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La luce della carne gloriosa e la croce

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora nel cielo del Sole. Tace la luce di Tommaso e Beatrice prende la parola rivolgendosi ai beati: chiede se la loro luce resterà per sempre e se, una volta tornati visibili con i corpi risorti, la vista reggerà quello splendore. Una voce del cerchio minore risponde con dolcezza, spiega che la luce anzi crescerà con la carne gloriosa, e i due cori acconsentono gridando Amme. Poi il cielo arrossa, nasce un nuovo splendore, e Dante viene trasportato con Beatrice nel cielo delle stelle fisse.

Chi incontriamo

Beatrice cambia ruolo: interviene lei per prima, parlando ai beati dopo il silenzio di Tommaso, e ottiene la risposta. La voce che replica appartiene al cerchio minore dei sapienti, paragonata a quella dell'angelo che parlò a Maria. Sullo sfondo restano Tommaso e Salomone, già incontrati, mentre si prepara la scena per i nuovi beati che formeranno la croce.

Cosa aspettarsi

Il cielo del Sole si chiude e si entra nel cielo delle stelle fisse, dove appare la croce di Marte. Dante sentirà una melodia che lo lega più di ogni cosa vista finora, parole come Resurgi e Vinci, e contemplerà Cristo lampeggiare nella croce. La domanda si chiude e subentra la contemplazione.
Testo originaleParadiso · Canto XIV
Parafrasi

Dal centro al cerchio, e sì dal cerchio al centro

1

movesi l’acqua in un ritondo vaso,

2

secondo ch’è percosso fuori o dentro:

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ne la mia mente fé sùbito caso

4

questo ch’io dico, sì come si tacque

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la glorïosa vita di Tommaso,

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per la similitudine che nacque

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del suo parlare e di quel di Beatrice,

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a cui sì cominciar, dopo lui, piacque:

9

«A costui fa mestieri, e nol vi dice

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né con la voce né pensando ancora,

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d’un altro vero andare a la radice.

12

Diteli se la luce onde s’infiora

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vostra sustanza, rimarrà con voi

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etternalmente sì com’ ell’ è ora;

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e se rimane, dite come, poi

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che sarete visibili rifatti,

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esser porà ch’al veder non vi nòi».

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Come, da più letizia pinti e tratti,

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a la fïata quei che vanno a rota

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levan la voce e rallegrano li atti,

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così, a l’orazion pronta e divota,

22

li santi cerchi mostrar nova gioia

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nel torneare e ne la mira nota.

24

Qual si lamenta perché qui si moia

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per viver colà sù, non vide quive

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lo refrigerio de l’etterna ploia.

27

Quell’ uno e due e tre che sempre vive

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e regna sempre in tre e ’n due e ’n uno,

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non circunscritto, e tutto circunscrive,

30

tre volte era cantato da ciascuno

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di quelli spirti con tal melodia,

32

ch’ad ogne merto saria giusto muno.

33

E io udi’ ne la luce più dia

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del minor cerchio una voce modesta,

35

forse qual fu da l’angelo a Maria,

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risponder: «Quanto fia lunga la festa

37

di paradiso, tanto il nostro amore

38

si raggerà dintorno cotal vesta.

39

La sua chiarezza séguita l’ardore;

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l’ardor la visïone, e quella è tanta,

41

quant’ ha di grazia sovra suo valore.

42

Come la carne glorïosa e santa

43

fia rivestita, la nostra persona

44

più grata fia per esser tutta quanta;

45

per che s’accrescerà ciò che ne dona

46

di gratüito lume il sommo bene,

47

lume ch’a lui veder ne condiziona;

48

onde la visïon crescer convene,

49

crescer l’ardor che di quella s’accende,

50

crescer lo raggio che da esso vene.

