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La doppia danza e la domanda di Salomone

Guida al canto

Dove siamo

Dante è ancora nel cielo del Sole, nel Paradiso. Le due corone di beati completano un nuovo giro di danza e canto, inneggiando alla Trinità e all'incarnazione. Si fermano poi rivolte verso Dante, e la prima a prendere la parola è la luce di Salomone, che aveva lodato san Francesco nel canto XI.

Chi incontriamo

Torna a parlare la luce di Salomone, re saggio, presentato nel canto XI come voce che aveva lodato san Francesco. In questo canto assume un ruolo preciso: chiarire a Dante quanto lume naturale ricevettero Adamo e Cristo, spiegare perché solo loro ebbero la perfezione piena e indicare la prudenza nel giudicare, per non cadere negli errori di Parmenide, Melisso, Brisso, Sabellio e Ario.

Cosa aspettarsi

Dopo la spiegazione, Dante sentirà che il cielo del Sole si avvia alla chiusura. Salomone consegna una regola pratica: muoversi con cautela tra il sì e il no, senza affermare o negare senza distinzione, perché le opinioni mutano. È l'ultima lezione prima di salire al cielo delle stelle fisse.
Testo originaleParadiso · Canto XIII
Parafrasi

Imagini, chi bene intender cupe

1

quel ch’i’ or vidi—e ritegna l’image,

2

mentre ch’io dico, come ferma rupe—,

3

quindici stelle che ’n diverse plage

4

lo ciel avvivan di tanto sereno

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che soperchia de l’aere ogne compage;

6

imagini quel carro a cu’ il seno

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basta del nostro cielo e notte e giorno,

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sì ch’al volger del temo non vien meno;

9

imagini la bocca di quel corno

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che si comincia in punta de lo stelo

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a cui la prima rota va dintorno,

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aver fatto di sé due segni in cielo,

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qual fece la figliuola di Minoi

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allora che sentì di morte il gelo;

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e l’un ne l’altro aver li raggi suoi,

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e amendue girarsi per maniera

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che l’uno andasse al primo e l’altro al poi;

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e avrà quasi l’ombra de la vera

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costellazione e de la doppia danza

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che circulava il punto dov’ io era:

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poi ch’è tanto di là da nostra usanza,

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quanto di là dal mover de la Chiana

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si move il ciel che tutti li altri avanza.

24

Lì si cantò non Bacco, non Peana,

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ma tre persone in divina natura,

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e in una persona essa e l’umana.

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Compié ’l cantare e ’l volger sua misura;

28

e attesersi a noi quei santi lumi,

29

felicitando sé di cura in cura.

30

Ruppe il silenzio ne’ concordi numi

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poscia la luce in che mirabil vita

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del poverel di Dio narrata fumi,

33

e disse: «Quando l’una paglia è trita,

34

quando la sua semenza è già riposta,

35

a batter l’altra dolce amor m’invita.

36

Tu credi che nel petto onde la costa

37

si trasse per formar la bella guancia

38

il cui palato a tutto ’l mondo costa,

39

e in quel che, forato da la lancia,

40

e prima e poscia tanto sodisfece,

41

che d’ogne colpa vince la bilancia,

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quantunque a la natura umana lece

43

aver di lume, tutto fosse infuso

44

da quel valor che l’uno e l’altro fece;

45

e però miri a ciò ch’io dissi suso,

46

quando narrai che non ebbe ’l secondo

47

lo ben che ne la quinta luce è chiuso.

48

Or apri li occhi a quel ch’io ti rispondo,

49

e vedräi il tuo credere e ’l mio dire

50

nel vero farsi come centro in tondo.

51

Ciò che non more e ciò che può morire

52

non è se non splendor di quella idea

53

che partorisce, amando, il nostro Sire;

54

ché quella viva luce che sì mea

55

dal suo lucente, che non si disuna

56

da lui né da l’amor ch’a lor s’intrea,

57

per sua bontate il suo raggiare aduna,

58

quasi specchiato, in nove sussistenze,

59

etternalmente rimanendosi una.

