l’ombra d’Anchise si porse,

25

se fede merta nostra maggior musa,

26

quando in Eliso del figlio s’accorse.

27

«O sanguis meus, o superinfusa

28

gratïa Deï, sicut tibi cui

29

bis unquam celi ianüa reclusa?».

30

Così quel lume: ond’ io m’attesi a lui;

31

poscia rivolsi a la mia donna il viso,

32

e quinci e quindi stupefatto fui;

33

ché dentro a li occhi suoi ardeva un riso

34

tal, ch’io pensai co’ miei toccar lo fondo

35

de la mia gloria e del mio paradiso.

36

Indi, a udire e a veder giocondo,

37

giunse lo spirto al suo principio cose,

38

ch’io non lo ’ntesi, sì parlò profondo;

39

né per elezïon mi si nascose,

40

ma per necessità, ché ’l suo concetto

41

al segno d’i mortal si soprapuose.

42

E quando l’arco de l’ardente affetto

43

fu sì sfogato, che ’l parlar discese

44

inver’ lo segno del nostro intelletto,

45

la prima cosa che per me s’intese,

46

«Benedetto sia tu», fu, «trino e uno,

47

che nel mio seme se’ tanto cortese!».

48

E seguì: «Grato e lontano digiuno,

49

tratto leggendo del magno volume

50

du’ non si muta mai bianco né bruno,

51

solvuto hai, figlio, dentro a questo lume

52

in ch’io ti parlo, mercè di colei

53

ch’a l’alto volo ti vestì le piume.

54

Tu credi che a me tuo pensier mei

55

da quel ch’è primo, così come raia

56

da l’un, se si conosce, il cinque e ’l sei;

57

e però ch’io mi sia e perch’ io paia

58

più gaudïoso a te, non mi domandi,

59

che alcun altro in questa turba gaia.

60

Tu credi ’l vero; ché i minori e ’ grandi

61

di questa vita miran ne lo speglio

62

in che, prima che pensi, il pensier pandi;

63

ma perché ’l sacro amore in che io veglio

64

con perpetüa vista e che m’asseta

65

di dolce disïar, s’adempia meglio,

66

la voce tua sicura, balda e lieta

67

suoni la volontà, suoni ’l disio,

68

a che la mia risposta è già decreta!».

69

Io mi volsi a Beatrice, e quella udio

70

pria ch’io parlassi, e arrisemi un cenno

71

che fece crescer l’ali al voler mio.

72

Poi cominciai così: «L’affetto e ’l senno,

73

come la prima equalità v’apparse,

74

d’un peso per ciascun di voi si fenno,

75

però che ’l sol che v’allumò e arse,

76

col caldo e con la luce è sì iguali,

77

che tutte simiglianze sono scarse.

78

Ma voglia e argomento ne’ mortali,

79

per la cagion ch’a voi è manifesta,

80

diversamente son pennuti in ali;

81

ond’ io, che son mortal, mi sento in questa

82

disagguaglianza, e però non ringrazio

83

se non col core a la paterna festa.

84

Ben supplico io a te, vivo topazio

85

che questa gioia prezïosa ingemmi,

86

perché mi facci del tuo nome sazio».

87

«O fronda mia in che io compiacemmi

88

pur aspettando, io fui la tua radice»:

89

cotal principio, rispondendo, femmi.

90

Poscia mi disse: «Quel da cui si dice

91

tua cognazione e che cent’ anni e piùe

92

girato ha ’l monte in la prima cornice,

93

mio figlio fu e tuo bisavol fue:

94

ben si convien che la lunga fatica

95

tu li raccorci con l’opere tue.

96

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

97

ond’ ella toglie ancora e terza e nona,

98

si stava in pace, sobria e pudica.

99

Non avea catenella, non corona,

100

non gonne contigiate, non cintura

101

che fosse a veder più che la persona.

102

Non faceva, nascendo, ancor paura

103

la figlia al padre, che ’l tempo e la dote

104

non fuggien quinci e quindi la misura.

105

Non avea case di famiglia vòte;

106

non v’era giunto ancor Sardanapalo

107

a mostrar ciò che ’n camera si puote.

108

Non era vinto ancora Montemalo

109

dal vostro Uccellatoio, che, com’ è vinto

110

nel montar sù, così sarà nel calo.

111

Bellincion Berti vid’ io andar cinto

112

di cuoio e d’osso, e venir da lo specchio

113

la donna sua sanza ’l viso dipinto;

114

e vidi quel d’i Nerli e quel del Vecchio

115

esser contenti a la pelle scoperta,

116

e le sue donne al fuso e al pennecchio.

117

Oh fortunate! ciascuna era certa

118

de la sua sepultura, e ancor nulla

119

era per Francia nel letto diserta.

120

L’una vegghiava a studio de la culla,

121

e, consolando, usava l’idïoma

122

che prima i padri e le madri trastulla;

123

l’altra, traendo a la rocca la chioma,

124

favoleggiava con la sua famiglia

125

d’i Troiani, di Fiesole e di Roma.

126

Saria tenuta allor tal maraviglia

127

una Cianghella, un Lapo Salterello,

128

qual or saria Cincinnato e Corniglia.

129

A così riposato, a così bello

130

viver di cittadini, a così fida

131

cittadinanza, a così dolce ostello,

132

Maria mi diè, chiamata in alte grida;

133

e ne l’antico vostro Batisteo

134

insieme fui cristiano e Cacciaguida.

135

Moronto fu mio frate ed Eliseo;

136

mia donna venne a me di val di Pado,

137

e quindi il sopranome tuo si feo.

138

Poi seguitai lo ’mperador Currado;

139

ed el mi cinse de la sua milizia,

140

tanto per bene ovrar li venni in grado.

141

Dietro li andai incontro a la nequizia

142

di quella legge il cui popolo usurpa,

143

per colpa d’i pastor, vostra giustizia.

144

Quivi fu’ io da quella gente turpa

145

disviluppato dal mondo fallace,

146

lo cui amor molt’ anime deturpa;

147

e venni dal martiro a questa pace».

148