51

Ma sì come carbon che fiamma rende,

52

e per vivo candor quella soverchia,

53

sì che la sua parvenza si difende;

54

così questo folgór che già ne cerchia

55

fia vinto in apparenza da la carne

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che tutto dì la terra ricoperchia;

57

né potrà tanta luce affaticarne:

58

ché li organi del corpo saran forti

59

a tutto ciò che potrà dilettarne».

60

Tanto mi parver sùbiti e accorti

61

e l’uno e l’altro coro a dicer «Amme!»,

62

che ben mostrar disio d’i corpi morti:

63

forse non pur per lor, ma per le mamme,

64

per li padri e per li altri che fuor cari

65

anzi che fosser sempiterne fiamme.

66

Ed ecco intorno, di chiarezza pari,

67

nascere un lustro sopra quel che v’era,

68

per guisa d’orizzonte che rischiari.

69

E sì come al salir di prima sera

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comincian per lo ciel nove parvenze,

71

sì che la vista pare e non par vera,

72

parvemi lì novelle sussistenze

73

cominciare a vedere, e fare un giro

74

di fuor da l’altre due circunferenze.

75

Oh vero sfavillar del Santo Spiro!

76

come si fece sùbito e candente

77

a li occhi miei che, vinti, nol soffriro!

78

Ma Bëatrice sì bella e ridente

79

mi si mostrò, che tra quelle vedute

80

si vuol lasciar che non seguir la mente.

81

Quindi ripreser li occhi miei virtute

82

a rilevarsi; e vidimi translato

83

sol con mia donna in più alta salute.

84

Ben m’accors’ io ch’io era più levato,

85

per l’affocato riso de la stella,

86

che mi parea più roggio che l’usato.

87

Con tutto ’l core e con quella favella

88

ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,

89

qual conveniesi a la grazia novella.

90

E non er’ anco del mio petto essausto

91

l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi

92

esso litare stato accetto e fausto;

93

ché con tanto lucore e tanto robbi

94

m’apparvero splendor dentro a due raggi,

95

ch’io dissi: «O Elïòs che sì li addobbi!».

96

Come distinta da minori e maggi

97

lumi biancheggia tra ’ poli del mondo

98

Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

99

sì costellati facean nel profondo

100

Marte quei raggi il venerabil segno

101

che fan giunture di quadranti in tondo.

102

Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;

103

ché quella croce lampeggiava Cristo,

104

sì ch’io non so trovare essempro degno;

105

ma chi prende sua croce e segue Cristo,

106

ancor mi scuserà di quel ch’io lasso,

107

vedendo in quell’ albor balenar Cristo.

108

Di corno in corno e tra la cima e ’l basso

109

si movien lumi, scintillando forte

110

nel congiugnersi insieme e nel trapasso:

111

così si veggion qui diritte e torte,

112

veloci e tarde, rinovando vista,

113

le minuzie d’i corpi, lunghe e corte,

114

moversi per lo raggio onde si lista

115

talvolta l’ombra che, per sua difesa,

116

la gente con ingegno e arte acquista.

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E come giga e arpa, in tempra tesa

118

di molte corde, fa dolce tintinno

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a tal da cui la nota non è intesa,

120

così da’ lumi che lì m’apparinno

121

s’accogliea per la croce una melode

122

che mi rapiva, sanza intender l’inno.

123

Ben m’accors’ io ch’elli era d’alte lode,

124

però ch’a me venìa «Resurgi» e «Vinci»

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come a colui che non intende e ode.

126

Ïo m’innamorava tanto quinci,

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che ’nfino a lì non fu alcuna cosa

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che mi legasse con sì dolci vinci.

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Forse la mia parola par troppo osa,

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posponendo il piacer de li occhi belli,

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ne’ quai mirando mio disio ha posa;

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ma chi s’avvede che i vivi suggelli

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d’ogne bellezza più fanno più suso,

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e ch’io non m’era lì rivolto a quelli,

135

escusar puommi di quel ch’io m’accuso

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per escusarmi, e vedermi dir vero:

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ché ’l piacer santo non è qui dischiuso,

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perché si fa, montando, più sincero.

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