Caina, i traditori dei parenti

Guida al canto

Dove siamo

Dante è sul fondo del pozzo, davanti al lago di Cocito: una distesa di ghiaccio così spessa che nemmeno un macigno lo spaccherebbe. I dannati sono conficcati nella superficie, con il volto chino e i denti che battono per il gelo. Qui si apre la Caina, la prima delle zone del lago, riservata a chi ha tradito i parenti. Camminare è un rischio: i volti sporgono appena e basta un passo per urtarli.

Chi incontriamo

Due fratelli della valle del Bisenzio, figli di Alberto da Caina, stanno testa contro testa: le lacrime gelano loro sugli occhi prima di cadere. Parla per loro Camiscion de' Pazzi, che attende il cugino Carlino. Poi Dante mette il piede su Bocca degli Abati, fiorentino, che si rifiuta di dirsi e viene strappato per i capelli. Infine appare la coppia che si divora: chi morde è il conte Ugolino, che rode il cranio dell'arcivescovo Ruggieri.

Cosa aspettarsi

La Caina si chiude alle spalle e il viaggio continua verso il centro del lago, dove lo stesso ghiaccio dividerà i dannati in altre zone. Intanto cambia il tono del racconto: Dante non osserva soltanto, interviene, minaccia e ottiene nomi con la forza. Resta aperta la domanda su quanto sia lecito, per il pellegrino, strappare la verità persino ai dannati.
Testo originaleInferno · Canto XXXII
Parafrasi

S’ïo avessi le rime aspre e chiocce,

1

come si converrebbe al tristo buco

2

sovra ’l qual pontan tutte l’altre rocce,

3

io premerei di mio concetto il suco

4

più pienamente; ma perch’ io non l’abbo,

5

non sanza tema a dicer mi conduco;

6

ché non è impresa da pigliare a gabbo

7

discriver fondo a tutto l’universo,

8

né da lingua che chiami mamma o babbo.

9

Ma quelle donne aiutino il mio verso

10

ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,

11

sì che dal fatto il dir non sia diverso.

12

Oh sovra tutte mal creata plebe

13

che stai nel loco onde parlare è duro,

14

mei foste state qui pecore o zebe!

15

Come noi fummo giù nel pozzo scuro

16

sotto i piè del gigante assai più bassi,

17

e io mirava ancora a l’alto muro,

18

dicere udi’mi: «Guarda come passi:

19

va sì, che tu non calchi con le piante

20

le teste de’ fratei miseri lassi».

21

Per ch’io mi volsi, e vidimi davante

22

e sotto i piedi un lago che per gelo

23

avea di vetro e non d’acqua sembiante.

24

Non fece al corso suo sì grosso velo

25

di verno la Danoia in Osterlicchi,

26

né Tanaï là sotto ’l freddo cielo,

27

com’ era quivi; che se Tambernicchi

28

vi fosse sù caduto, o Pietrapana,

29

non avria pur da l’orlo fatto cricchi.

30

E come a gracidar si sta la rana

31

col muso fuor de l’acqua, quando sogna

32

di spigolar sovente la villana,

33

livide, insin là dove appar vergogna

34

eran l’ombre dolenti ne la ghiaccia,

35

mettendo i denti in nota di cicogna.

36

Ognuna in giù tenea volta la faccia;

37

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

38

tra lor testimonianza si procaccia.

39

Quand’ io m’ebbi dintorno alquanto visto,

40

volsimi a’ piedi, e vidi due sì stretti,

41

che ’l pel del capo avieno insieme misto.

42

«Ditemi, voi che sì strignete i petti»,

43

diss’ io, «chi siete?». E quei piegaro i colli;

44

e poi ch’ebber li visi a me eretti,

45

li occhi lor, ch’eran pria pur dentro molli,

46

gocciar su per le labbra, e ’l gelo strinse

47

le lagrime tra essi e riserrolli.

48

Con legno legno spranga mai non cinse

49

forte così; ond’ ei come due becchi

50

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.

51

E un ch’avea perduti ambo li orecchi

52

per la freddura, pur col viso in giùe,

53

disse: «Perché cotanto in noi ti specchi?

54

Se vuoi saper chi son cotesti due,

55

la valle onde Bisenzo si dichina

56

del padre loro Alberto e di lor fue.