60

Quindi discende a l’ultime potenze

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giù d’atto in atto, tanto divenendo,

62

che più non fa che brevi contingenze;

63

e queste contingenze essere intendo

64

le cose generate, che produce

65

con seme e sanza seme il ciel movendo.

66

La cera di costoro e chi la duce

67

non sta d’un modo; e però sotto ’l segno

68

idëale poi più e men traluce.

69

Ond’ elli avvien ch’un medesimo legno,

70

secondo specie, meglio e peggio frutta;

71

e voi nascete con diverso ingegno.

72

Se fosse a punto la cera dedutta

73

e fosse il cielo in sua virtù supprema,

74

la luce del suggel parrebbe tutta;

75

ma la natura la dà sempre scema,

76

similemente operando a l’artista

77

ch’a l’abito de l’arte ha man che trema.

78

Però se ’l caldo amor la chiara vista

79

de la prima virtù dispone e segna,

80

tutta la perfezion quivi s’acquista.

81

Così fu fatta già la terra degna

82

di tutta l’animal perfezïone;

83

così fu fatta la Vergine pregna;

84

sì ch’io commendo tua oppinïone,

85

che l’umana natura mai non fue

86

né fia qual fu in quelle due persone.

87

Or s’i’ non procedesse avanti piùe,

88

‘Dunque, come costui fu sanza pare?’

89

comincerebber le parole tue.

90

Ma perché paia ben ciò che non pare,

91

pensa chi era, e la cagion che ’l mosse,

92

quando fu detto “Chiedi”, a dimandare.

93

Non ho parlato sì, che tu non posse

94

ben veder ch’el fu re, che chiese senno

95

acciò che re sufficïente fosse;

96

non per sapere il numero in che enno

97

li motor di qua sù, o se necesse

98

con contingente mai necesse fenno;

99

non si est dare primum motum esse,

100

o se del mezzo cerchio far si puote

101

trïangol sì ch’un retto non avesse.

102

Onde, se ciò ch’io dissi e questo note,

103

regal prudenza è quel vedere impari

104

in che lo stral di mia intenzion percuote;

105

e se al “surse” drizzi li occhi chiari,

106

vedrai aver solamente respetto

107

ai regi, che son molti, e ’ buon son rari.

108

Con questa distinzion prendi ’l mio detto;

109

e così puote star con quel che credi

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del primo padre e del nostro Diletto.

111

E questo ti sia sempre piombo a’ piedi,

112

per farti mover lento com’ uom lasso

113

e al sì e al no che tu non vedi:

114

ché quelli è tra li stolti bene a basso,

115

che sanza distinzione afferma e nega

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ne l’un così come ne l’altro passo;

117

perch’ elli ’ncontra che più volte piega

118

l’oppinïon corrente in falsa parte,

119

e poi l’affetto l’intelletto lega.

120

Vie più che ’ndarno da riva si parte,

121

perché non torna tal qual e’ si move,

122

chi pesca per lo vero e non ha l’arte.

123

E di ciò sono al mondo aperte prove

124

Parmenide, Melisso e Brisso e molti,

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li quali andaro e non sapëan dove;

126

sì fé Sabellio e Arrio e quelli stolti

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che furon come spade a le Scritture

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in render torti li diritti volti.

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Non sien le genti, ancor, troppo sicure

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a giudicar, sì come quei che stima

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le biade in campo pria che sien mature;

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ch’i’ ho veduto tutto ’l verno prima

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lo prun mostrarsi rigido e feroce,

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poscia portar la rosa in su la cima;

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e legno vidi già dritto e veloce

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correr lo mar per tutto suo cammino,

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perire al fine a l’intrar de la foce.

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Non creda donna Berta e ser Martino,

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per vedere un furare, altro offerere,

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vederli dentro al consiglio divino;

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ché quel può surgere, e quel può cadere».

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