57

D’un corpo usciro; e tutta la Caina

58

potrai cercare, e non troverai ombra

59

degna più d’esser fitta in gelatina:

60

non quelli a cui fu rotto il petto e l’ombra

61

con esso un colpo per la man d’Artù;

62

non Focaccia; non questi che m’ingombra

63

col capo sì, ch’i’ non veggio oltre più,

64

e fu nomato Sassol Mascheroni;

65

se tosco se’, ben sai omai chi fu.

66

E perché non mi metti in più sermoni,

67

sappi ch’i’ fu’ il Camiscion de’ Pazzi;

68

e aspetto Carlin che mi scagioni».

69

Poscia vid’ io mille visi cagnazzi

70

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

71

e verrà sempre, de’ gelati guazzi.

72

E mentre ch’andavamo inver’ lo mezzo

73

al quale ogne gravezza si rauna,

74

e io tremava ne l’etterno rezzo;

75

se voler fu o destino o fortuna,

76

non so; ma, passeggiando tra le teste,

77

forte percossi ’l piè nel viso ad una.

78

Piangendo mi sgridò: «Perché mi peste?

79

se tu non vieni a crescer la vendetta

80

di Montaperti, perché mi moleste?».

81

E io: «Maestro mio, or qui m’aspetta,

82

sì ch’io esca d’un dubbio per costui;

83

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta».

84

Lo duca stette, e io dissi a colui

85

che bestemmiava duramente ancora:

86

«Qual se’ tu che così rampogni altrui?».

87

«Or tu chi se’ che vai per l’Antenora,

88

percotendo», rispuose, «altrui le gote,

89

sì che, se fossi vivo, troppo fora?».

90

«Vivo son io, e caro esser ti puote»,

91

fu mia risposta, «se dimandi fama,

92

ch’io metta il nome tuo tra l’altre note».

93

Ed elli a me: «Del contrario ho io brama.

94

Lèvati quinci e non mi dar più lagna,

95

ché mal sai lusingar per questa lama!».

96

Allor lo presi per la cuticagna

97

e dissi: «El converrà che tu ti nomi,

98

o che capel qui sù non ti rimagna».

99

Ond’ elli a me: «Perché tu mi dischiomi,

100

né ti dirò ch’io sia, né mosterrolti,

101

se mille fiate in sul capo mi tomi».

102

Io avea già i capelli in mano avvolti,

103

e tratti glien’ avea più d’una ciocca,

104

latrando lui con li occhi in giù raccolti,

105

quando un altro gridò: «Che hai tu, Bocca?

106

non ti basta sonar con le mascelle,

107

se tu non latri? qual diavol ti tocca?».

108

«Omai», diss’ io, «non vo’ che più favelle,

109

malvagio traditor; ch’a la tua onta

110

io porterò di te vere novelle».

111

«Va via», rispuose, «e ciò che tu vuoi conta;

112

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

113

di quel ch’ebbe or così la lingua pronta.

114

El piange qui l’argento de’ Franceschi:

115

“Io vidi”, potrai dir, “quel da Duera

116

là dove i peccatori stanno freschi”.

117

Se fossi domandato “Altri chi v’era?”,

118

tu hai dallato quel di Beccheria

119

di cui segò Fiorenza la gorgiera.

120

Gianni de’ Soldanier credo che sia

121

più là con Ganellone e Tebaldello,

122

ch’aprì Faenza quando si dormia».

123

Noi eravam partiti già da ello,

124

ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

125

sì che l’un capo a l’altro era cappello;

126

e come ’l pan per fame si manduca,

127

così ’l sovran li denti a l’altro pose

128

là ’ve ’l cervel s’aggiugne con la nuca:

129

non altrimenti Tidëo si rose

130

le tempie a Menalippo per disdegno,

131

che quei faceva il teschio e l’altre cose.

132

«O tu che mostri per sì bestial segno

133

odio sovra colui che tu ti mangi,

134

dimmi ’l perché», diss’ io, «per tal convegno,

135

che se tu a ragion di lui ti piangi,

136

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

137

nel mondo suso ancora io te ne cangi,

138

se quella con ch’io parlo non si secca».

139